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video Video-intervista Una come Lei Una come lei 2021

Laura Liberale. Una come Lei 2021

Data di pubblicazione 16 / Apr 21

video con sottotitoli a cura di Elena Cesari*


«finché le parole non siano assolute come ossa»

(da La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017)


Biobibliografia

Scrittrice, tanatologa e indologa, Laura Liberale è laureata in Filosofia ed è dottore di Ricerca in Studi Indologici. Da diversi anni tiene corsi di formazione nell’ambito filosofico, della scrittura creativa e delle Medical Humanities. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009), Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011, premio Mazzacurati-Russo 2011), La disponibilità della nostra carne (Oèdipus, 2017, premio Lorenzo Montano 2017, 2° posto ex aequo Premio Anna Osti 2017, 3° posto ex aequo Premio Città di Conza 2019), Unità stratigrafiche (Arcipelago itaca, 2020); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā (Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018), Visioni infernali dell’India (Padova University Press, 2021). È presente tra gli autori di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).


Intervista

1. La parola è parte di un linguaggio conoscitivo e creativo, definisce e scardina. Qual è una parola che ritieni abbia rappresentato la tua esperienza poetica?

La mia parola è “transitorietà”, e l’unisco qui a tre citazioni provenienti da un remoto passato:

Non mi compiangere, o passeggero, se così breve ebbi la vita; furono brevi anche i dolori: è, per quel che riguarda la mia infanzia, l’incipit di tutti gli incipit (il plot, sempre nuovo a ogni passeggiata cimiteriale, ce lo mettevo io). Posso dunque dire che l’emblema della mia ricerca letteraria è un vecchio epitaffio. Tutto parte da lì, sotto quella statua funebre paesana che non ha mai smesso d’interpellarmi. Ciò che è venuto poi – buona parte dei miei testi poetici, le mie storie (minimali), i miei studi filosofici e tanatologici – è la diretta conseguenza di questa persistente meditatio mortis.

La filastrocca imparata a memoria a sei anni e mai più dimenticata: lento lavoro carsico delle parole, linee di faglia in cui precipiterà un destino: Piccolino, morta mamma, non ha più di che campare, resta solo con la fiamma del deserto focolare (…).

E l’ultima: Tutta la nostra vita sospesa alla prossima sistole o alla prossima diastole, al miracolo continuo di ogni secondo (V. Jankélévitch). Era questo, in fondo, per me il punto, laggiù davanti alla statua funebre. E lo è ancora, insieme alla faccenda del dolore, di come e quanto si possa mettervi fine, in vita.

2. Madri e padri del proprio percorso poetico: qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria e come essa ha influenzato la tua scrittura poetica?

Il mio rapporto con la tradizione letteraria è costantemente aperto a nuove immersioni, nuovi influssi (più o meno coscienti) e nuovi confronti. Per anni, in gioventù, ho privilegiato la lettura della poesia rispetto alla prosa. Seguivo il consiglio brodskijano: C’è un modo per farsi un gusto letterario, e questo modo consiste nel leggere poesia. Essa offre i canoni più alti per qualsiasi operazione linguistica. Da tanta voracità, possono essere naturalmente estratti delle e degli “imprescindibili” (due nomi su tutti, fari del mio viaggio: Plath, per l’immane esercizio della catabasi; Raboni, per la composta grazia dell’espressione). Ma c’è un’“altra” tradizione che è stata ed è fondamentale per la mia voce (e la mia vita): quella degli antichi testi hindū, con la loro ridondanza mitologica e immaginifica, la loro profondità di pensiero, il loro radicamento ultimo in una Parola vibrante e originaria.

 

*Elena Cesari

Nata a Castel San Pietro nel 1982, Elena Cesari è educatrice di professione. Da anni appassionata di pratiche e saperi agroecologici, è stata anche operatrice dell’accoglienza, insegnante di italiano L2 a persone di ogni età e provenienza geografica. Ha pubblicato Una viola, una pigna, un’ombra (Fondazione Mario Luzi Editore, 2014) e L’essenziale delle cose perse (Edizioni LietoColle, 2015). Attualmente studia la Lingua dei Segni Italiana ed è iscritta al Corso di Alta Formazione in “Linguaggi per l’accessibilità e l’inclusione” dell’Università di Bologna.

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