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Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo

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In questi giorni si è parlato molto di femminismo su quotidiani e blog: il dibattito si è acceso dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera dell'articolo "Il femminismo non ha liberato le donne" di Susanna Tamaro. Suggeriamo un percorso di lettura online tra le varie voci che si sono levate sull'argomento.

Tutto ha avuto inizio con l'articolo apparso sul Corriere della Sera il 19 aprile in cui Susanna Tamaro afferma che "Il femminismo non ha liberato le donne". Secondo la scrittrice, "le grandi battaglie per la liberazione femminile sembrano purtroppo aver portato le donne ad essere soltanto oggetti in modo diverso. Non occorre essere sociologi né fini pensatori per accorgersi che ai giorni nostri tutti i messaggi rivolti alle bambine si concentrano esclusivamente sul loro corpo, sul modo di offrirsi agli altri".

Secondo Maria Laura Rodotà, ancora dalle pagine del Corriere, "Noi donne, meno libere di vent'anni fa". Rodotà se la prende con il femminismo della differenza, colpevole a suo dire di aver lasciato indietro "milioni di donne che avrebbero appoggiato (avrebbero beneficiato di) battaglie liquidate come «emancipazioniste», come se fosse una parolaccia. Rimanendo in pochissime, fino a implodere".

Marina Terragni, in "Costrette a piagnucolare", critica la tendenza vittimistica che indebolisce le donne. Per lei, "all’apparenza Susanna Tamaro e Maria Laura Rodotà dicono cose opposte: l’una che la parità e l’omologazione hanno ridotto la portata della libertà femminile; l’altra che il problema, semmai, sta nella difettosa emancipazione, nella parità non realizzata, nel fatto che le femministe italiane hanno perso inutilmente tempo a baloccarsi con il pensiero della differenza. E invece entrambe, a mio parere, contribuiscono vigorosamente alla propaganda di cui sopra (a noi donne è andata proprio male), si allineano e si danno man forte nel dipingere una situazione di illibertà e debolezza femminile. Offrono nuovi argomenti alla vulgata vittimistica che negli ultimi anni ha preso ad assordarci".

Per Bia Sarasini, si tratta di "Rimozione del femminismo". Che si rivela nella scelta del titolo "Il femminismo non ha liberato le donne" da parte del Corriere della Sera all'articolo di Tamaro. "Rivela - scrive Sarasini - la rimozione completa del femminismo dal racconto corrente della società e della politica italiana. Nel più classico ritorno del rimosso, ciò che si tiene accuratamente fuori dalla scena, il femminismo, viene accusato di non avere liberato le donne. È come volere chiudere il cerchio all’insegna del “non c’è stato nulla”, e se qualcosa c’è stato, oggi è del tutto inutile e superfluo, in ogni caso è uno sbaglio, una colpa".

Risponde a Susanna Tamaro anche Barbara Mapelli con "Le ragazze non sono un esercito di Barbie". Secondo la pedagogista, "non si può passare sotto silenzio (l'articolo di Tamaro) perché si tratta di uno scritto che, ad essere benevole, è semplicistico e superficiale, a non esserlo, è tendenzioso e manipolatorio". Sia nel liquidare il movimento femminista degli anni '70, ridotto "a una pratica di aborti casalinghi e voli per Londra con donne pronte ad abortire quasi al termine della gravidanza", sia nello stigmatizzare le giovani donne di oggi, intente solo (per Tamaro) a rapporti sessuali frequenti, a ritoccarsi con la chirurgia estetica, a vendersi al miglior offerente.

"Il nostro errore, non chiedere di più", scrive Cristina Comencini in una lettera al Corriere. E denuncia come "tutte le analisi della condizione femminile in Italia iniziano dalla demolizione dell' unico fondamentale movimento che in un paese immobile e dominato dalla Chiesa come il nostro ha aperto possibilità di pensiero, di vita e di lavoro alle donne: il movimento femminista". E ravvisa in conclusione un errore di fondo del movimento femminista: "non è andato fino in fondo, non ha trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati, non ha preteso dalla politica l' attuazione concreta non solo della parità, ma della differenza femminile, che implica una società a misura delle donne, del loro lavoro, dei bambini, del compito doppio che hanno sempre svolto nel silenzio".

Letizia Paolozzi pubblica "Due o tre cose a Maria Laura Rodotà", la quale, come abbiamo appena visto, "auspica per quelle del 'pensiero della differenza' l’impiccagione sulla pubblica piazza". Qualche osservazione sulla superficialità con cui Rodotà tratta presupposti, modi ed obiettivi del femminismo che pure qualcosa ha prodotto e le conse non sembra siano andate così male se poi, conclude Paolozzi "Maria Laura Rodotà deve ancora scrivere di questo vituperato 'pensiero della differenza'".

Nel blog Femminismo a Sud, Enza Panebianco titola che "Bisogna essere grate alle femministe. Perchè nessun@ parla delle responsabilità dei maschi?". Che infatti domanda: "E i maschi? Dov'erano i maschi? Cosa facevano i maschi? Perchè mai la "colpa" di tutte le devastazioni personali, familiari, territoriali, sociali, ambientali, filosofiche, teologiche e finanche gastronomiche deve essere delle donne?"

Infine, una sorta di sunto complessivo delle varie posizioni si trova in "Tutta colpa del femminismo" di Franca Fossati.

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