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Centro Donna di Mestre Venezia: Il femminismo e gli interrogativi del presente

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione dell'incontro al Centro Donna di Mestre Venezia, in cui si intrecciano riflessioni sulla storia di femminismo e associazionismo del centro.

Il femminismo e gli interrogativi del presente
Le tematiche su cui si è mosso il femminismo sono oggi al centro della vita pubblica, ma la cultura delle donne continua a non avere la visibilità che ci si aspetterebbe. Penso alla crisi della politica, a partire dal suo atto fondativo –la scissione tra corpo e pensiero, natura e cultura, individuo e società-; al protagonismo del corpo, sessualità, salute, nascita, morte, invecchiamento; al rapporto col diverso; alla violenza contro le donne. Quello che è stato storicamente il “privato” oggi è sottoposto ai massimi poteri della sfera pubblica, assorbito dai linguaggi dei media e della pubblicità.
Il movimento delle donne è l’unico sopravvissuto agli anni ’70, presente oggi con associazioni, fondazioni, centri di documentazione, archivi, librerie, riviste, pubblicazioni, centri antiviolenza, siti internet, eppure appare silenzioso, come se non esistesse più. Brevi comparse e rapide sparizioni, nessun accesso all’informazione che conta.

La contraddizione è evidente: il contesto in cui viviamo ci interpella, il pensiero delle donne ha parlato della necessità di portare la politica “alle radici dell’umano”, per cui potrebbe essere un antidoto al populismo, all’antipolitica, al risveglio del razzismo e dei fondamentalismi religiosi. Ma non trova ascolto, né sembra sia stato raccolto dalle generazioni venute dopo.

Quali sono oggi le opinioni correnti sul femminismo?
C’è chi lo dà per morto, come un fenomeno del passato; chi lo vede presente ma silenzioso; chi lo vorrebbe in piazza a manifestare quando serve; chi lo rimprovera di aver taciuto finora sull’immagine degradante della donna nei media, o di non aver affrontato il problema delle istituzioni, del potere che resta sostanzialmente in mano maschile. Tra le generazioni più giovani, molte hanno della femminista un’immagine stereotipata (aggressività, ostilità verso il maschio, lesbismo); altre pensano che la differenza tra i sessi è superata; altre, consapevoli invece del peso che ha, rimproverano le femministe degli anni ’70 di non aver saputo trasmettere saperi, pratiche, capacità di contare nella vita pubblica.
Le firmatarie del documento “Di Nuovo” scrivono: “E’mancato un impegno del femminismo per l’esercizio pieno della decisione politica, la forza per affrontare la rappresentanza nelle istituzioni”.

La domanda allora è: se è vero che il femminismo ha avuto continuità, anche se in forma diversa dai suoi inizi; se è vero che oggi è più attuale che in passato, essendo venuti meno i confini tra privato e pubblico, le donne quantitativamente più presenti nella sfera pubblica, il “femminile” esaltato come “risorsa”, “valore aggiunto”, perché questa cultura è così poco conosciuta? Perché il femminismo non è riuscito a generalizzare la verità che veniva scoprendo sul rapporto tra i sessi, sul rapporto tra sessualità e politica, economia, ecc.? Noi siamo qui, quarant’anni dopo, a farci la stessa domanda. Che difficoltà abbiamo incontrato per trovarci oggi così “marginali”, pur possedendo un sapere prezioso per capire i rivolgimenti del presente?

Innanzi tutto dobbiamo tener conto che il rapporto uomo-donna affonda le sue radici in una storia millenaria e che si tratta di un rapporto di potere particolare, dove il dominio si è confuso con l’amore. A portarlo alla coscienza non poteva che essere il sesso che ne ha portato il maggior peso, come violenza, sfruttamento, mancanza di libertà. Ma è anche vero che la differenziazione astratta tra virilità e femmilità, tra corpo e pensiero, ha comportato anche per il sesso maschile alienazione e illibertà: un copione virile, una maschera che si trasmette di padre in figlio. Era inevitabile che una rivoluzione che andava a toccare equilibri così profondi, comportamenti e modi di pensare incorporati, fatti propri inconsapevolmente, incontrasse ostacoli, suscitasse resistenze.

Ostacoli esterni
Gli ostacoli esterni sono i più facili da individuare: la resistenza degli uomini al cambiamento di ruoli e poteri che li hanno visti privilegiati; ma anche angosce profonde, insicurezze, percezione della propria debolezza e dipendenza, nel momento in cui le donne acquistano più libertà, autonomia di pensiero e di scelte di vita.
In Italia in particolare il femminismo ha incontrato l’ostilità della sinistra di tradizione marxista, economicista, che vi ha visto una cultura capace di metterla in discussione alla radice. Quindi non una cultura che andava a integrare quella maschile, ma, come intuì chiaramente Rossana Rossanda, “una cultura antagonista, che non la completa, ma la mette in causa”, che la costringeva a ripensare le parole chiave della politica: democrazia, libertà, uguaglianza, partito, rivoluzione, ecc.
Più che in altri paesi, in Italia la cultura femminista è stata messa sotto silenzio, tenuta fuori dai circuiti dell’informazione e del dibattito politico.

Ostacoli intrinseci
Gli ostacoli interni sono più difficili da portare allo scoperto. Innanzi tutto la naturalizzazione che ha subìto la costruzione storica delle figure di genere: il maschile e il femminile, considerati “nature diverse” e complementari. Un’evidenza invisibile da scoprire, da portare alla coscienza. La consapevolezza che femminilità e virilità non vogliono dire uomo e donna, e nemmeno maschio e femmina, è tutt’altro che scontata. L’ambizione del femminismo degli anni ’70 è stata quella di svincolare le donne da identità e ruoli imposti (madri di, mogli di), di farle nascere come persone, individui consapevoli di che cosa ha significato essere confinate in un “genere”, un tutto omogeneo, modellato in modo deterministico sulla loro anatomia.
Sapevamo che, se avessimo avuto la forza di continuare, la costruzione di sé, l’autonomia dai modelli imposti, la nascita alla polis come soggetti interi, ci avrebbe occupate per tutta la vita. Se non ci siamo voltate indietro, per vedere se qualcuna ci seguiva, è perché il traguardo stava davanti, perché eravamo convinte che non sarebbe servito il proselitismo, che “il blocco va forzato ad una ad una” –come diceva Carla Lonzi-, che la “presa di coscienza” non è una dottrina che si può insegnare, ma una pratica che si trasmette “praticandola”.

La pratica è stata l’ autocoscienza, la narrazione e riflessione sulla vita personale che si faceva collettivamente, insieme ad altre donne e fuori dalla presenza maschile.
Anche da questo punto di vista, l’immagine che si dà spesso di quel movimento è riduttiva. Se, per un verso, è rimasto solo lo stereotipo della “strega”, dall’altro si è fatto riferimento solo alla conquista di diritti, e non a un cambiamento che andava a scavare nel profondo delle vite. Si tace il fatto più significativo che era la presa di parola -anche solo per rendersi conto che ci eravamo pensate attraverso le parole dell’altro-, la nascita alla polis di chi era stata identificata col corpo, con la natura, espropriata di esistenza propria come persona. “Partire da sé” voleva dire rendersi conto di aver interiorizzato una rappresentazione del mondo e di se stesse dettata da altri, di parlare la lingua dell’oppressore, di essere inconsapevolmente il tramite della sua legge. Si parlava non a caso di “liberazione”, per distinguersi dall’emancipazionismo, e si metteva al centro il corpo, la sessualità, perché è da lì che passa prioritariamente l’alienazione che hanno subìto le donne: un corpo che genera, una sessualità al servizio di altri, come obbligo riproduttivo e piacere del maschio.

Il “partire da sé” restava un’acquisizione anche per le generazioni che sarebbero venute dopo. E’ chiaro che l’esperienza di una ventenne o trentenne di oggi è diversa dalla nostra, come è diverso il contesto attuale. La spinta al risveglio di coscienza, a una socialità nuova tra donne, è venuta allora dall’oppressione, dall’infelicità amorosa e sessuale, dalla soggezione a un destino “naturale” già scritto. Riflettere sugli aspetti più “intimi” del dominio maschile -come l’amore, la maternità, la sessualità- ci permise allora di vedere i limiti dell’emancipazionismo, che aveva guardato solo alla vita pubblica, al rapporto tra i sessi come “questione femminile”.

Il femminismo diffuso
In altre parole, il femminismo degli anni ’70 ha avviato un processo di cambiamento che coinvolgeva profondamente la persona, la vita psichica, l’inconscio, la memoria del corpo, le relazioni primarie, come il rapporto con la madre, il vissuto corporeo e psichico. Un processo che si annunciava lento, lungo, ma soprattutto di una radicalità che male avrebbe sopportato l’urto con le istituzioni della vita pubblica. Questa difficoltà è emersa subito, quando dal movimento femminista si è passati al femminismo diffuso: nelle università, nei partiti, nei sindacati, nelle professioni. Se l’allargamento era augurabile, furono subito evidenti i rischi che comportava:
“un’operazione massiccia di esproprio e ridefinizione del patrimonio prodotto dalle donne, da parte di istituzioni della politica e della cultura” (Marina Zancan).
Al convegno di Modena sugli “Studi femministi in Italia” (1987) restava ancora aperta la speranza di potere “tutelare spazi di autonomia e autogestione, all’interno dell’università”, definire “diversi paradigmi scientifici”, mantenere un “pendolarismo tra dentro e fuori l’università”.

Sappiamo che questo pendolarismo tra il fuori e dentro le istituzioni –culturali, politiche, economiche- non c’è stato, se non sporadicamente. L’impatto con saperi disciplinari, poteri, gerarchie, linguaggi di tradizione secolare non potevano non produrre assimilazioni, più che conflittualità. Nelle università sono stati fatti studi di genere, ma della storia del femminismo e delle sue animale pratiche politiche, del sapere che si è venuto producendo dalla “lenta modificazione di sé e dal confronto con i linguaggi “esterni”, della vita sociale, del lavoro, poco si sa. Al femminismo anni ’70 si rimprovera di non aver saputo affrontare, dagli anni ’80 in avanti, le istituzioni. Io penso invece che si è abbandonato troppo presto il processo di cambiamento che avevamo avviato a partire dal corpo, dalla sessualità, dalla “violenza simbolica”. L’uscita trionfalistica della Libreria delle donne di Milano in nome di una “differenza femminile” risignificata in termini di positività -il “di più” delle donne, la loro autorevolezza basata sulla priorità dell’ “ordine simbolico della madre”, la voglia di vincere, il vivere con agio, ecc.- ha sicuramente raccolto la fatica e il fastidio per una pratica di analisi del profondo che aveva finito per assomigliare alla “tela di Penelope”, ma non ha giovato alla ricerca di autonomia dalla rappresentazione di sé e del mondo interiorizzata.

Che ci fossero rimaste zone d’ombra inesplorate riguardo alla ‘femminilità’ –la complementarità dei ruoli, l’amore, la maternità, la cura, la seduzione- oggi appare evidente, così come il fatto che resta molto da fare per scalfire saperi e linguaggi disciplinari, accademici, o modi tradizionali del fare politica (partiti, sindacati, parlamenti). Oggi la domanda (o il rimprovero) più frequente è quella relativa alle carriere, ai posti decisionali che contano e che le donne non raggiungono (“il soffitto di cristallo”). Io mi meraviglio invece del fatto che le donne non riescano ad aprire conflitti e a produrre cambiamenti neppure ai livelli più bassi della loro vita pubblica. Neppure sull’annoso problema della conciliazione tra casa, famiglia, lavoro esterno.
L’egemonia che ha avuto il “pensiero della differenza” –tanto da oscurare l’originaria intuizione del dualismo sessuale- ha riportato in primo piano il “dilemma femminista della cittadinanza”: il binomio uguaglianza/differenza. E non cambia molto se la “differenza” non viene più invocata come mancanza, debolezza, svantaggio femminile , specificità da tutelare, ma come “valore in più” . Una rivalsa nel simbolico. Era proprio il ‘femminile’, la ‘differenza’ così come si è definita storicamente, e che è diventata l’essere delle donne, che dovevamo continuare a interrogare e mettere in discussione.

E veniamo all’oggi
Saltati confini tra privato e pubblico, nella polis ha assunto un protagonismo finora sconosciuto tutto ciò che è stato considerato “non politico”, identificato col femminile. Assistiamo a quella che viene definito il “divenire donna” della politica, dell’economia. Il riferimento non è alla maggiore quantità di donne nella sfera pubblica, ma al “valore” che viene dato oggi al “femminile”. Che non vuol dire alle “donne reali”. Quella a cui assistiamo è una emancipazione del corpo, della sessualità, del femminile in quanto tale. Il corpo si è liberato di alcuni vincoli ma non ha perso i segni che la storia vi ha impresso sopra: più libero ma pur sempre “oggetto” dei massimi poteri. E’ il corpo merce, il corpo nuda vita, il corpo-immagine, non il corpo pensante a cui miravano le nostre pratiche.

Questo spiega perché le giovani si possono sentire oggi più padrone di sé, mentre trionfa un’immagine quanto mai degradante della donna.
Se in passato l’emancipazione è stata “fuga dal femminile”, oggi è il femminile a prendersi la rivincita nello spazio pubblico. Sono le donne stesse a impugnare attivamente quelle che sono state e sono tutt’ora le condizioni della loro sottomissione: la seduzione e la cura. Sono le donne che decidono di mettere a frutto il loro corpo, materno, erotico, di usarlo come merce di scambio. Sono soggetti e oggetti al medesimo tempo: un’emancipazione perversa, malata, ma pur sempre una emancipazione che ha fatto diminuire la conflittualità tra i sessi. La valorizzazione del femminile oggi viene dal mercato, dall’industria dello spettacolo, dalla nuova economia (Valore D): il femminile è una “risorsa”, un “valore aggiunto”, una dote domestica che si estende al pubblico. Quella che le nuove generazioni hanno ereditato è una libertà controversa: più possibilità di scelta, ma che non significa automaticamente essere libere di scegliere, cioè libere da pregiudizi, habitus mentali, adattamenti profondi. Hanno maggiore conoscenza del corpo, ma ne fanno un uso discutibile. Viene spontaneo chiedersi se abbiamo davanti corpi liberati o corpi prostituiti. Le nuove generazioni sanno, perché lo vivono, di aver avuto molto dalle lotte del passato, ma è una storia che non conoscono; vivono il cambiamento ma non saprebbero descriverlo, sospese tra gratitudine e dimenticanza.

La “valorizzazione del femminile” viene oggi dal sistema dominante e le donne (femministe comprese) sono tentate di vederla come una “opportunità”. Oggi non possiamo più parlare solo di “esclusione” delle donne dai luoghi decisionali. Dobbiamo parlare anche di “autoesclusione” , che vuol dire riconoscere che il potere maschile non si manifesta solo come difesa a oltranza del proprio privilegio ma anche, indirettamente, attraverso i modelli, le forme, i linguaggi, su cui si regge il governo della cosa pubblica, che si presentano come “neutri” –e questa è la loro forza-; ma soprattutto attraverso quello che appare come un dato di natura, la divisione tra privato e pubblico, con la donna vista come custode degli interessi della famiglia e l’uomo al governo della città. Queste forme indirette del potere maschile sono le più ambigue, le più invisibili: coperte, l’una dalla neutralità, l’altra dalla naturalità. Finchè non si mettono in discussione questi aspetti secolari del potere, le uniche vie d’uscita per le donne sono: conservare il loro ruolo tradizionale di mogli e madri, trovarsi nella vita pubblica strette dentro quel binomio senza vie d’uscita che è uguaglianza/differenza, assimilazione al modello maschile oppure tutela/valorizzazione della differenza femminile di genere.

Per uscire dall’altalena che vede o “vittime” o”eccellenza” femminile, bisogna cominciare a descrivere più realisticamente i tanti modi in cui le donne hanno cercato di sopravvivere, di garantirsi comunque qualche potere, qualche piacere: adattamenti, resistenze, risarcimenti, poteri sostitutivi. Il primo e il più duraturo è sicuramente quello di rendersi indispensabili agli altri. E’ la contropartita alla mole di lavoro gratuito che le donne continuano a fare e che non sembrano molto disposte ad abbandonare. I poteri che le donne hanno tentato di strappare -poteri sostitutivi o riparativi di ciò di cui sono state private, restano innominabili; lo stesso si può dire per l’amore come sogno di appartenenza intima, di fusione con l’altro, che è l’aspetto meno visibile della violenza simbolica. Per capire e venire a capo dello scacco che le donne registrano nella vita pubblica e della mancanza di conflittualità, occore interrogare a fondo la vita privata, la vita intima, che tale ormai non è più.

Dovremmo dirci con chiarezza se vogliamo che la cura resti un potere e una competenza femminile -il segno distintivo di una “differenza” di genere che come tale interesserebbe tutte le donne-, da valorizzare ed estendere fuori dall’ambito domestico, o se vogliamo mettere in discussione quello che è stato storicamente un ruolo imposto (per non dire un destino) alla donna; considerare la cura come responsabilità collettiva di uomini e donne. In questo caso è evidente che il discorso cambia: a) si smette di chiamare “maternità” la crescita dei figli, che come tale può essere fatta da uomini e donne, genitori non biologici ; b) si smette di parlare di “conciliazione” casa /lavoro esterno, professione, carriera, come se fosse un problema che riguarda solo le donne, e che si tratterebbe di rendere solo meno gravoso; c) si cominciano a vedere la cura e il tempo di vita non come un “valore aggiunto”, che va a migliorare un sistema economico, politico esistente, ma come una finalità in sé, da anteporre alla logica del mercato e del profitto, della produttività illimitata.

Il tempo di vita, dentro cui vanno a collocarsi alcune tra le esperienze essenziali degli esseri umani, che le istituzioni della vita pubblica non hanno tenuto finora nel dovuto conto, è un tempo prezioso per uomini e donne. Ma se è prezioso va tolto dalla svalutazione, dalla marginalità in cui è stato lasciato, e messo al centro dell’azione sociale e politica. Rendere buona la vita non deve essere un mezzo per fare più profitti, ma il fine. Questa, mi si può obiettare, è la rivoluzione. Nel frattempo abbiamo bisogno di asili, servizi sociali, congedi parentali, orari flessibili, misure antidiscriminatorie. Si procede per piccoli passi, ma è importante che siano fatti nella direzione giusta, mettendo a tema da subito le questioni di fondo.

Centro Donna – Mestre Venezia - 17 dicembre 2010

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