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Intervista a Ivana Trevisani, autrice del libro Il velo e lo specchio

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“Il velo e lo specchio, pratiche di bellezza come forma di resistenza agli integralismi” è un libro molto affascinante e originale che affronta il tema della cura del corpo femminile nelle società e culture islamiche stimolando delle riflessioni riguardanti anche i nostri modelli femminili e il rapporto con molte donne migranti con le quali conviviamo e ci confrontiamo ogni giorno.

Il velo e lo specchio, pratiche di bellezza come forma di resistenza agli integralismiL’autrice, Ivana Trevisani, concepisce la pratica di cura della bellezza come la possibilità politica per le donne islamiche di contrastare due tipi di limitazioni che vengono loro imposte, resistendo sia alla morale totalitaria e asfissiante dell’islamismo integralista, sia alle rappresentazioni stereotipate e distorte delle xenofobie occidentali. La dimensione sociale della cura e il suo essere legata a rituali che costituiscono un’eredità genealogica fortemente presente nelle relazioni tra le donne e nelle loro vite permette di avviare delle considerazioni intercuturali sui temi di genere, di cui abbiamo discusso con l’autrice del libro.

La pratica politica di cura della bellezza descritta nel libro appare come un non-movimento che in maniera spontanea riguarda le vite di tutte le donne e che si tramanda nelle loro storie di generazione in generazione, ma, sembrerebbe, senza una dimensione di agire collettivo responsabile. È una realtà lontana dalle manifestazioni femministe del nostro immaginario, priva di aneliti rivoluzionari e per questo rimasta largamente ignorata.

La consapevolezza dell’azione nelle donne islamiche esiste, basti pensare ad esempio alle donne afgane e a quelle algerine che nei momenti più scuri rispettivamente del regime talebano e del FIS si sono prese cura di sé con un agire collettivo e responsabile. Certo è una dimensione politica di rivolta molto lontana dai nostri movimenti, è una libertà femminile giocata diversamente. Per noi e per i nostri movimenti femministi è fondamentale ascoltare queste voci differenti sulla libertà femminile e ripulire l’immaginario collettivo da molti stereotipi e preconcetti.

Lei sottolinea come il confronto tra le donne occidentali e quelle provenienti da paesi di religione islamica rappresenti l’incontro tra due culture della bellezza, che si differenziano in quanto le donne islamiche hanno un forte senso della bellezza, mentre le altre hanno piuttosto un culto per la bellezza. Cosa significa passare dall’estetica all’etica della bellezza?

Nella nostra società io stessa a volte provo disgusto nei confronti dell’esibizione seduttiva del corpo femminile, nell’ostentazione del corpo come trappola. Penso sia una visione molto poco rispettosa anche per gli stessi uomini. Considerare la bellezza da una dimensione estetica ad una dimensione etica è un passaggio forte che nelle presentazioni del libro crea spesso delle discussioni con i partecipanti. Significa considerare la bellezza un valore per sé e non per gli altri e un atto di rispetto nei confronti delle altre donne.

Tra le donne italiane è diffusa la convinzione che le donne islamiche, dedite maggiormente alla famiglia e alla cura di comunità estese, siano qualcosa di appartenente al nostro passato e che mette in discussione gli sforzi fatti per “migliorare” la condizione femminile rispetto al secolo scorso. È possibile che questo celi la paura di rendersi conto che si può essere serene e avere una qualità della vita elevata anche scegliendo di dedicarsi solo alla sfera privata, rinunciando o limitando quella pubblica?

È molto probabile, ed è un atteggiamento motivato dal non voler guardare “all’altra” come ad un modello diverso di libertà femminile. In passato le femministe avevano come slogan “il privato è pubblico”, ora invece il pubblico è diventato privato, a causa di quella che definisco “evoluzione emancipazionista”. Bisogna capire che è importante raggiungere dei diritti, ma che questi possono essere diversi da quelli che noi immaginiamo come tali e possono richiedere altre pratiche a causa di contesti differenti.

Non so se condivide, ma secondo me il problema maggiore è la convinzione che “lo sviluppo” debba seguire un’unica linea evolutiva che culminerebbe con la figura delle donne occidentali dei nostri giorni e con la loro presunta emancipazione.

Sono d’accordissimo. Esiste una disparità non riconosciuta, sottaciuta, ma che condiziona il rapporto tra le donne italiane e le migranti. Quello delle donne migranti è un grido di dolore inascoltato dalle donne italiane, le quali presumono di avere la chiave dello sviluppo e spesso commettono l’errore di non porsi in posizione di ascolto. Il concetto di emancipazione ha un peso eccessivo rispetto a quello di libertà, che rimane anche per noi ancora lontano dall’essere una conquista.

Nel suo libro mi ha colpito quanto afferma sull’istruzione, ovvero che “coltivare e nutrire la cultura, il sapere per le donne dei mondi islamici non è questione di emancipazione ma l’occasione di ritorno a radici antiche, di abitudine alla ricerca di senso, all’elaborazione di pensiero, all’amore del sapere

L’istruzione è un grandissimo punto di forza per le donne islamiche, ma mentre nella nostra società è un bene assodato, in tante altre è qualcosa da conquistare. L’istruzione non è un problema di emancipazione, ma di continuità con il passato. Nel mondo islamico dell’antichità tante donne si dedicavano alla poesia, molto più di quanto accadesse nelle corti europee. L’istruzione delle donne è stata profondamente radicata nella cultura islamica, fino all’avvento dei fondamentalismi religiosi che l’hanno impedita.

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