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Terzo grado a Giovanna Grignaffini: Bene Cofferati, ma c’'è tanto da fare

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In collaborazione con la rivista Svela Bologna, pubblichiamo l'intervista di Francesca Druidi a Giovanna Grignaffini, docente di cinema al DAMS di Bologna e dal 1994 impegnata sul fronte politico. Attualmente è capogruppo dei Ds nella Commissione permanente di Cultura, scienza e istruzione. Giovanna Grignaffini si racconta, con lo sguardo puntato al presente e al futuro. Le foto sono di Marco Zappia.

Giovanna Grignaffini, foto di Marco Zappia La finestra del salotto è aperta. Lascia filtrare i raggi del sole che giocano a nascondino con le nuvole, mentre i rumori attraversano il centro storico di Bologna. Ci accomodiamo sul divano per procedere nel nostro intento: tempestare di domande Giovanna Grignaffini. Lei ne è consapevole; la sigaretta accesa tradisce un certo nervosismo, ma la conversazione decolla velocemente. Giovanna Grignaffini non sorride spesso, ma quando lo fa s'illumina, raccontandoci delle sue passioni più intime e brucianti: la filosofia, il cinema, la politica. In effetti, i segni sparsi ovunque sono inconfondibili: un romanzo di Philip Roth sul tavolino, le videocassette riposte sotto il televisore, l'immagine tratta da un film che fa bella mostra di sé sulla scrivania dell’ingresso. E’ il primo piano di Anna Karina in "Questa è la mia vita” di Jean-Luc Godard, il regista francese su cui l'Onorevole Grignaffini ha incentrato la sua tesi di laurea in estetica, «la prima tesi in cinema della facoltà di filosofia», come ci rivela.

Curiosità. Come mai dal cinema alla politica?

Nella vita si compiono tanti salti. Non è un obbligo, ma è un bene darsi delle opportunità di cambiamento. Anche la politica è una passione che nutro da molto tempo, dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta.
Ci spieghi meglio.
Quando ero precaria all'università, ho vissuto il Movimento del '77, che è stato il movimento delle donne. Io non sono mai stata iscritta a un partito, ma ho sempre amato l'idea che frammenti di società, di professioni e di saperi interagiscano con lo spazio pubblico attraverso le forme più diverse.
Perché è scesa direttamente in campo?
Mi è stata proposta la candidatura nel 1994, anno in cui, per tutti gli avvenimenti politici accaduti in Italia, si registrava una forte domanda di investimento da parte della società civile. Mi è sembrata una buona opportunità mettere al servizio di un’occasione più strutturata e istituzionale l'accumulo di esperienze maturate in vent'anni di insegnamento all'università.
E se non gliela avessero proposta, si sarebbe lanciata ugualmente?
Da parte mia non sentivo in particolare questa necessità, ma messa di fronte all'occasione, ho scelto. E ho preso qualche rischio. C'è sempre un po' di "dilettantismo allo sbaraglio" quando si entra in un campo nuovo. Ho dovuto studiare molto, forse di più che per la tesi di laurea, per entrare nei meccanismi dei Parlamento.
Pentimenti per quella decisione?
Dopo dieci anni di fatica, contraddizioni e conflitti, non mi sono pentita di aver compiuto quella scelta.
L’ha aiutata essere stata una docente?
Dipende. Nel mio caso sì, per quella che io definisco "relazione didattica”, ossia un modo per essere in sintonia con le generazioni e i loro cambiamenti, per capire e interpretare le loro domande e i loro bisogni.
Giovanna Grignaffini, foto di Marco ZappiaSi è spostata su una scala più ampia, dagli studenti al Parlamento...
Sì, a muovermi è però sempre la curiosità per gli individui e le loro vite. il modo in cui, da docente, mi ero posta determinate domande, "Cosa occorre insegnare? Cosa vuol dire selezionare oppure bocciare?", mi è servito perché ho continuato a pormele anche durante l'attività politica.
Non deve essere stato facile all’inizio. Sono due attività profondamente diverse.
Sono campi diversi di quello che sei, che sai e che fai. Se studiare e insegnare, rappresentano un discorso, uno sguardo sul mondo, un continuo interrogarsi, riflettere e organizzate saperi, in fondo paralleli, la politica, e soprattutto l'attività legislativa, significa incidere materialmente sugli stati delle persone. Hai a che fare con vite, diritti in conflitto, aspettative.
La aiutano le sue conoscenze?
Avere delle competenze è lo strumento fondamentale per poter svolgere nel modo migliore a proprio ruolo e la propria funzione. 0 almeno, cosi dovrebbe essere per chiunque sia impegnato in politica.
In realtà, sappiamo che non è sempre così.
lo sono arrivata alla politica con un po’ di prevenzione, ma in questi anni ho avuto modo di comprendere come esiste nell'azione politica una specificità che può far sì che ci si possa occupare di politica senza passare dalle professioni.
Lei non si definirebbe un politico di professione?
In effetti non lo sono, ma è da dieci anni che faccio politica e si è verificato un cambiamento ormai da questo punto di vista.
Cosa vuol dire fare politica?
Vuol dire innanzitutto amare la realtà nelle sue manifestazioni. Vuol dire non avere idee preconcette o pregiudizi e conservare una grande attenzione per le cose e per le persone rispetto alle quali, preparando una legge, si devono dare risposte precise.
E qual è la legge ideale?
E’ una legge che accompagna i processi sociali, non limitandosi a fotografare quelli esistenti nella società. E’ una legge che non si impone dall'alto e che fa calare soluzioni e ricette secondo uno schema di ingegneria.
Ha un buon esempio al proposito?
Le dico il contrario. Le leggi di riforma di questo governo nei settori della scuola, dell'università, dei beni culturali sono leggi che mortificano questi mondi, le loro competenze e la capacità della società di auto-riformarsi.
Cosa manca?
La sperimentazione. Il governo ha fatto della precarietà del rapporto di lavoro nella scuola, come nell'università, il proprio cavallo vincente all'insegna del risparmio.
E invece come dovrebbero essere le cose?
Per me la cultura e la formazione non vanno intese come sprechi, ma come risorse per accrescere il sistema di conoscenze del nostro paese, in modo da renderlo più competitivo e democratico. Perché io credo che cultura e formazione non definiscano solo un principio di qualità della vita, ma identifichino i pre-requisiti minimi di una democrazia moderna.
Bologna, secondo lei, come sta?
Con i programmi relativi a Bologna "capitale europea della cultura”, del cui protocollo di intesa mi sono occupata ampiamente, si era iniziato a promuovere quel processo di valorizzazione che dovrebbe essere il filo conduttore delle scelte di una città come Bologna. Questo percorso si è avviato, ma poi è stato interrotto.
Da cosa?
Dall'arrivo della giunta di centro-destra, che ha della cultura quell'accezione che abbiamo ricordato prima parlando del governo: la cultura come spreco, come una risorsa da tagliare.
Non pensa ci sia stata una differenza tra i due tipi di esperienze politiche?
No anzi. Trovo una perfetta corrispondenza, che la faccia bonaria e bolognese di Giorgio Guazzaloca non riusciva a celare.
C'è stato almeno un aspetto positivo del lavoro della giunta Guazzaloca?
Diciamo che poteva andare peggio. Non ha prodotto effetti devastanti, eccetto uno.
Quale?
Aver fermato la città nel momento in cui più aveva bisogno di crescere, perché stava cambiando il suo volto e anche la sua popolazione, che per il 50% non è bolognese ma è composta da prima e seconda immigrazione. Si è pensato, sulla base della piccola bolognesità, di poter controllare la città, ma i mutamenti sono avvenuti e, non avendoli guidati, sono accaduti in maniera lacerante. Ora bisogna recuperare.
In che modo?
Per me sarebbe importante fare dell’associazionismo culturale e civico il vero motore dello sviluppo dell'offerta culturale a Bologna. lo mi aspetto un’amministrazione in grado di farsi interprete di ciò che accade in città, delle domande intercettate e delle energie messe in campo, per potenziarle, dar loro più respiro e accompagnarle. C'è una tale ricchezza, tra mondo universitario e sistema culturale.
Ci pùò fare degli esempi concreti?
Penso alla "Pluriversità, di Stefano Benni e Libero Mancuso, oppure all’Associazione Culturale "Gli anni in Tasca”: esempi di eccellenza offerti a un pubblico di massa. Questo è il modo per portare Bologna nel cuore della dimensione europea di ricerca, di sperimentazione e di qualità, evitando allo stesso tempo i fenomeni d’élite.
E' soddisfatta, quindi, dei lavoro fin qui svolto da Cofferati?
Sì, io credo che la strada intrapresa sia quella giusta: riconoscere e coinvolgere le associazioni verso quella sintesi di eccellenza e di qualità di massa che deve essere la chiave di ogni percorso culturale. Anche perché adesso viene il momento più difficile.
Vale a dire?
E' cresciuta la consapevolezza del principio di cittadinanza. Sentirsi parte di una comunità non vuol più solo dire essere informati di quel che avviene, ma partecipare in modo attivo ai processi di costruzione e trasformazione della città.
In tutta questa ricchezza, Bologna avrà pure un difetto?
A Bologna manca un’industria dei contenuti, un sistema imprenditoriale in senso stretto. Eppure ci sono i giallisti, i pittori, i fumettisti, le società di software e degli audiovisivi. C'è tutto un settore culturale che sente l’esigenza di ricevere incentivi e agevolazioni, e che aspetta delle politiche pubbliche orientate in questa direzione.
Cosa è mancato fino ad oggi?
Non è stato fatto abbastanza a livello provinciale e regionale. Tutti i soggetti, imprenditoriali e non, devono interagire per far diventate Bologna un punto di riferimento anche per l’industria dei contenuti e non solo per quanto riguarda i consumi culturali.
Intervista pubblicata su SVELA BOLOGNA (Anno 4, n. 15), maggio 2005, Golfarelli Edizioni

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