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Intervista a Francesca Zajczyk, autrice del libro La resistibile ascesa delle donne in Italia

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Francesca Zajczyk, autrice di un interessante e originale libro, intitolato “La resistibile ascesa delle donne in Italia”, prende in esame la realtà delle donne in posizione apicale, analizzando i cambiamenti femminili attraverso un processo di riformulazione e messa in gioco delle identità.

La resistibile ascesa delle donne in ItaliaIl soffitto di cristallo inizia a manifestare delle crepe, seguendo un percorso complesso ancora pieno di limiti, ma anche di molteplici prospettive, come ci ha raccontato la scrittrice.

Nel suo libro lei richiama esplicitamente la teoria di Amartya Sen, secondo cui lo sviluppo umano significa possibilità di azione, ossia libertà di esprimersi e di agire. Per Sen però il successo economico in sé non è un fine, ma solo un mezzo per raggiungere l’empowerment. Perché ha scelto di analizzare “le donne che ce l’hanno fatta” economicamente come esempio di persone dotate di libertà di agire?
Il mio pensiero di base è stato diverso da quello di Sen. Mi interessava occuparmi delle donne in posizione apicale, ovvero di quelle che “ce l’hanno fatta”, e capire quali sono stati i fattori che lo hanno permesso. Anche se sul mercato del lavoro permangono delle situazioni difficili, le donne di successo stanno aumentando in Italia e ciò solleva un tema nuovo, su cui esistono pochi dati. La libertà delle donne, intesa come possibilità di poter scegliere, non è totale, ma è filtrata da stereotipi di genere di cui le donne stesse e la società sono intrise. È indubbio però che le donne in condizioni economiche vantaggiose e con titoli di studio elevati godono di condizioni favorevoli.
Lei afferma che le giovani donne hanno sperimentato la parità a scuola, e importanti traguardi sul piano professionale, a tal punto che si sentono così pari agli uomini da non porsi nemmeno il problema della parità”. Questo non rischia di oscurare la valorizzazione del femminile e di sopire la forza delle azioni contro una società ancora fortemente patriarcale?
Il rischio è fortissimo, quello che mi sembra di incontrare oggi sono giovani ingenue nei confronti dei vincoli e dei limiti della società in cui vivono. Ogni forma di discriminazione è rigettata da loro come vecchie manifestazioni di un femminismo che non le riguarda. Si impegnano molto nell’ambito scolastico e professionale cercando di fare tutto quello che vogliono, ma senza mai ricondurre la condizione individuale a una dimensione collettiva. Tutto il movimento delle donne dovrebbe agire verso una sensibilizzazione delle più giovani e una maggiore promozione delle posizioni femminili.
Gli stereotipi e le convinzioni trasmesse dalla famiglia e dalla scuola incidono sulle scelte di studio e di lavoro delle donne, rendendo le loro scelte in realtà delle “non-scelte”, come lei le definisce. Ritengo che il ripensare i testi scolastici, insieme alla realizzazione di laboratori contro gli stereotipi siano sempre più necessari. Lei conosce progetti in corso su tale tema?
Io stessa ho partecipato ad un progetto EQUAL, intitolato Demetra, sugli stereotipi di genere e i tempi di vita e di lavoro, il quale prevedeva attività di animazione con studenti di scuole medie superiori. Personalmente credo molto nella necessità di iniziare laboratori scolastici fin da molto presto. Sono convinta che oggi più che mai questa sia una strada ineludibile, altrimenti le giovani rischiano di ricevere stimoli contraddittori, essendo destinatarie contemporaneamente di messaggi di libertà e stereotipi, soprattutto nelle piccole realtà di provincia.
Lei sostiene che mentre nella coppia si sperimentano nuovi modelli di coesistenza, in cui i compagni sono sostenitori delle carriere delle partner, nelle professioni e nella politica gli uomini si oppongono intimoriti agli avanzamenti femminili. Come si può spiegare l’ambivalenza di tale comportamento?
A questo proposito vorrei citare una ricerca sulle donne elette nelle istituzioni della Regione Lombardia, intitolata “Chi comanda non è donna”. Da molteplici interviste è risultato che per le donne la conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro è il principale ostacolo alla carriera politica, mentre secondo gli uomini, interpellati sull’argomento, tale problema è solo al terzo posto. Questo è sintomatico di come per la componente maschile le carriere femminili siano una questione neutrale solo se non toccano la condizione personale, altrimenti si innescano delle contraddizioni negli atteggiamenti tra vita pubblica e vita privata. È un discorso complicato, ma sono convinta che un ruolo forte lo debbano giocare le donne nel saper affermare le proprie esigenze dentro un progetto che contenga anche l’uomo.
La reciproca promozione femminile a livello professionale e più donne in politica per realizzare migliori politiche per le donne sono stati indicati da lei come due importanti traguardi da raggiungere nella nostra società. Penso purtroppo che il raggiungimento di tali obiettivi sia ancora un’utopia nella nostra società a causa della competizione tra donne e della mancanza di stima e di fiducia reciproca.
Questo tema è rimasto per molto tempo nascosto, ma è estremamente importante parlarne. Ritengo che esistono due aspetti rilevanti. Il dover ancora oggi combattere per posti scarsi rende la battaglia interna alla componente femminile più dura. La consapevolezza di essere in competizione e dell’importanza di allearsi per contrastare gli uomini è ancora mancante. In più per le donne continua ad essere normale che sia un uomo a sconfiggerci, fa parte di una visione radicata secondo cui le donne sono abituate a perdere. Il secondo aspetto è legato ai vincoli della gerontocrazia, pur essendo questo un discorso delicato, poiché le donne hanno avuto accesso più tardi a certi livelli di potere, quindi non è completamente giusto che le più anziane debbano farsi da parte.

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