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Quale cittadinanza è possibile al di fuori dallo spazio dello stato? Nadia Urbinati su Dissent Magazine

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Nel corso del suo mezzo secolo di vita, l’Unione Europea ha cercato di diventare un modello per un nuovo tipo di cittadinanza. Teorici e giuristi hanno parlato di un paradigma post-nazionale di libertà politica capace di separare la cittadinanza dall’appartenenza nazionale, una rivoluzione non meno radicale di quella del 1789. Ma quando messa alla prova dai flussi di immigrazione, questa affermazione sembra essere più mito che realtà. Gli stati-nazione diventano di nuovo protagonisti, le diplomazie bilaterali hanno la meglio, le frontiere vengono chiuse, i contrasti in materia di certificazioni e rimpatri sono continui.

Di fronte a sbarchi di rifugiati da tutto il mondo l’Europa non sembra voler essere il laboratorio per un nuovo tipo di cittadinanza. La recente decisione della Corte di Giustizia di rigettare una legge italiana che introduce il crimine di ingresso illegale può essere letta come un incoraggiamento da parte dell’Europa dei diritti all’Europa della politica a rivedere la propria strategia in materia di immigrazione.

Ma a dispetto di ciò che l’Europa vuole o non vuole, i migranti sono ormai parte della sua identità, di ciò che è e che sarà. Sono il banco di prova del mito europeo, e del mito della civilizzazione democratica. Stiamo parlando non semplicemente degli immigrati, ma dei migranti “senza stato”, un fenomeno globale di gente che manca di una nazionalità dimostrata, sia perché lo stato da cui provengono ha cessato di esistere a causa della guerra, sia perché la loro identità li ha fatti diventare soggetti di repressione.

C’è anche, naturalmente, una eredità di pulizia etnica in Europa, quando Ebrei e membri di altre minoranze europee nazionali furono ridotte allo stato di non-cittadini, nei Paesi in cui erano nati e nei quali, in precendenza, avevano goduto dei diritti di piena cittadinanza, con il risultato che hanno potuto essere deportati ed eliminati in massa. Anche oggi, le persone “senza stato” sono alla mercé degli attuali potentati. Nel 1954 le Nazioni Unite adottarono la “Convenzione Relativa alla Condizione di Persone Senza Stato”, con l’obiettivo di non consentire che alcuno fosse senza Stato. Nel 1961 molti paesi firmarono la Convenzione, impegnandosi ad assicurare la nazionalità alle persone senza stato nate sul loro territorio.

Ma le guerre in Iraq e in Afganistan, le guerre civili nell’Africa Sub-Sahariana, e le rivoluzioni anti-autoritarie nei paesi arabi hanno prodotto un inimmaginabile aumento di migranti, rifugiati che fuggono dalla fame e dalla violenza e chiedono asilo. Migliaia di uomini, donne e bambini, in piccoli gruppi o uno a uno, a piedi o con mezzi di trasporto precari pagati a prezzi che li hanno svenati, sono stati in cammino per anni.

In mezzo a questa umanità senza stato, spesso una nuova identità politica sembra prendere forma, negli interstizi della legge, di quella oppressiva degli Stati da cui provengono e di quella che incontrano negli Stati dove arrivano e dove vengono immediatamente dichiarati illegali. E’ in questo tipo di identità, senza stato né legge, che si forma una nuova cittadinanza, non un’appartenenza istituzionalizzata ma un atto di autodeterminazione. E’ una nascente cittadinanza democratica, perché denuncia in modo radicale una condizione di totale sudditanza, rivendicando non solo diritti umani ma anche civili e politici, come Andreas Kalyvas ha osservato.

I migranti godono, grazie alle convenzioni internazionali, dei diritti umani fondamentali: il diritto all’aiuto umanitario e medico, il diritto alla sopravvivenza di base. Ma, come Hanna Arendt ha scritto, ai migranti non è concesso spazio politico e giuridico; non hanno il diritto di organizzarsi come soggetti autonomi, ma solo quello di sopravvivere allo stato naturale, fuori della famiglia degli stati e delle nazioni.

Il paradosso dei diritti umani è che per essere rispettati, coloro che ne sono titolari devono diventare oggetti di repressione. Siccome non hanno documenti, i migranti legalmente non esistono, e questa condizione li costringe a diventare politicamente attivi al di fuori dalla legge.

Infrangendo la legge e attraversando i confini, guadagnano il loro ingresso nel sistema legale e acquistano i diritti civili di difendersi nei processi o di essere trattati senza violenza e tortura.

A partire dalla rivolta in Grecia del dicembre 2008, i migranti hanno dimostrato una nuova volontà di usare il linguaggio politico, di esercitare un qualche tipo di cittadinanza. E’ accaduto a Rosarno, in Italia, all’inizio del 2010, quando i lavoratori stagionali africani si sono organizzati per difendersi contro la loro condizione di semi schiavitù. E’ accaduto recentemente in un campo di detenzione in Australia, dove più di trecento migranti hanno deciso di fare lo sciopero della fame per ottenere un’udienza con funzionari del governo australiano con la richiesta di non essere rimpatriati in Afganistan, da cui erano scappati. Hanno chiesto di avere interlocutori con autorità di negoziazione, proprio come noi cittadini facciamo quando vogliamo far sentire la nostra voce.

L’evidente autoproclamazione di soggettività politica è un passo importante per i migranti perché riconosce che i diritti umani da soli non danno loro il potere di opporsi al rimpatrio.

Ma quale cittadinanza è possibile al di fuori dallo spazio dello stato? Il sistema giuridico, anche in Europa, non può contemplare l’identità politica al di fuori dello Stato. Ma i migranti che richiedono i diritti politici in quanto essere umani guardano a una cittadinanza sovranazionale e cosmopolita.

La novità è una sfida significativa per le forze progressiste e democratiche dell’Europa che deve combinare una ragionevole regolazione dei flussi migratori con un progetto che riconosca ai migranti uno status politico e la capacità di fare proposte e sollevare obiezioni, di negoziare ed ottenere rappresentanza al di là e indipendentemente dalla loro appartenenza a un corpo politico o a uno stato.

Una valutazione senza pregiudizi di questi fatti è la condizione di minima per avanzare soluzioni politiche e giuridiche che riconoscano dignità ai migranti e, nello stesso tempo, promuovano l’idea che un’Europa come comunità politica non è un mito.

Immigration and a Wandering Europe di Nadia Urbinati
Traduzione di Leda Guidi

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