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Esseri digitali: letture dell’identità di genere nel paesaggio elettronico - intervento di Irene Ranaldi al X Congresso AIS

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A Firenze l’11 ottobre 2013 si è tenuto il X Congresso AIS- Associazione Italiana di Sociologia (associazione professionale che riunisce personale docente e aggregato - come i Dottorandi- delle varie facoltà di sociologia negli atenei italiani). Sono intervenuta con una relazione dal titolo ”Esseri digitali: letture dell’identità di genere nel paesaggio elettronico” nella sezione “Sezione Studi di Genere. Nuove tecnologie, mutamento sociale e costruzione del Sé”. Per la preparazione di questo intervento, va il mio ringraziamento per la condivisione di materiale, suggerimenti bibliografici, disponibilità a rispondere all’intervista, a Federica Fabbiani e Marzia Vaccari. È quindi cosa per me gradita condividerne dei passaggi augurandomi di poter iniziare un dialogo.

Segnalo inoltre che tra le molte relazioni presentate (il cui programma è ancora reperibile sul sito dell’AIS) soltanto due hanno affrontato il tema del gender digital divide e dell’identità di genere/queer/omosessualità. Interessante a tal proposito l’intervento della prof.ssa Giuseppina Bonerba dell’Università di Perugia che ha presentato uno studio semiologico sulla ricorrenza dell’hashtag #omofobia su twitter correlandolo a genere, schieramento politico e orientamento sessuale laddove dichiarato.

Nel 1995 Nicholas Negroponte, uno dei maggiori esperti mondiali di comunicazione digitale, professore di Tecnologia dei mezzi di comunicazione al Massachusetts Institute of Technology di Boston, pubblicò il volume Being Digital, Sperling & Kupfer, Moncalieri (Torino),1995 uno dei primi testi ad indagare il rapporto tra il dna dell’informazione, i bit, e gli esseri umani e come questo rapporto avrebbe cambiato la nostra esistenza. Negroponte intuì già quasi venti anni fa, le ripercussioni della rete sulla auto-rappresentazione e la rappresentazione del sé, quando ancora internet era denominato «l’autostrada dell’informazione». Scrive Negroponte nel 1995: «La facilità di accesso alle informazioni, la mobilità e la possibilità di indurre cambiamenti è ciò che renderà il futuro tanto diverso dal presente. L’idea della superautostrada dell’informazione può sembrare oggi un’iperbole, ma è in effetti riduttiva per il futuro […] La realtà virtuale e la rete, non sono causa di isolamento e di de-realizzazione, bensì un’occasione di socializzazione e di arricchimento immaginativo».

La rete dunque è popolata di Esseri Digitali la costruzione della cui identità è un territorio tutto da analizzare che si può provare inizialmente a fare attraverso quattro parole chiave: 1) Identità digitali 2) Identità di genere; 3) Queer- genere non definito; 4) Socializzazione digitale. Partiamo quindi dalla prima parola chiave: identità digitali, concetto che viene da subito messo in discussione quando si va in rete e c’è la necessità di aprire un account e scegliere una password per accedere ad un sito. Molte persone scelgono quello che viene chiamato avatar, in sostituzione del proprio nome e cognome. Il termine «avatar» deriva dal sanscrito devanāgarī ed è un sostantivo maschile della lingua sanscrita con cui si indica l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il Dharma ovvero l’ordine cosmico dell’universo. Questo termine è collegato al verbo avatṝ con il significato di ”discendere in” o ”essere al posto giusto”, ”essere adatto” e infine ”incarnarsi” (nel caso di una divinità).

Secondo dati audiweb ogni giorno 13 milioni di persone nel mondo posso arrivare a visualizzare il nostro nome sulla rete.
Il mio intervento ha voluto porre interrogativi di una ricerca che vorrei approfondire anche e soprattutto con la collaborazione di altre donne. Più che di risultati,vorrei proporre analisi interpretative rispetto a come, e se, la frequentazione della rete possa influire sulla costruzione dell’identità di genere – e quindi sulla costruzione e rappresentazione di “Esseri Digitali” – aprendo nuovi paesaggi e nuovi spazi comunicativi e di conseguenza nuove possibilità di costruzione e di rappresentazione del genere al quale si sente di appartenere.

Per poter iniziare a rispondere un ottimo punto di osservazione è quello dei diversi modelli forniti dal web (social network; discussioni e commenti ad articoli di giornali on line; web site personali, ecc) e su come questi vanno ad incidere sulla fabbricazione del sé e della propria immagine pubblica. Un altro aspetto che vorrei indagare è quello della non definizione di genere e delle teorie queer, teorie che mettono in discussione la naturalità del genere femminile e maschile, in quanto costruite socialmente, e affermano invece il diritto di non definire generi e stili di vita. L’identità come problema da indagare emerge nella postmodernità, quando l’idea di identità come classificazione statica lascia spazio all’identificazione come processo. Emerge poi maggiormente con lo sviluppo abnorme delle relazioni umane offerte dalle possibilità della rete internet.
Non tanto i quarantenni come me, ma i nativi digitali sono spesso portati a concepire Internet come qualcosa di dato e assolutamente evanescente e invisibile. Invece la Rete ha una fisicità che spesso tendiamo a non vedere e con essa non vediamo immediatamente la ripercussione sulle esistenze reali di un “aggiornamento di stato” o altro che la rete comporta (si pensi alle recenti diffamazioni in rete di ragazzi/e omosessuali o presunti tali che alcuni hanno addirittura ipotizzato essere all’origine della decisione di togliersi la vita).

Recentemente è uscito un libro di Andrew Blum giornalista su riviste come Newsweek e Wired dal titolo «A Journey to the Center of the Internet» dove ricostruisce la mappa dei cavi sottomarini che compongono la rete e ci fa percepire, anche con l’ausilio di mappe oceaniche particolareggiate, internet come una mera serie di tubi sottomarini. Ovvero come davvero è. Scrive Blum: «Quello che mi ha colpito negli ultimi anni è che meno me ne andavo in giro per il mondo, più stavo seduto davanti al computer. E in particolare a partire dal 2007, da quando ho un iPhone, non solo restavo seduto davanti allo schermo tutto il giorno, ma mi alzavo alla fine della giornata e guardavo quel piccolo schermo che tenevo in tasca. Il fatto sorprendente era quanto rapidamente fosse cambiata la mia relazione con il mondo fisico. In quel breve periodo di tempo, che li chiamiate gli ultimi 15 anni in cui siamo online, oppure gli ultimi 4 o 5 anni in cui siamo continuamente online, la nostra relazione con ciò che ci circonda è cambiata, nel senso che la nostra attenzione è costantemente divisa. Ora guardiamo sia dentro gli schermi, che nel mondo che ci circonda. E quel che più mi ha colpito, e quello su cui mi sono fissato, è che il mondo dello schermo sembrava non avere nessuna presenza fisica propria. Cercando immagini di Internet, questo è tutto quello che si trova, questa famosa immagine di Internet come una Via Lattea, questa espansione infinita in cui sembra che noi non siamo da nessuna parte. Sembra che non lo afferriamo mai completamente».

Accade che la connessione salta e davanti al tecnico che constata come il cavo che arrivava nel suo appartamento fosse stato rosicchiato da uno scoiattolo, si rende improvvisamente conto che Internet non era poi un’idea trascendente ma una serie di protocolli che hanno cambiato tutto, dallo shopping, agli appuntamenti, alle rivoluzioni.
Quest’estate il Governo ha emanato il DL 14 agosto 2013, n. 93 riguardante “disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”. Tra le pieghe di questo decreto, si scoprono due norme. La prima modifica la disciplina sullo stalking (art. 612 bis), prevedendo un’aggravante “se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici”. Lo “stalking telematico”, ad esempio a mezzo facebook o twitter, viene dunque a essere punito più severamente di quello “ordinario”. La seconda, ancora più rilevante, introduce per la prima volta nel nostro codice penale la nozione di “identità digitale”. Si prevede infatti un’aggravante per il delitto di frode informatica (art. 640 ter), “se il fatto è commesso con sostituzione dell’identità digitale in danno di uno o più soggetti”. Tuttavia non si definisce cosa si intenda per “identità digitale”. Si sta facendo riferimento al complesso delle informazioni online di un soggetto, alla vera e propria “dimensione digitale” dell’individuo, o stiamo parlando semplicemente di sottrazione di username e password, magari del proprio home banking? La tutela dell’identità digitale, come dimensione fondamentale della nostra esistenza, forse merita un’attenzione più approfondita.

La seconda parola chiave è identità di genere alla quale si collega la terza, Queer. Per Queer come Elisa Arfini nel suo «Canone inverso. Antologia di teoria queer, Ets, Pisa, 2012» scrive si intende un conglomerato di senso, un metodo di critica permanente a una socialità sessuale e di genere che si dà come normalizzata e assimilata dalla società.
La rete ha senz’altro contribuito ad alimentare, come dilatazione infinita di conoscenza, il dibattito intorno alle teorie queer e in generale quello attorno ad una dinamica omosessuale e lesbica come parte di un orizzonte di identità eterosessuali e non quindi come diversità, ma come differenze. Progetti come www.itgetsbetter.org/ e ora anche in Italia con www.lecosecambiano.org/ (una rete contro bullismo e omofobia, nelle scorse settimane con Il corriere della Sera era possibile acquistare il libro ) aiutano a capire quanto importante sia dare un messaggio positivo a tutta la comunità LGTB e quanto la rete sia il mezzo più appropriato per farlo.

La quarta parola chiave è socializzazione digitale nella quale più profondamente troviamo il diverso rapporto e uso che i generi fanno della rete. Qui viene in aiuto una recente ricerca su SEO (Search Engine Optimization) e social network sulla differenza tra generi recentemente diffusa in rete. La ricerca, realizzata solo sul territorio degli Usa, racconta come il 71% delle donne usi i social network contro il 62% degli uomini. Su facebook in media le donne hanno l’8% in più di “amici” rispetto agli uomini, mentre Linkedin e Youtube sono terreni decisamente maschili in quando a minuti/ore passati al mese.
Negli anni novanta, dopo il boom dei personal computer e Internet, si è spesso sentito parlare di Digital Divide, in italiano il “divario digitale”. Il termine si riferisce al gap che esiste tra coloro che hanno la possibilità di accedere alle tecnologie e coloro che invece non possono accedere. Le cause del mancato accesso sono diverse, ma la principale è di origine economica. Esistono anche cause sociologiche riguardanti, l’età, l’istruzione, l’educazione o i gruppi etnici d’appartenenza. Alla fine del 2000 il problema è diventato di portata mondiale e così sia negli Stati Uniti che in Europa si è dato il via a una serie di leggi, progetti e iniziative per eliminare il gap esistente. Negli ultimi anni però, alcuni sociologi hanno preso in considerazione un altro gap esistente: il divario digitale che esiste tra i sessi, tra uomini e donne.

Il Gender Digital Divide non si riferisce però solo al mancato accesso alle tecnologie per le molteplici cause prima elencate. Il divario digitale tra i sessi si incentra anche sull’analisi delle differenze di accesso, usi e consumi delle ICT da parte dei due generi. Le ICT sono state viste per molto tempo come un privilegio degli uomini ed è luogo comune che le donne siano restie all’utilizzo del computer. Ma le statistiche degli ultimi anni dicono altro: le donne nella rete si stanno moltiplicando, sviluppando skills e comportamenti propri che differenziano il loro utilizzo del web da quello degli uomini. Sul diverso utilizzo tra i generi rispetto ai social network emergono dati interesanti (Michael Walzer Al party di Facebook donne geek e uomini sultani). All’inizio, Facebook era alimentato da donne. O meglio, da foto di donne e dagli incessanti click con cui individui di sesso sia maschile che femminile le andavano a scovare. Questo accadeva parecchi anni prima che Facebook attribuisse a una donna una carica dirigenziale, e ben prima che una donna sedesse nel suo consiglio di amministrazione che fino all’inizio del 2012 era composto esclusivamente da uomini. Se ne parla nel libro- testimonianza di Katherine Losse The Boy Kings, uscito nel 2012. Facebook non è mai stato concepito per essere il prodotto. Il prodotto siamo noi, gli utenti.
Losse nel suo libro dice che non valeva la pena per una donna condividere le proprie informazioni on line prima di Facebook. C’è una “te stessa di Facebook”, spiega, che è simile al te stessa reale e un’altra, anonima, che non sei tu. Per Losse, condividere on line il proprio “vero” sé comporta più rischi che vantaggi. A quel punto, ovviamente, può entrare in gioco il sé sotto pseudonimo, che nel processo ha la funzione di tutelare il sé “reale”. Questo è il motivo per cui un’intera generazione andata on line prima dell’avvento dei social media riteneva che utilizzare il proprio vero nome sul Web fosse pericoloso. Tutto questo, prima di Facebook.

La tecnologia, per usare la metafora del cloud (la nuvola) che adesso si applica alle reti informatiche, è tutta intorno a noi e non ci ha messo tanto a pervadere il nostro tempo. Perché noi che popoliamo quelle pagine, che abbiamo documentato all’infinito le nostre esistenze e non abbiamo riflettuto a sufficienza sul fatto che stavamo costruendo un nuovo paradigma di normalità. E così ci ritroviamo la nonna e i nipoti nel nostro profilo!
Negli anni a cui ci riporta Losse, gli anni di passaggio tra la nascita dei social media e la diffusione della pratica dell’auto documentazione on line, non c’era ancora il senso che stando on line in realtà si lavorava per produrre valore a vantaggio di qualcun altro. Quanto rivelano di noi gli status di Facebook? Un team di psicologi statunitense ha analizzato milioni di status di un gruppo di volontari, che poi sono stati sottoposti a questionari di verifica. Il risultato è che si ha la certezza del sesso e con una buona approssimazione l’età e i tratti caratteriali.

Methods and Results
La ricerca empirica che mi piacerebbe realizzare, analizzando la bibliografia esistente e riferendomi anche a ricerche già effettuate (penso a quelle dell’associzione «Orlando» di Bologna e all’incontro ”Tu mi guardi, io mi racconto: l’identità digitale tra blog, social network e comunità virtuali”) tenterebbe di ricostruire – attraverso prime interviste in profondità ad operatori/operatrici culturali di varie associazioni – il percorso personale e/o associativo che hanno portato per il momento 3 esperte del settore a rispondere alle seguenti domande guida:
1) I social network come palcoscenici digitali: come si costruisce una identità pubblica e come la rappresentano i generi/non generi?
2) Quali strumenti è possibile sperimentare per colmare il gender divide (dati del 2009 della Commissione Europea, «Women & ICT Status Report», raccontano che esiste uno scarto di circa il 30% a favore degli uomini nell’utilizzo della rete)?
3) Quali sono i rischi e quali i vantaggi della comunicazione in rete per le identità di genere definite, per la comunità LGBT e per i generi che non intendono definirsi? La rete (forum di discussione, siti di discussione sull’omosessualità ecc.) può facilitare – attraverso la possibilità dell’anonimato o della scelta di un avatar – il coming out per le persone omosessuali?

Nella pratica i social network consentono di definire la propria identità digitale attraverso la creazione di un profilo personale, la gestione delle amicizie, la scrittura del proprio status sulla bacheca, l’espressione di preferenze e interessi. E qui si introduce anche il concetto di reputazione on line, scandita spesso dal numero dei contatti in mostra e l’equazione tra il numero di amici ed il prestigio personale rischia di oscurare o mettere in secondo piano una più autentica espressione del sé.

Esistono siti per la Reputation Manager per aiutare le persone a creare o a ricreare la propria identità digitale. Dall’hp di www.reputazionedigitale.it/ si legge: «Costruzione identità digitale COME POSSIAMO AIUTARTI: La cura dell’identità digitale è la costruzione graduale di un complesso mosaico: reputazione, relazioni, competenze, esperienza sono i tasselli che concorrono a formare la tua immagine ed è importante che ogni aspetto emerga in modo adeguato. Noi ti aiutiamo a far sì che queste componenti siano calibrate nella tua presenza on line per restituire a coloro che cercano o si imbattono nel tuo nominativo una istantanea di chi sei, un quadro completo sulle tue attività e la possibilità di raggiungerti attraverso molteplici canali».
Il 70% dei responsabili Human Resource americani e il 27% degli italiani rifiutano i candidati in base alle informazioni che trovano on line (Data Privacy Day 2010 e Adecco-Reputation Manager 2012).

Riflessioni per approfondimenti futuri
Le letture dell’identità di genere nel panorama elettronico sono in continuo divenire. La frequentazione della rete può influire sulla costruzione dell’identità di genere – e quindi sulla costruzione e rappresentazione di “Esseri Digitali” – aprendo nuovi paesaggi e nuovi spazi comunicativi e di conseguenza nuove possibilità di costruzione e di rappresentazione del genere al quale si sente di appartenere. Le possibilità offerte dalla rete, sempre meno “anonima” in quanto sono gli stessi utenti sempre più spesso a voler consegnare la propria identità ad essi, sono infinite ed importanti per il processo di coming out delle persone omosessuali. La rete può quindi rappresentare un solido alleato, se ben utilizzata e vigilando sempre sulla propria reputazione digitale, per la costruzione e/o accettazione della propria identità di genere in questo caso specifico. Anche per la costruzione della propria identità, nel periodo adolescenziale, la “socializzazione in rete” accanto alla presenza fondamentale delle principali agenzie educative (famiglia; scuola) può rappresentare un supporto. Eventuali approfondimenti futuri della ricerca, intenderanno quindi rivolgere altri interrogativi sull’utilizzo della rete e l’identità di genere, con la modalità del focus group, in una classe scolastica di studenti medi alla presenza di ragazzi/e, insegnanti, genitori.

Irene Ranaldi

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