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Siamo tutte prostitute? Siamo tutti papponi? Di Monica Lanfranco

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I numerosi cartelli che c'erano al flash mob di Torino con su scritto 'Cavaliere, l'Italia non è una repubblica fondata sulla prostituzione. Dimissioni' sono sembrati efficaci alla maggior parte di noi a Genova, che infatti li hanno ripresi al flash mob genovese.

Qualcuna ha sostenuto che quella scritta dava adito ad una 'colpevolizzazione' della prostituzione, e rischiava di spostare l'attenzione sul centro del problema, ovvero sul fatto che siamo governate e rappresentate da una classe politica corrotta e iniqua. Alcune hanno sottolineato, anche sulla stampa, che se qualcuna si vuole vendere per scelta è libera di farlo e che sono fatti suoi.

Mi sento di dire che liquidare la questione del mercimonio delle giovani (e del consenso dei padri, madri e fidanzate, come ho scritto nel pezzo dal titolo Magari, uscito su Liberazione la scorsa settimana ) come fatti privati è pericoloso.

'Sono fatti loro' è una frase ambigua: il pensiero e la pratica femminista si è lungamente interrogata sul valore simbolico delle scelte, laddove non solo i grandi mutamenti legislativi ma prima di essi i comportamenti che da individuali diventano esempio collettivo e rompono la tradizione spesso assumono importanza centrale.

E' stato così nel mondo del lavoro, nelle famiglie, nella società.

Fa o no simbolicamente ( e quindi politicamente) la differenza che le giovani che vengono da paesi a maggioranza islamica dicano sì o no ad indossare il velo?

E' o no simbolicamente ( e quindi politicamente) rilevante che le donne in nero a Gerusalemme abbiamo detto di essere contro la politica del loro governo verso i palestinesi, pur sapendo il rischio di essere tacciate di antiebraismo?

Sono d'accordo che l'enfasi è da porre sul cliente, e non sulla prostituta,ce lo insegnano le nordiche che hanno pensato, sul tema della compravendita sessuale, a porre l'accento per una volta non sulla donna ma sull'uomo, che da noi si dà per scontato che in quanto maschio abbia connaturato nel dna la rapacità sessuale seriale.

Penso però che se non mettiamo a tema che essere libere non è fare quello che ci pare, ma ragionare sulla libertà in connessione con la responsabilità e la competenza non rendiamo giustizia al percorso che, almeno in Italia, dalla proclamazione della repubblica fin qui quattro generazioni di donne dei femminismi hanno fatto.

'Io sono mia', sempre per come la vedo io, non significava che quindi mi sarei potuta vendere, ma assolutamente il contrario.

Rispetto il percorso di Carla Corso e Pia Covre, e ho stimato fino all'ultimo il lavoro di Roberta Tatafiore, pur nella grande distanza di alcune visioni e riflessioni. Resto però dell'idea, per citare un vecchio articolo di Rossana Rossanda, che accanto alla necessità di smascherare l'ipocrisia di chi invoca la morale pubblicamente e poi nel privato è utilizzatore finale ci sia anche quella di affermare che in una società equa e giusta l'orizzonte di libertà non è quello della vendita di sè, per quanto scelta: connettere sessualità e denaro è comunque un atto che automaticamente inscrive questo gesto dentro al mercato, e quindi non cambia per nulla la logica capitalistica e neoliberista nella quale oggi siamo prigioniere e prigionieri. Non eravamo noi che dieci anni fa come femministe a Punto G dicevamo che ci sono beni indisponibili, e tra questi, oltre alle risorse del pianeta, c'era la dignità e l'inviolabilità dei corpi da strappare alle logiche del neoliberismo? Il fatto che oggi sia scontato che se sei carina puoi aspirare a fare la velina (magari passando dal letto del produttore, come nel film Ricordati di me) non mi pare possa essere annoverato come un traguardo raggiunto anche grazie alle lotte delle donne.

-- Monica Lanfranco
www.monicalanfranco.it
www.altradimora.it
www.mareaonline.it
www.radiodelledonne.org

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