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Art for Art’s Shake - La contaminazione dello spazio

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"Progetto di laboratorio artistico femminile permanente, Art for Art’s Shake intende aprire, costruire e proporre uno spazio di arte al femminile, per pensare, sperimentare, abitare le differenze di genere - tra i generi, nei generi - attraverso le pratiche di produzione e di fruizione artistica.

Uno spazio di arte al femminile che si ponga in dialogo con la città per valorizzare e rendere visibili percorsi di ricerca artistica femminili nazionali e internazionali, promuovendo l’incontro e il confronto tra giovani artiste."

Ne parliamo con Elisa Coco (Comunicattive), una delle organizzatrici dell'evento Art for art’s shake

Inanzitutto chi sono e di cosa si occupano le Comunicattive?

Ci siamo conosciute nel 2003 frequentando un corso di formazione per redattrici online organizzato dall’Associazione Orlando e dal nostro incontro è nata Comunicattive, un esperimento che coniuga l’attivismo politico e culturale - una sorta di laboratorio sulla comunicazione con un punto di vista di genere – con un’esperienza di autoimprenditoria, un’agenzia di comunicazione, quindi un vero e proprio progetto lavorativo di sostentamento personale e collettivo.

Art for art’s shake nasce dalla collaborazione tra Comunicattive, Orfeo Hotel e Agenzia 04. Avevate già collaborato tra voi e in che occasioni? Come nasce l’idea di questa mostra?

Ci è venuta l’idea di organizzare questo evento perché abbiamo un interesse nei confronti dell’arte contemporanea con quell’ottica di genere che caratterizza tutta la nostra esperienza. Siamo riuscite a coinvolgere due realtà gestite da donne che si occupano di arte in modi diversi. Orfeo Hotel è una project room, quindi un gruppo di artiste/i che lavora intorno a temi comuni, mentre Agenzia04 è una galleria e anche un’agenzia di intermediazione artistica (fra artisti, collezionisti e via dicendo). Questa pratica di relazione ha portato l’anno scorso alla prima edizione di Art for art’s shake. Quella era una preview, un’edizione zero, che abbiamo realizzato più o meno con le stesse caratteristiche però in maniera molto sperimentale e autoprodotta.

In che senso molto autoprodotta?

Beh, in realtà l’autoproduzione caratterizza molto anche l’edizione di quest’anno: abbiamo investito molte delle nostre risorse in termini lavorativi e di competenze: mesi di lavoro non retribuito per curare tutta l’organizzazione, la selezione delle artiste, il trasferimento delle opere, l’allestimento del posto, la comunicazione, il sito web, la grafica. In più abbiamo investito risorse di tipo economico.

E dato che la mostra è assolutamente gratuita per i visitatori, come gestite i costi? E’ un investimento a fondo perduto o riuscite a rientrare in qualche modo?

Si, è un investimento a fondo perduto (ride). Nel senso che, come ti dicevo, il nostro lavoro sarà gratuito. Speriamo di ricoprire almeno parte delle spese con l’ aiuto della Regione e della Provincia, che ci hanno concesso un finanziamento parziale, ma una buona parte delle spese dovremo comunque sostenerla in maniera autonoma. Da parte nostra è un investimento per un progetto al quale teniamo moltissimo. La gratuità ha un senso specifico: volevamo proporre un evento accessibile a tutti e tutte, che non ponesse la barriera del costo, che purtroppo per molti, ad esempio i più giovani, è un ostacolo alla fruizione di eventi culturali, artistici o anche semplicemente ricreativi.

Parlavi prima della prima edizione di Art for art’s shake. Ci sono state differenze di pubblico, di riscontro, tra l’anno scorso e quest’anno?

Sicuramente sì. L’anno scorso avevamo meno risorse e meno tempo: è stata una prima edizione sperimentale. Inoltre l’affluenza è stata altalenante. Quest’anno, al contrario, c’è stata un’affluenza costante, anche perché la coincidenza con Arte Fiera ha sicuramente favorito molto la partecipazione.

E a cosa è dovuta la scelta dell’apertura serale?

Rientra sempre in quel discorso sull’accessibilità che facevo prima. In un contesto in cui i tempi di lavoro sono sempre più schizofrenici anche i tempi di vita si modificano. L’apertura serale permette di poter fruire un evento artistico in un momento diverso rispetto ai tradizionali circuiti artistici, vivere uno spazio d’arte in maniera rilassante anche come spazio di relazione, di incontro, di socialità.

Come avete scelto il tema della mostra?

Il tema di quest’anno,”Outgoing views”, è nato da un confronto tra le tre realtà che hanno organizzato l’evento e con le artiste con cui collaboriamo. C’era l’esigenza di lavorare sull’idea degli sguardi estroversi, un tema molto vasto ed eterogeneo in cui rientrano istanze socio-politiche e discorsi di denuncia anche molto forti e lavori site specific basati sull’elaborazione dello spazio fisico: molte artiste hanno immaginato i loro lavori prendendo spunto da alcune caratteristiche del luogo e tentando di intrecciare il loro percorso di ricerca con questo spazio. Questi sguardi di donne si posano su diversi contesti, e la diversità dei contesti ci restituisce una molteplicità di visioni: quello che volevamo proporre è appunto un viaggio attraverso queste visioni.

Come avete contattato le artiste? Come avete gestito i rapporti con loro?

Ogni realtà ha fatto una selezione in base anche al proprio percorso. Noi Comunicattive abbiamo utilizzato fondamentalmente due criteri: da un lato quello dell’impegno sociale e politico con un’ottica di genere, in base al quale abbiamo scelto dei lavori di denuncia su temi come la violenza, il femminicidio, le migrazioni, gli stereotipi sulla femminilità, sulla bellezza e sul ruolo sociale della donna; dall’altro abbiamo cercato di coinvolgere le artiste a cui siamo legate da rapporti di scambio, con le quali collaboriamo attraverso la produzione audiovisiva. Orfeo Hotel ha coinvolto alcune delle artiste che fanno parte del gruppo di lavoro sullo scambio identitario, mentre Agenzia04, che è orientata verso la ricerca internazionale, ha selezionato giovani artiste provenienti da paesi europei o dagli Stati Uniti.

Quindi è stata una collaborazione basata su uno scambio o avete pagato per avere le opere esposte?

No, non abbiamo pagato. Abbiamo presentato il progetto alle artiste, loro l’hanno abbracciato e quindi sono state disponibili a inviarci gratuitamente i loro lavori. Se poi qualcuno fosse interessato a comprare delle opere, noi saremmo felici di venderli, e riconoscere alle artiste anche una gratificazione economica per il loro lavoro: perché purtroppo, per chi fa quella professione, è molto difficile riuscire a viverci.

Quindi quanto conta fare rete, collaborare tra donne per allestire eventi come questo?

Secondo me è fondamentale come pratica perché serve ad unire intelligenze, talenti, competenze, sensibilità, entusiasmi, passioni: quello che nasce da questa messa in rete supera sempre la somma delle singole parti. E poi è anche una questione di sostenibilità: essendo un evento in cui il lavoro non è retribuito, il fatto di mettere insieme le forze permette di riuscire a lavorarci bene, portarlo avanti e farlo crescere.

Come avete trovato lo spazio espositivo? E’ stato difficile ottenerlo?

Grazie al contatto fornitoci da Sviluppi Urbani, una agenzia immobiliare con cui collaboriamo, abbiamo rintracciato la proprietà. La persona che gestisce Palazzo Zambeccari è una giovane donna con una certa sensibilità, che ha apprezzato il progetto e ci ha messo a disposizione lo spazio con un comodato gratuito, nella forma di una sponsorizzazione tecnica per l’iniziativa; il difficile poi è stato trasformare il tutto in maniera tale che potesse accogliere un esposizione d’arte.

Anche questo ovviamente tutto lavoro vostro di allestimento…

Assolutamente si. Tutto lavoro nostro sia a livello creativo, estetico, allestitivo, che a livello tecnico e logistico.

In che modo pensate che Art for art’s shake possa scuotere, per l’appunto, l’attuale stato dell’arte che ci circonda?

Da un lato con la scelta delle artiste e dei singoli messaggi che queste portano. Dall’altro attraverso l’idea e la pratica della contaminazione: mettere insieme l’arte con l’imprenditoria, mischiare il pubblico con il privato, concepire uno spazio espositivo anche come luogo di socialità, tutto ciò mette in discussione il concetto stesso di fruizione artistica. Insomma, creare degli ibridi secondo noi scuote un’idea elitaria dell’arte vista come qualcosa di incomprensibile ai più. E poi c’è di nuovo il discorso dell’accessibilità. Quindi direi che questa scossa si agita su vari livelli.

Tornando al genere, a proposito di élite, dato che le artiste sono tutte donne, com’è la percezione di persone che lavorano nel mondo dell’arte del dato di genere, delle differenze…

Non è molto facile far capire questa scelta, a volte c’è anche un atteggiamento di diffidenza: da un lato sembra una sorta di autoghettizzazione, cosa che ovviamente non vuole essere, dall’altro c’è chi dice che l’arte non ha sesso. Noi questa cosa la contestiamo perché secondo noi l’arte, come tutte le altre forme di pensiero, di comunicazione, di relazione, ha un sesso. Perché ha un corpo, ha un’identità e una collocazione, quindi ha sicuramente un sesso e tanti generi, visto che il genere non si riduce ovviamente al sesso. Non è un discorso puramente rivendicativo, sebbene il sistema dell’arte sia un sistema patriarcale e lo sia sempre stato: le artiste per secoli sono state escluse dalla possibilità di praticare l’arte, dalla formazione, dalle accademie; non hanno potuto sviluppare linguaggi propri e tutto ciò che facevano veniva considerato un genere minore. Dominava la concezione del genio creatore maschile e le istituzioni culturali sono sempre state dominate da uomini. Negli ultimi vent’anni però c’è stato un cambiamento: le espressioni artistiche delle donne sono esplose e si cominciano anche a vedere donne che dirigono importanti musei o hanno la direzione artistica di eventi come la Biennale di Venezia. Proporre un evento di genere non significa affermare l’esistenza di una presunta sensibilità femminile nell’arte: volevamo al contrario far vedere che di sensibilità femminili nell’arte ce ne sono tantissime, che le donne elaborano linguaggi e ricerche a seconda della loro collocazione, del loro percorso e della loro storia, che questi linguaggi sono plurimi, multipli, variegati e complessi, non riducibile a nessun “universale femminile”.

Qual è stata la risposta della gente ad Art for art’s shake? Ha incontrato le vostre aspettative? O vi immaginavate una partecipazione diversa a livello di affluenza e di tipologia di pubblico?

È andata molto bene: abbiamo contato più di 5000 presenze fino ad oggi, quindi, in termini di accessi, ci sembra un ottimo risultato. E poi ci è piaciuta molto la composizione: vedere persone anziane accanto a liceali, donne col passeggino accanto a critici d’arte ci ha fatto molto piacere perché rientrava nell’obiettivo di creare un ambiente contaminato.

E ci sono nuove aspettative per il futuro? Ci rivediamo l’anno prossimo con Art for art’s shake?

Assolutamente sì! Ci rivediamo l’anno prossimo.
Beh, magari l’aspettativa potrebbe essere quella di avere più risorse per organizzare questo evento, dandoci la possibilità di invitare tutte le artiste: nella nostra idea, che è quella di un laboratorio vero e proprio, fare in modo che queste artiste si conoscano fra di loro e attivino uno scambio sarebbe fondamentale.

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