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Il lavoro storico sulla violenza e la riflessione attuale sull'aborto: intervista ad Anna Bravo

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Torniamo a parlare di Anna Bravo, ora che le polemiche seguite alla pubblicazione dell’articolo sugli anni Settanta (Noi e la violenza, trent'anni per pensarci) sulla rivista Genesis si sono progressivamente stemperate.

Anna BravoNe parliamo con la diretta interessata, Anna Bravo appunto, che è stata professore associato di storia sociale all’Università di Torino e ha lasciato anticipatamente l’insegnamento, e che si occupa di deportazione e genocidio, di resistenza armata e civile, di violenza e nonviolenza. Appena pubblicato, il saggio ha aperto un fronte di discussione acceso e, a tratti, doloroso, perché metteva in primo piano il rapporto controverso tra le donne attive negli anni Settanta e la violenza, quella verso il corpo femminile ed il feto, agita attraverso l’aborto, e quella della sinistra extraparlamentare, praticata nelle manifestazioni di piazza e negli scontri con i neofascisti. Per Anna Bravo, in nome di un’idea di estraneità, la maggior parte delle femministe non ha visto come problema il dolore inflitto alla parte politicamente avversa e non lo ha affrontato nei decenni successivi, come non ha affrontato la questione della potenziale sofferenza del feto oltre un certo stadio della gravidanza, neppure dopo che ginecologi e neonatologi avevano cominciato a discuterne.

“Negli anni ’70 – conferma Anna Bravo – la violenza riguardava tutte le donne attive nella sinistra extraparlamentare. Per anni nessuna ha reagito pubblicamente con decisione, e/o presentato una posizione alternativa articolata che favorisse un dibattito diverso. Non basta non aver fatto niente, la responsabilità personale comprende l’omissione, molto spesso si identifica proprio con l’omissione. Certo non si può non tenere conto del clima di allora e della responsabilità collettiva nel favorire la perdita di autocoscienza e di immaginazione; ma io intendo la responsabilità collettiva nell’accezione di Jean Amery, secondo cui questo termine ha senso soltanto se lo si considera come la somma dei comportamenti colpevoli individuali, attivi o omissivi, non come colpa di un popolo, una generazione, un genere sessuale; altrimenti, verrebbe meno lo stesso concetto di responsabilità personale per quel che si compie o non si compie in prima persona.

Certo, non sono temi facili, anzi angosciano, ma prendiamo almeno atto che le cose non dovevano andare necessariamente così. Provo a fare la storia con i se. Mettiamo che il femminismo nelle sue varie espressioni non solo avesse proposto un lavoro politico diverso, ma si fosse immischiato di più e più visibilmente nella politica “maschile”; mettiamo che si fosse smarcato dal marxismo e dal leninismo, capisaldi della teoria della violenza rifondatrice, che compisse azioni di testimonianza, che desse valore al filone riformista della propria genalogia (le emancipazioniste fra otto e novecento stavano prevalentemente in quell’alveo). Mettiamo che, invece di rifiutare di schierarsi fra lo Stato e le Br, come facevano alcune, questo femminismo avesse cercato rapporti con l’area della nonviolenza, avesse preso seccamente posizione anche contro la distruttività della parte politica cui era più vicino, i gruppi extraparlamentari (come hanno fatto alcune, consapevoli che la violenza era la maggiore minaccia al movimento delle donne). Alcune precondizioni c’erano, magari disseminate, intermittenti – la critica al patriarcato che si estendeva alla sua matrice violenta, il rifiuto del sacro duo marxismo/psicanalisi formulato da Carla Lonzi, una certa capacità di rapporto con le istituzioni, soprattutto il discorso sul corpo: la prima mossa della cattiva politica è sottomettere il corpo individuale al corpo collettivo - nazionale, sociale, politico. Forse qualcosa sarebbe cambiato, e di certo sarebbe diversa la memoria. Che sia il problema della violenza sia irrisolvibile in tempi brevi, non ci esenta affatto dal ripensarci”.

Un rapporto irrisolto e difficile da superare: questo il punto di partenza dell’analisi del vuoto storiografico sul femminismo. “Sono passati trent’anni – prosegue Bravo - ed il dibattito sulle responsabilità degli anni settanta ha coinvolto molto poco le donne, come se l’approdo al femminismo avessero cancellato azioni e prese di posizione. Diversamente dalla discussione sulla violenza dell’oggi, che registra molte voci femminili. Penso che questo silenzio sugli anni Settanta sia soprattutto una questione di biografia individuale e collettiva. A me non piacciono alcune cose che eravamo, e non sono la sola. Conta anche il fatto che non ci siamo create le precondizioni per costruire la nostra storia: sapevamo che la stavamo facendo, la storia, e abbiamo pensato troppo poco a conservare documenti che la facessero vivere nel tempo. La circolazione delle idee e delle pratiche era molto spesso orale, la costruzione degli archivi è cominciata molto dopo. Ma questo “silenzio” storiografico non deve sorprendere: si è trattato di un’esperienza difficile da trasmettere nella sua ‘unicità’, così come avviene per ogni grande esperienza collettiva”.

Si registra, quindi, una memoria puntiforme disseminata in un flusso emozionale. “Ognuno ricorda il suo pezzo – precisa la storica torinese – ed è nel giusto chi dice di ‘non fidarsi di chi sostiene di ricordarsi bene del ’68, perché probabilmente non l’ha vissuto’. Vale anche per il femminismo. Una ricognizione d’insieme deve essere ancora affrontata compiutamente sul piano storiografico. Anche se io non sono poi così favorevole alle storie “complessive”, ma credo maggiormente nei filoni tematici e/o locali. Penso che tocchi alle nuove generazioni fare domande “inopportune” per sapere su quegli anni anche quello che interessa oggi. E’ giusto farle, quando si indaga su un oggetto, come se non si sapessero le cose. Sono le domande fuori tema, quelle che apparentemente non c’entrano, a far riemergere la storia e avanzare la conoscenza. In fondo tra generazioni ci sono gradi di “inopportunità”, di “incomprensione” che non implicano necessariamente un atteggiamento antagonista. A meno che si pensi che alle giovani tocchi solo ricevere ‘la libertà che noi abbiamo consegnato loro’: è una frase che ho letto di recente, e mi ha stupito, la libertà non è qualcosa che si consegna, ognuna se la guadagna a modo suo”.

Giovani generazioni che hanno (r)accolto Anna Bravo dopo la bagarre scatenata dalla pubblicazione del saggio su Genesis. Certo, non far parte di quel ‘noi’ che campeggia nel titolo (Noi e la violenza, ndr) aiuta a stemperare le reazioni ed a prendere le distanze da un’identificazione emotiva. “Principalmente credo che le tante persone giovani che ho conosciuto in questi mesi siano curiose e non rigide, – interviene Bravo. Come invece lo sono state le mie coetanee, che mi hanno accusato di falso, pentitismo, revisionismo, incompetenza, e spesso senza aver letto l’articolo sotto accusa; l’ironia è che gli insulti venivano da (una parte ampia della) sinistra e anche da (una parte della) destra. E pensare che una probabilmente ex amica, cui avevo scritto di temere proprio di trovarmi tra due fuochi, mi aveva liquidato così: ‘al contrario, piacerà molto a tutti, e lo sai. Non dice cose veramente scomode, solo lievi varianti della vulgata’!. L’ostilità nei miei confronti credo sia legata anche al fatto che il discorso veniva da una persona “di nessuna fede”. A una credente, in particolare se cattolica, si sarebbe riconosciuto il diritto/valore del fare riferimento a una tradizione e a un’appartenenza, di possedere una spiritualità e una sensibilità consolidate e “rispettabili”. Una come me, di cosa si immischiava, e a che titolo? I non credenti, è noto, hanno meno anima dei credenti.

Ma deve aver contato soprattutto il rapporto tra essere una donna e essere una studiosa delle donne – un rapporto che è una conquista, ma non se diventa troppo vincolante. Forse oggi è di nuovo vincolante come un tempo. Io sentivo che mi si voleva distruggere non solo come studiosa, ma come donna, forse quelle che mi hanno attaccato più duramente si sentivano minacciate allo stesso modo. Sarà un caso che non un solo centro femmminista mi abbia chiamato a discutere di violenza e nonviolenza, mentre lo hanno fatto scuole e istituzioni culturali e di ricerca, di donne e miste? Qualcuna ha poi cambiato idea, come Lea Melandri, che ha detto di aver scoperto che non avevo affatto buttato via tutta la nostra storia. Ma l’ho letto su “Repubblica”; perché non dirmelo direttamente? Mi avrebbe fatto piacere: dopo tante tensioni, perché non cercare una mediazione anche con me? Ma queste sono cose passate, il problema vero è che nel femminismo, accerchiamento di destra o no, non c’è un buon modo di gestire i conflitti. O si rimuovono (io a volte lo faccio perché ne ho paura) oppure si arriva allo scontro frontale, alla delegittimazione reciprova, il che crea fratture irreversibili, e fa soffrire inutilmente. Nel mio caso, è stato proprio un dolore non necessario. A che cosa è servito? Solo ad incancrenire le cose e le rotture. E non ha senso scaricare tutto sui media. Da parte nostra rilevo la difficoltà nel fare storia e nel far capire il clima: non è facile liberarsi da una sorta di memoria identitaria e dal conseguente difensivismo per la paura di essere ‘accusate di’. Una cosa che mi ha stupito: temevo che il discorso sul dolore del feto fosse angosciante, invece è stato giudicato semplicemente inopportuno o frutto di elucubrazioni personali (proprio in questi giorni stanno uscendo sui quotidiani i resoconti di dibattiti in materia, con relative spaccature fra medici americani e britannici).”

Quel ‘noi’ appare assolutamente frammentato in sostanza. Una frammentazione delle posizioni, nel femminismo e nella sinistra, che può essere considerato all'origine della sconfitta al referendum sulla fecondazione assistita. “Non credo che le divisioni siano risolvibili – sottolinea Bravo. Sulla legge 40, sono giustificate dalla differenza delle idee. Ma anche con questa frammentazione si potrebbero trovare modi comuni di agire, se solo accettassimo una accezione non totalizzante di politica. Penso ai movimenti per un solo obiettivo, che riuniscono/assemblano posizioni e persone molto diverse. Per me, questo è il momento di assumere tutto il problema della credibilità della scienza, su cui mi hanno fatto molto pensare, fra le altre, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella. Torna in primo piano anche la visibilità delle donne, il rapporto con la violenza e la presa di responsabilità delle parole”.

Tutto torna alla fine: il lavoro storico su guerra, violenza, resistenze, riduzione del danno e la riflessione attuale sulle questioni del corpo e dell'aborto. “Si parte da un dato – conclude Anna Bravo: il corpo femminile non è militarizzabile come quello maschile, e noi siamo meno forti fisicamente. Le donne non vincono sul piano della forza bruta, il che non significa che non sappiano fare del male. Tuttavia è un vantaggio, perché spinge a spostarsi sul terreno della parola, e perché garantisce che, senza la protesi di un’arma propria o impropria, non si può fare veramente del male a nessuno. Tranne ai bambini e ai piccoli animali, però, su cui alcune e alcuni infieriscono. Io lavoro sul rapporto con la violenza e la distruttività degli anni Settanta e sui modi in cui è stato, se lo è stato, ripensato. E non mi va di considerarlo un caso unico.

Se dico che il corpo femminile è vittima di manipolazione cruenta da parte del potere medico-scientifico, e potenziale tramite di sofferenza del feto, non sto equiparando aborto e terrorismo, come è stato detto. Non solo li ho tenuti divisi, ma in ogni caso sarebbe stata una comparazione, e si comparano cose diverse. E non sarebbe stato neanche creare un’analogia: l’analogia non sta nella realtà, è una forma del pensiero per verificare se esistono connessioni o no; in fondo è un modo di negoziare con le proprie ipotesi, pregiudizi, cecità (e intuizioni di cui ci si innamora troppo), è un modo di verificarsi. Il movimento delle donne ha parlato di libertà e autodeterminazione come capacità di negoziare la propria adesione ai modelli e di prenderne le misure e le distanze. Non una questione di diritti, ma di soggettività. E vale anche nel fare storia. Per molte di noi, la depenalizzazione dell’aborto era una forma di riduzione del danno. Perché non fare di questo concetto uno degli strumenti per ulteriori discussioni su punti controversi?”

Intervista realizzata in collaborazione con M.Pia Brancadori, Giancarla Codrignani, Elda Guerra, Annamaria Tagliavini, Paola Zappaterra.

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