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Il principio di piacere a portata di un click. Esplorazioni del lato oscuro del web - Di Teresa Lorito e Maria Chiara Risoldi

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Avvertenza di Maria Chiara Risoldi: abbiamo scritto questo articolo nell’estate del 2010. I dati e i nomi dei socialnetwork citati nell’articolo dopo 4 anni non sono vecchi, sono vecchissimi. Second life non esiste più, nuovi social sono nati. Il web 2.0 cambia a velocità vertiginose. Ma al di là dei cambiamenti geo-socio-politici del mondo del web, non cambia invece la sostanza del nostro articolo.

Una ragazza di 23 anni in terapia da due anni racconta di un ragazzo che ha conosciuto e con cui è iniziata una storia. Racconta le emozioni che prova, racconta i sentimenti, racconta lo scambio intellettuale, racconta quello che si dicono, usa sempre il verbo dire. Ugo mi ha detto, io ho detto a Ugo. Dopo due mesi di racconti su Ugo, sulla loro storia, un bel giorno comunica che andrà a conoscere Ugo. La terapeuta salta sulla poltrona. Come conoscere? La relazione era nata e si era sviluppata via Web. Si erano incontrati i corpi mentali e i corpi emotivi. Non si erano incontrati i corpi fisici. L'incontro dei corpi fisici dei ragazzi fu un fallimento. La terapeuta invece scoprì il Web. Per due mesi non si era resa conto di quello che la ragazza le stava raccontando. Era il 1996. Pochi giorni dopo la terapeuta si collegò al web. Scoprì l'altro mondo. Come chiamarlo? Da allora sono passati molti anni. I giochi nel web si sono evoluti, è nata Second Life, sono nati i Social Networks. Dal computer fisso si è arrivati agli smart phone, all’ iPhone all'iPad. Il mondo della rete sta nella tasca, nella borsetta, nella cartella. Amici, giochi, notizie, musica, amori, ma anche perversioni, trasgressioni, distruttività, compulsione e dipendenza tutto è alla portata di un click. Siamo partite dalla nostra personale esperienza del Web e da quella che i nostri pazienti hanno condiviso con noi convinte di potere avviare una riflessione, ragionevolmente compiuta, sul tema della violenza e il Web. Sbagliando.

Ognuna di noi aveva sperimentato nel lavoro clinico come il web fosse multivalente. Il facile accesso al <> aveva significato per alcuni pazienti sia una esperienza costruttiva, utile alla crescita, sia una esperienza distruttiva, cioè usata per il cronicizzarsi della sintomatologia. A livello cognitivo la ricerca ha evidenziato come l’uso intensivo di internet produca un abbassamento dell’attenzione. In particolare Clifford Nass, docente di comunicazione a Stanford, sostiene che “un media Multitasker”, ossia coloro che fanno uso intensivo di email, sms, siti web, social network, “si abitua ad un processo di attenzione ‘dal basso’, dove ogni minimo stimolo diventa importante e la scelta sulle cose da osservare o ignorare diventa sempre meno consapevole” (Nicholas Carr, 2009). Secondo la psicologa Patricia Grenfield l’uso di internet stimola lo sviluppo di capacità visuali e spaziali diminuendo la capacità di conoscenza, pensiero critico, riflessione e immaginazione (ivi). Ma torniamo ai pazienti. Un esempio positivo è stata l’esperienza di una ragazza con gravi attacchi di panico. Dai 16 ai 18 anni, quando il sintomo era violentemente insorto, usciva solo per andare presso la sua terapeuta. Il resto del tempo lo trascorreva in casa, collegata al web. Frequentava così i compagni di scuola, ma anche nuove realtà. Dopo due anni di terapia era riuscita a tornare a scuola e progressivamente aveva ricominciato a frequentare anche luoghi pubblici. Aveva lei stessa commentato con la terapeuta come si fosse sentita aiutata dal web, perché pur essendo chiusa in casa non aveva smesso di frequentare i coetanei. Un'altra esperienza nata come negativa e trasformata in positiva fu quella di un ventenne. Pesantemente abusato nell’infanzia, aveva una coazione a riprodurre il proprio trauma, andando a cercare sul web contatti sessuali sadomasochisti, che rapidamente agiva, uscendo di casa a qualunque ora della notte per incontri assai pericolosi.

Mentre nella terapia elaborava il lutto dei traumi subiti, si rendeva sempre più conto dei pericoli a cui si esponeva. Progressivamente l’agire nella realtà esterna diminuiva e quando veniva sopraffatto dall’impulso ad agire riusciva ad accontentarsi di esperienze <>. Usando la telecamera e il monitor continuava a cercare esperienze sadomasochistiche, ma non usciva dalla sua stanza e restava anonimo. Non correva più pericoli di vita, concreti. Con altri pazienti con sintomi ad agire compulsivamente la sessualità con rapporti perversi, violenti e pericolosi, (tutte persone drammaticamente sessualmente abusate nell’infanzia) si è potuto trasformare l’utilizzo del web da altamente pericoloso, in quanto in grado di trasformare desideri, fantasie in realtà concrete, a <>, riuscendo a contenere la pulsione ad agire alla sola realtà virtuale. Un altro esempio di uso terapeutico lo abbiamo trovato in un articolo (Hamilton in Turkle S., 2009). Il terapeuta aveva proposto ai ragazzi in terapia per dipendenza da web di condividere con lui i contenuti della loro attività nel web durante la seduta. “Nella mia pratica ho scoperto che introdurre Internet nella seduta di terapia aiuta a comunicare le cose più difficili da dire. L’infinita varietà dei siti Internet dà ai giovani la possibilità di trovare luoghi e giochi particolari che li possano aiutare ad elaborare la loro vita interiore. Possono persino trovare dei personaggi da <> che li supportino nell’affrontare specifiche problematiche psicologiche.(…) Ho utilizzato i giochi online per fornire un linguaggio dei sentimenti e per avviare delle discussioni su di esse”.

Insomma John Hamilton ha utilizzato il web come una area transizionale. L’esperienza clinica di Hamilton ci ha molto colpite, così come le letture che abbiamo avviato per la scrittura dell’articolo. L’idea di scrivere sul tema della violenza nel web in fondo era nata dalle nostre personali esperienze, dalla lettura di articoli di giornale, da intuizioni generiche e non avevamo assolutamente coscienza del problema che affrontavamo. Ci rendiamo conto, a fronte di ricerche, riflessioni, studi specifici sorti e sviluppati attorno al web, nell’ultimo decennio, che non possiamo fare altro che provare a condividere qualche interrogativo, qualche spunto. Come principianti non esperte. A fronte di colleghi che studiano, praticano, ricercano da decenni in questo ambito. Viviamo un'epoca molto violenta e intrusiva. Siamo sollecitati da troppi stimoli; siamo, in un certo senso, sovraeccitati. La socializzazione e la comunicazione sono perenni e onnicomprensive. Su You Tube può finire, all’insaputa dei soggetti, qualunque piccolo o grande evento della vita quotidiana. I Social Network coinvolgono nel mondo centinaia di milioni di persone. Solo Facebook ha oltre 500 milioni di iscritti e chi lo frequenta sa che può trovarsi a condividere idee e emozioni con chiunque ad ogni latitudine. In assenza del corpo fisico il web lo consente in tempo reale. Non c’è attesa, non c’è fatica, non c’è impegno, non c’è frustrazione. Non ci sono? Per un certo verso non ci sono. Una paziente cinquantenne, separata, aveva affrontato un periodo difficile della sua vita passando molto tempo su Facebook. All’apparenza le sembrava di non essere mai più sola, a qualunque ora poteva collegarsi e trovare qualche amico con cui condividere emozioni e pensieri. Per un altro verso ci sono, eccome. Alla lunga si era resa conto che le amicizie su Facebook andavano coltivate come quelle nella vita concreta, che richiedevano fatica, che così come con un click si diventava amici così con un altro click l’amico poteva cancellarti dai suoi contatti, che non a tutte le ore c’era sempre qualcuno e a volte si ritrovava sola e frustrata davanti alla scritta: tutti gli amici sono offline. Online e offline. Essere online significa diventare anche recettore di una enorme quantità di informazioni, che richiedono di essere codificate. Come molti studiosi di Internet affermano il mezzo non è di per sé pericoloso, così come non lo è il televisore e non lo fu il telefono.

La avanzata tecnologia del mezzo richiede però più salute mentale, per non essere un potenziatore di sofferenza psichica. Diciamo che tanto più una persona è ancorata al principio di realtà ed è in grado di decodificare il mezzo e stare con i piedi per terra, tanto più sarà anche in grado di elaborare il lutto del limite del mezzo stesso, altrimenti il limite stesso del mezzo può condurre a dipendenze dal mezzo o a usi distorti del mezzo, come per fare un esempio limite il fenomeno Hikomori in Giappone, i ragazzi che vivono 24 ore su 24 online. Noi abbiamo lo stesso pensiero teorico relativo alla distruttività. Apparteniamo a quelle correnti del pensiero psicoanalitico che non ritengono di concettualizzare un istinto di morte, ma che ritengono la distruttività umana una perversione della aggressività, che è componente sana dell’istinto di vita dell’essere umano, al servizio della vita. Una perversione determinata da traumi e sofferenze precoci.

Premesso ciò, ci è sembrato di cogliere dalle letture fatte, una conferma di una intuizione, che alla luce delle esperienza cliniche citate, ci era parsa vera anche per il fenomeno della violenza. Il web può essere un contenitore della rabbia, può essere un mezzo per sperimentare e liberare una aggressività inibita, ma può anche essere un alimentatore della distruttività. Un giovane disagiato, deprivato, traumatizzato, depresso può essere una facile preda di siti terroristi, violenti, razzisti, xenofobi, che possono facilmente reclutarlo trasformando la sua depressione in eroismo agito concretamente. Persone ferite nel narcisismo, non viste e non rispecchiate nella infanzia precoce, possono trovare nel Web il contenitore, che rende loro e le loro gesta visibili in tutto il mondo con un click. Tanto più violente e tanto più eclatanti, tanto più cliccate e viste. Una droga irresistibile. Ha ragione però Hamilton quando ci segnala sbagliato un intervento del terapeuta che solo evocasse la pericolosità del mezzo, senza accoglierlo nella stanza di terapia. “Questo approccio è peggio che improduttivo,poiché nega l’importanza di quella che potrebbe essere la parte più viva della realtà dei pazienti”. La facilità con cui Internet mette in contatto le persone non permette solo maggiore comunicazione, interazione e crescita, ma anche la possibilità per molti di dare concretezza al proprio lato oscuro, o come direbbe Seganti, al proprio lato adattato e alla mina vagante che ne deriva.

Secondo Hadoun Touré dell’International Telecommunication Union, l’agenzia dell’Onu specializzata in Internet e telefonia, “la prossima guerra mondiale se ci sarà, comincerà su Internet” (Gaetano Prisciantelli, 2010). Sembra infatti che quando c’è un disastro naturale o un grande evento come le Olimpiadi, la Rete registri sbalzi che sono causati dalla quantità degli accessi. Quando nel 2008 scoppiò la guerra fra Russia e Georgia l’agenzia lanciò un allarme in base al traffico intenso sulla rete. Anche se la guerra non fu scongiurata, è stata dimostrato che La Rete è un termometro fedele dei conflitti. A fronte dell’assenza di organiche ricerche criminologiche sui comportamenti nel Web, Marco Longo e Marco Strano segnalano un ampia diffusione di piccoli comportamenti illegali (Di molte riflessioni siamo debitrici a Marco Longo (Spi) e Marco Strano, direttore dell’International Crime Analysis Association. Assieme hanno fondato la Società di Psicotecnologia e clinica dei nuovi media e il 13 maggio 2010 hanno organizzato una videoconferenza in Second Life sul tema della illegalità nel web).

Un esempio semplice e chiaro. Se scarico illegalmente musica nella mia stanza, sto compiendo un reato, come se rubassi un Cd in un negozio, ma la percezione che ho non è quella di compiere un reato. Le esperienze che abbiamo citato prima hanno assunto un significato trasformativo perché contenute dallo spazio terapeutico, ma che cosa succede se questo spazio terapeutico non c’è? Cosa comporta per la mente la possibilità di dare spazio vitale a parti di sé che non si esprimono nella vita reale? Che cosa comporta recitare a lungo parti del sé trasgressive? Dare spazio troppo a lungo a queste parti può prendere la mano e portare all’agire? Creare Avatar accattivanti, inventarsi personalità e biografie diverse può essere una buona valvola di sfogo per il lato oscuro? Che differenza c’è tra queste possibilità offerte dal web e la fantasia, quale la potevamo sperimentare prima dell’era Internet? La psicologia sociale aveva già indagato, con il famoso esperimento della scarica elettrica,, quanto fosse affievolita la responsabilità rispetto ai propri atti, quando maggiore era la distanza affettiva. Così in Internet tanto amplia è la possibilità di anonimato, tanto più diminuiscono i freni inibitori. La forte diminuzione dei contenuti non verbali nello scambio comunicativo in internet può procurare un abbassamento dei freni inibitori producendo, a volte, un innalzamento della conflittualità.

Anche la possibilità di usare false identità è aiutata da questa comunicazione parziale. Una paziente cinquantenne passa, frequentando chat erotiche, dalla sua vera identità a quella di una ragazza ventenne. Per lei l’esercizio di comunicazione è stancante. Racconta alla terapeuta, infatti, che quando è ventenne parla come gli adolescenti utilizzando abbreviazioni, sigle e frasi troncate. Può succedere anche che la comunicazione virtuale, in particolari situazioni ambientali (silenzio della notte, buio) possa produrre una sorta di estraneazione, scollamento dalla realtà. Una paziente racconta che una notte, navigando in Second Life, il suo avatar ne incontra un altro, vanno in una stanza e improvvisamente l’altro avatar si avvicina mostrando un pene enorme. Lei per un attimo si sente in pericolo, come se potesse concretamente correre il rischio di essere violentata. La sensazione dura pochi istanti, ma è forte e reale lasciandola scossa e incredula. Questi sono solo alcuni interrogativi che ci sono sorti di fronte alle tematiche in oggetto, a cui si aggiungono quelli su come intervenire in modo costruttivo. Ci pare che formazione e informazione diventino parole chiave anche per internet. Nelle scuole, ma anche nelle facoltà di psicologia o nelle scuole di specializzazione in psicoterapia, l’impegno deve essere quello di favorire l’uso consapevole di Internet perché, come abbiamo già sottolineato, ciò può ampliare in senso positivo gli spazi vitali, mentale, emotivi delle persone. Bisogna imparare a guidare: Marco Longo suggerisce di associare Internet a una Ferrari, pericolosa nelle mani di chi non sa guidarla. Senza enfatizzarne però il pericolo, giacchè, aggiunge, ci si può fare molto male e fare molto male anche andando in bicicletta. La consapevolezza del mezzo consente di non essere un Ana-tron, ma di diventare un Ciber-cigno. “Ana-Tron è invece un piccolo gioco di parole che, alludendo alla fiaba del Brutto anatroccolo, utilizzo come una metafora per provare a parlare in modo meno noioso, spero, e sufficientemente evocativo della situazione di profonda solitudine e di video passività, in cui il bambino (ma così spesso anche l’adolescente o l’adulto) può trovarsi ad essere risucchiato, ritualmente e ripetitivamente, per lo più dalla televisione, ma anche da certi mini-video-games portatili, da certi Cd-rom o dal lato oscuro della Grande Rete. Viceversa il termine Cyber-cigno può essere la metafora dell’adolescente (ma non solo) che ha imparato a gestire in modo creativo una situazione veramente gioiosa e pienamente soddisfacente di video attività informatica e telematica, ad operare creativamente in prima persona attraverso una telecamera o un computer multimediale, esprimendo quindi al meglio, come direbbe Negroponte, la propria caratteristica positiva di <>; ovvero di un essere umano, giovane o adulto, che come un cigno riesce a mettere le ali della fantasia alla propria creatività anche attraverso l’utilizzazione delle nuove tecnologie digitali”. (Longo Marco, 2008)

Di Teresa Lorito e Maria Chiara Risoldi
Pubblicato sul numero 20 del dicembre 2010 dei Quaderni degli Argonauti, Cis editore

Commenti   

 
Marzia Galardini
0 #2 Marzia Galardini 2014-02-27 08:21
Articolo molto interessante che mi piacerebbe inserire nel blog
che gestisco e poi sulla pagina facebook. Vorrei condividerla con le mie compagne che pur utilizzando al minimo la tecnologia le sono in qualche modo ostili vedendone solo i lati negativi. Io spero in tante cybercigno!
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ste
0 #1 ste 2014-02-21 08:15
Second life esiste ancora neh
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