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Magari di Monica Lanfranco

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Riusciremo a ridere, o quanto meno a sorridere, quando tutto questo sarà alle spalle? Cercando di dare un nome ai sentimenti che si provano davanti allo spettacolo che una intera classe politica sta dando di sé, e del paese, al mondo intero, credo che si possa anche parlare di lutto.

Un senso di lutto che sta tutto dentro ad un avverbio, più volte ricorso nelle risposte dei padri e dei fratelli delle presunte fidanzate del capo del governo che, raggiunti dai colleghi speranzosi di fare lo scoop, rispondevano così alla domanda se la loro congiunta fosse la favorita del sultano: ”Magari”. La storia umana è piena di frasi semplicistiche ma efficaci, che si tramandano e si traducono in molte lingue per dire verità scomode e incancellabili, e una di queste è pecunia non olet. E infatti questi padri e fratelli hanno educato e promosso le loro figlie ad un principio e ad una pratica di vita che bene è stata confermata dalla ormai celebre Karima, che in un brano telefonico intercettato dice, riferendosi al premier: “ Finché ci sta lui io mangio, se lui se ne va che cazzo mangio più?”.

Cibo, sostentamento, casa, riparo, salute, lavoro, pace, bisogni primari come quello di potersi mantenere per vivere la propria vita. Ma è davvero ormai diventato normale fare qualunque cosa per soddisfare ogni bisogno? Di quali bisogni, di quali valori trasmessi come imprescindibili stiamo realmente parlando, di fronte ad adulti e maggiori (ricordate la famiglia di Noemi Letizia, che offriva la figlia con tranquilla serenità al premier e alla stampa?) che invitano le nuove generazioni a vendersi, perché è così che si fa, perché è così che tutte e tutti fanno?

Dai furbetti del quartierino, alle veline, alle velone, alle letterine, passando per le ragazze immagine, i tronisti, le escort, l’Italia in questi anni ha arricchito di nuove parole e nuove figure il vocabolario e l’immaginario della corruzione, del disimpegno, della banalità del male che lentamente ci ha fatto regredire a paese da studiare con attenzione, ma non certo dove vivere con agio.
Non molto tempo fa si diceva ‘dignitosa’, della vita, come auspicio per sé e per chi ci era vicino.

Forse vale la pena di rammentare cosa si intenda per dignità. Vado in rete, su wikipedia, e leggo: “Con il termine dignità si usa riferirsi al sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità e di ritenere importante tutelarne la salvaguardia e la conservazione. Per i modi della sua formazione e le sue caratteristiche intrinseche, questo sentimento si avvicina a quello di autostima, ovvero di considerazione di sé, delle proprie capacità e della propria identità. Pertanto il concetto di dignità dipende anche dal percorso che ciascuno sceglie di compiere, sviluppando il proprio ‘io’. Ugualmente si riconosce dignità alle alte cariche dello Stato, politiche od ecclesiastiche richiedendo che chi le ricopre ne conservi le alte caratteristiche”. Ed ecco un’altra parola, autostima, che rimbalza, e ferisce fortissima come una lama improvvisa negli occhi abituati al buio. Quale può essere l’autostima che provano per se stesse le migliaia di giovani donne che in questi anni sono state l’esercito di manovalanza per le cene, le trasferte vacanziere, gli intrattenimenti,(nel prima e nel dopo cena), per gli ospiti, anche di Stato, come Gheddafi e Putin?

Il Financial Time, che ieri titolava L’Italia merita di più, nel 2007 aveva aperto una finestra sullo squallore culturale in cui il nostro paese versava: l’articolo di Adrian Michaels era intitolato Naked ambition, (ambizione nuda) e anticipò le riflessioni offerte due anni dopo da Lorella Zanardo nel suo documentario Il corpo delle donne. Pensare che quell’articolo fu aspramente criticato dal governo, fino al punto di suggerire una possibile ingerenza negli affari italiani, oggi sembra quasi irreale. Veramente gli italiani, ed in particolare le donne italiane, ritengono accettabile che si vendano, sulla tv terrestre, quiz di prima serata cercando di provocare i genitali dei maschi e non i cervelli degli spettatori? - si chiedeva Michaels nell’articolo. Veramente oggi in Italia ci sono così tante madri e padri che si augurano che le figlie e i figli riescano a sfondare nel mondo dello spettacolo, o in altri ambiti, non importa come? Veramente ha vinto nel cuore e nelle teste di molti adulti il modello che da venti anni a questa parte la mafiosa gestione nazionalpopolare dell’informazione e dell’intrattenimento ha inculcato dalle tv nelle nostre case?

Perché tutto non si risolva in una battuta, in qualche servizio tv (ieri erano ben tre solo su Rai tre, tutti alla ricerca della fidanzata, quando forse ci sarebbero notizie da dare e inchieste da fare) non basta chiedere che questa classe politica corrotta vada via, e che la magistratura operi con severità.
Serve un progetto culturale e politico che dia spazio, voce e opportunità alle tante, e ai tanti, giovani e non, invisibili fin qui perché quasi mai oggetto di ribalta mediatica, che hanno detto no. Non a tutti i costi: ci sono beni e valori indisponibili, non siamo in vendita, la dignità viene prima.

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