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L'indifendibile di Rossella Ghigi

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L’antica arte dell’illusionismo consiste nel saper dirigere l’attenzione dello spettatore verso un particolare oggetto o movimento, sviandolo da altri che non devono essere visti o ricordati, ma lasciandogli l’impressione di decidere cosa guardare.

Soltanto in parte essa poggia su manualità e strumenti meccanici: il suo segreto sta nell’uso sapiente del linguaggio, nel timing e nella naturalezza. Dobbiamo ringraziare il presidente del Consiglio per averci intrattenuto con illusioni e coups de théâtre di grande maestria in questi ultimi anni, così precisi da farci quasi dimenticare di essere pubblico (pagante) di uno spettacolo. Una volta ancora, però, per distrarci da ben altri temi, ha dato prova di una “sensibilità” assai poco consona al ruolo che ricopre. L’affermazione rilasciata il 2 novembre non poteva certo passare inosservata: “Da sempre conduco una attività ininterrotta di lavoro, se qualche volta mi succede di guardare in faccia qualche bella ragazza... meglio essere appassionati di belle ragazze che gay!”. Tutta l’omofobia di quel “...che gay” ha urtato le orecchie del pubblico laico, per il quale la molteplicità degli stili di vita e la diversità delle esperienze, a partire dall’orientamento sessuale, è radice e fiore della democrazia.

L’omofobia non esaurisce però la gravità di quella frase. Riascoltatela mentalmente, nella sua interezza. Nient’altro vi colpisce? In questo caso, allora, la controrivoluzione culturale degli ultimi anni è riuscita, i suoi effetti si sono sedimentati e tutto appare “naturale”: quella guerra non dichiarata contro le donne già percepita da Susan Faludi può dirsi finita (e persa dalle donne). Se invece c’è altro che sembra stonare, allora vale la pena di sottolineare ancora qualcosa. L’immaginario mobilitato dalla frase nel suo complesso è antiquato e degradante per le donne, non solo per i gay. Questa immagine delle “belle donne” da riscuotere come premio dopo la caccia, la rilassante ed eterea pausa dal mondo delle necessità, evoca quella condizione di subordinazione (anche volontaria) che per lungo tempo ha chiuso la donna a casa e l’ha rimossa dalla vita pubblica. Questa frase, parte di un più complesso sistema di potere e di saperi, è una affermazione politica reazionaria, conservatrice e misogina.

Sono in particolare tre i motivi per cui è importante soffermarsi su questo elogio delle belle donne come “dopolavoro”. In primis, l’ironia. L’ironia è stata storicamente un’arma pericolosa. Con le battute, lo humour, il sarcasmo, sono stati sdoganati anche concetti e visioni del mondo profondamente antidemocratici. Il fertile terreno che ha accolto e nutrito le leggi razziali è stato preparato anche a colpi di battute e vignette antisemite. Naturalmente all’ironia si può rispondere con ironia (e ben venga: l’ironia ha anche rappresentato un formidabile strumento di sfida del potere), ma non si deve temere per questo di prendere sul serio ciò che pur ironicamente viene insinuato. L’ironia può disarmare l’avversario che non ne scenda a patti, con l’accusa di non saper scherzare, di non saper stare al gioco, di non avere il senso dello humour. Poche cose temiamo più del non saper mostrarci ironici. Forse è di questo che ha sofferto il femminismo: esisterebbe il problema del velinismo dilagante se non fosse stata sdoganata in tv la “bella statuina” a colpi di paperine e letterine proprio con la scusa del “si fa per scherzare”?

In secondo luogo, da una prospettiva più ampia, la battuta sulle “belle donne” è solo un tassello che va a inserirsi in un mosaico complesso, scolpito da anni di rappresentazioni di donne stereotipate, imprigionate nei ruoli: “semplicemente belle”, “semplicemente madri”, “semplicemente mogli”. La donna, come numerose ricerche da tempo hanno mostrato, appare nei media come oggetto sessuale, come rappresentante dell’opinione comune, come “accudente”: molto meno come esperta (se non in materie frivole) o in virtù delle competenze che ha acquisito nel suo percorso professionale e di studio. Le viene chiesto di commentare la politica, ma spesso su aspetti superficiali, o su materie di competenza “femminile” (la famiglia, gli affetti). O peggio ancora le viene chiesto soltanto di “essere”, di stare, di incarnare la spensieratezza intesa precisamente come mancanza di pensiero. La controrivoluzione ha fatto del binomio pupa-secchione (corpo femminile-mente maschile) il proprio baluardo: l’immagine evocata non fa che confermare l’idea che la donna valga in quanto “natura” più che “cultura”.

Ma l’immagine mediatica riflette un mondo in cui non solo la strada dello spettacolo, ma sempre più anche quella della politica e delle istituzioni sembra spianata alle donne che hanno saputo investire nella bellezza più che nelle competenze. Le rapide scorciatoie che appaiono largamente preferibili a un percorso di studi dai risultati differiti e incerti altro non sono se non l’ultima frontiera dell’Italian dream: meglio investire nella propria immagine, modificarla magari a colpi di bisturi, che studiare tanto per poi trovare un lavoro precario e chissà quando. Dall’altra parte, perché nascondere la trasformazione in consigliere regionale di un’igienista dentale incontrata per caso? Quanto più arbitrariamente il potere dimostra di essere “potere di dare potere” in base a criteri propri e arbitrari, tanto più forte esso apparirà.

Da una prospettiva più ampia ancora, l’immagine evocata da quella frase non può che far riflettere sulle basi sociali ed economiche da cui nasce. Queste si rispecchiano in un sistema in cui le donne e i loro corpi possono essere assunti a tangente o a premio, scambiate e comprate a piacimento. Quel che c’è di grave è l’idea che le leggi del libero scambio vigenti nel mercato possano essere assunte a norme che valgono in tutte le relazioni umane, quale che sia la merce in questione. Il denaro, quell’equivalente universale che sa trasformare in quantità la qualità delle cose, come ricordava Simmel, viene assunto a unico metro di misura dei rapporti umani. Una donna di cui viene calcolato il valore perde valore in quanto persona. E di questo, soprattutto, converrebbe occuparsi.

L'indifendibile di Rossella Ghigi, 10 novembre 2010 - Rivista Il Mulino

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