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Esperimenti di democrazia quotidiana :: Intervento di Raffaella Lamberti su invito di Maria Luisa Boccia

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Ho inteso il titolo Che accade se l’Europa si prende cura? come un vostro passaggio a un tema più direttamente “politico”, a un oggetto, l’Europa, di cui prendersi cura, anche se è l’Europa il soggetto che potrebbe/dovrebbe prendersi cura. Un nome, quello di Luisa Passerini e dei suoi studi su Europa, l’Europa e l’amore, si può associare subito. Mi viene piuttosto di raccontare “qualcosa di vivo,” che accade ora e ha incuriosito molti abitanti in città e i media. Di fatto Bologna pare ricca di “movimenti di democrazia”, come qualcuna li ha chiamati, ci piaccia o ci piaccia meno la parola democrazia. Al momento su tale terreno sono in atto almeno tre sperimentazioni importanti con diverse matrici: una, quella in cui sono impegnata, è un’esperienza di democrazia praticata che coinvolge le/gli abitanti con metodi partecipativi nella proposta di uno statuto per la convivenza e la democrazia deliberativa nella futura città metropolitana; una ha origine dall’incontro tra Labsus, laboratorio per la sussidiarietà, e l’amministrazione cittadina e ha condotto al 1° regolamento per l’amministrazione condivisa nel paese; l’altra è quella di democrazia quotidiana che si sono inventati i residenti di una via bolognese dando luogo al Social Street di via Fondazza. Noi, Orlando e il Centro donne, ci abitiamo accanto e, specie se piove, ospitiamo le loro iniziative quando non sono in giro per altre zone e città invitati a dire come si fa a dar vita a una forma di vicinato tanto semplice quanto contagiosa e invidiabile.

Il tutto nasce da un movente immediato, come racconta il suo iniziatore. Ha un bimbo piccolo che lui, Federico, e la moglie statunitense, Laurell, non sempre possono accudire: non conoscono nessuno nella via, gli occorre un babysitteraggio che non prosciughi le loro risorse. Federico chiama quindi alla condivisione via facebook: chi è interessata/o si faccia viva. La risposta supera l’attesa, come se altre/i non aspettassero che l’occasione per farsi reciprocamente presenti.
Il passaggio dal virtuale al faccia a faccia è rapido. Federico, un toscano venuto a Bologna, che in realtà a Orlando è ben noto poiché ci aiuta se vogliamo avere al Centro Loretta Napoleoni, è stanco di non conoscere le persone che incrocia uscendo da casa. Stampa dei volantini, li distribuisce nei negozi accanto: "Ho creato su facebook un gruppo dei residenti in via Fondazza, iscrivetevi". Si convocano a prendere un caffè al bar, di nuovo si aspettano di esser dentro l’ordine di grandezza della decina e si trovano in quello delle decine. Il nome che si danno, Social Street di via Fondazza, riflette l’origine e la duplice natura di ciò che stanno facendo: l’essere insieme online e nella strada. È il settembre 2013. In breve tempo l’ordine si fa delle centinaia; si parla della prima social street al mondo. Nessuno, pur rivendicando la peculiarità dell’impresa, nega che esistano al mondo esperienze di buon vicinato. Però visitando il sito www.socialstreet.it si vede che di social street riferite a via Fondazza ne nascono in continuazione. “Siamo a 285 nel paese. In Portogallo a 20”, dice Luigi, altro iniziatore: “Il numero, tuttavia, non è la cosa che conta”.

Non tutti/e sono attivi allo stesso livello, ma tutti si riconoscono in alcune idee che evidentemente si sono messe all’opera. La prima è la “socialità”. Luigi, la definisce così: “La socialità è l’elemento a costo zero che davvero innova la città”; aggiunge: “i suoi ritorni economici sono altissimi”. Tra le storie che corrono, ve ne sono molte di ordinaria frequenza: ti secca lasciare in frigo un limone e cibarie che andranno a male? Chiedi e trovi chi viene a prendersele. Il tuo frigorifero funziona ancora ma ne vuoi uno nuovo? Cerchi qualcuno cui può servire. Ti occorre un trapano? Arriva chi te lo porta e monta con te la mensola. A quali medici e artigiani ricorrere? E al cane o al gatto chi ci bada se devi assentarti all’improvviso? Qualcuno si offre. Vengono in visita dalla Germania i genitori e Britta dovrebbe cedere il letto che ha per farli dormire? Fabienne e Elide provvedono una branda. Vuoi andare a Ferrara ad una mostra? È uno spreco o una noia andare da solo/a? Finisce che ci andate in tre o quattro con una sola auto. Ovvio, se vuoi andarci da per te, ci vai.
E ve ne sono altre meno frequenti e più rilevanti: in un condominio c’è una donna anziana che non si può muovere; chi e come può farle regolarmente la spesa? In un’assemblea dei fondazziani al Centro Ellis parla della solidarietà che caratterizza l’esperienza; un giovane suggerisce di generalizzare un regolamento di condominio tipo dove si prevedono i gesti utili a rendere più facile la vita quotidiana di chi la ha particolarmente difficile. È lo stesso giovane che durante l’incontro rintuzzerà chi storce il naso per l’uso di facebook: “pensi che il rapporto tra generazioni diverse di cui godiamo ci sarebbe stato ugualmente senza facebook?”. Quella volta con me c’è Marzia, presidente di Orlando; non le viene in mente di dire, dalla tecnologa che è, come da tempo accarezzi l’idea di un social network locale, urbano.

A osservarli ci si accorge che hanno una straordinaria pazienza nell’ascoltarsi e accettarsi. In molti sono interessati alla teoria incorporata in ciò che fanno, ma non vi si precipitano; non forzano i tempi, si parlano, discutono di casi e dettagli, mettendo al primo posto il passaggio dall’essere solo ieri sconosciuti che non si guardavano neppure, all’essere oggi vicini di cui ti fidi e a cui ricorri. Non a caso tra le regole esplicite c’è la ricerca di ciò che unisce, fa legame. Non a caso tra le prime iniziative c’è stata sui muri di Santa Cristina, l’ex convento dove ha sede il Centro donne, una mostra fotografica collettiva con “I volti di via Fondazza”, ivi inclusi i musi di cane, perché in zona ne circolano parecchi.
Hanno una non meno notevole immediatezza nel darsi risposte di aiuto praticabili ogni volta che si può. Sanno che la socialità, la socievolezza è il loro bene in comune e si adoperano per coltivarlo piacevolmente nei faccia/a/faccia, nelle discussioni di strada, nel darsi una mano, nel trovare spazi d’incontro, come il negozio di Massud, elegante signore pakistano che, all’angolo di via Fondazza davanti a piazzetta Morandi, vende frutta a tutti noi e offre una bacheca fisica per gli inviti del gruppo di cui è parte. È questo che conta, assicurano.
Non so abbastanza della tensione che vi sarebbe tra i più antichi fondazziani petroniani - Via Fondazza è la via di Giorgio Morandi, un signore che non era proprio socievole al primo sguardo e che amiamo in tanti – e i nuovi abitanti meticciati. Se il buon giorno si vede dal mattino, non sembrano sprovvisti di mezzi per affrontare eventuali conflitti; si vedrà. La novità rispetto ad altri movimenti, ad esempio gli “occupy” degli ultimi anni, è che una democrazia della vita quotidiana sembra avere le carte in regola per durare.

Il Comune, com’è naturale, li ha notati e non intende rinunciare ad intrattenere rapporti con loro. Loro chiedono all’amministrazione la riconoscibilità e il riconoscimento di “spazi pubblici” di strada, siano delle panchine nella citata piazzetta davanti all’ex convento o altri punti a cui stanno pensando. Prendo parte, così, ad un loro incontro da noi con Donato, un responsabile del Comune sul nuovo regolamento per l’amministrazione condivisa.
Emergono altre parole-chiave: autonomia, cura, gratuità, informalità. Non vogliono complicare la convivialità e semplicità del loro esserci e affermarsi con convenzioni o accordi che richiedano di trasformarsi in associazione formale; immaginano modi di rapportarsi al governo cittadino “senza etichette”, intendono occuparsi dell’abbellimento e manutenzione dei luoghi che abitano “senza ostacoli” e “senza compenso”. Precisano: nel Social Street “nessuno ci perde e nessuno ci guadagna”; il denaro non è parte del gioco e chi voglia approfittare a scopo di lucro dell’attuale popolarità dell’intrapresa non può restare nel gruppo. Ovviamente, se uno vende il suo frigorifero a un altro può esserci passaggio di denaro, ma è un dato secondario. Né hanno ambizioni egemoniche; a chi li cerca da altre strade e città consigliano di sperimentarsi alla propria maniera in prove di vicinato. Dai numeri in continuo aumento, per quanto c’entrino meno, si direbbe che sono ascoltati: “il desiderio c’era, l’abbiamo solo risvegliato”.
Chi ha in mente, come tante donne a Bologna hanno in mente, “Le città vicine”, chi coltiva l’interesse a forme differenti di socialità o a rapporti diversi tra istituzioni e società civica capisce bene il valore di tutto questo arrangiare e ruminare nuovi modi e nuove regole non scritte nelle città.

Non è la prima volta che l’iniziativa personale li porta a progetti diversificati, dai cicli di lettura alla storia urbana, dal mettere fioriere sotto i portici ad una cena estiva di strada che, se si terrà, coprirà l’intera via che occupa un lungo tratto e connette vie principali della città medievale: strada Maggiore e Santo Stefano. Laurell ha messo in piedi un ciclo di letture ad alta voce, “books, livres, libros, libri”, con lo scopo di intrattenere i bambini e avviare scambi linguistici, perché il gruppo di mamme e genitori che vi prendono parte provengono da paesi diversi e i loro bambini crescono variamente bilingui. Ha il supporto delle bibliotecarie del nostro Centro e quando arrivi al giardinetto Lavinia Fontana, che il Centro lo circonda, ti scontri con il più giovane collettivo che mai lo abbia frequentato: età media due anni o poco più.
Un giorno mi trovo seduta con Silvia Carla ed Ellis nel giardinetto. Devono restituirmi le chiavi utilizzate per una lettura sulla storia della via avvenuta la sera prima. Parlano e parliamo della difficoltà di praticarla davvero la democrazia e delle leadership che si possono creare tra chi è più inventivo e attivo e chi lascia fare anche in aggregazioni dove il criterio guida è quello del consenso e non della rappresentanza e conseguenti maggioranze/minoranze. Silvia Carla introduce una distinzione che ha osservato tra modalità più maschili e modalità più femminili di gestire le relazioni e le attività nella social street ; si ripromette di farne oggetto di una discussione garbata l’intero insieme. Con autoironia nomino ideali di “cori di soliste” e la Spira Mirabilis, l’orchestra senza direttori. Sembra chiaro: stiamo aprendo un discorso che riprenderemo in autunno.

Solo per dire che continuano a nascere molte cose sotto il sole e che a volte vale davvero la pena di buttarci un occhio.

Qualcuna, ascoltando, scherzosamente ha suggerito di trasferirsi a Bologna. Non ho parlato di Europa e, qui, ne ho sentito parlare meno di quanto mi aspettassi. Proporrò di farlo con voi a Bologna.
Non ho neppure ripreso la proposta, che mi pare più ardua e certo più spinosa, di un parlarci a fondo tra femministe oggi che ci sentiamo o non ci sentiamo “sotto attacco” come qualcuna ha affermato. Se il luogo di un simile confronto potrà essere Bologna – e mi piacerebbe, al di là del mio modo inadeguato di esserci adesso -, una indicazione è indubbia: ciascuna che venisse dovrà essere pienamente accolta e ogni posizione che si esprimesse dovrà trovare ascolto.

Intervento di Raffaella Lamberti su invito di Maria Luisa Boccia
Link:
Gli esiti del Town Meeting nel Documento di Proposta Partecipata
Social Street Italia

Commenti   

 
Giuditta Creazzo
0 #1 Giuditta Creazzo 2014-10-07 07:28
Grazie Raffaella, molto bello. Giuditta
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