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Recensione di Non si può insegnare tutto di Luisa Muraro

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Il libro, di piccolo formato (che le mie alunne mi hanno insegnato a tenere come un di più), di Luisa Muraro “Non si può insegnare tutto”, edizioni La scuola 2013, a cura di Riccardo Fanciullacci, mi è venuto incontro da un banchetto in occasione della presentazione a Cagliari della recente riedizione del testo Le amiche di Dio. Margherita e le altre.

Ho inteso alla lettera il titolo pensando di trovarvi racconti di scuola, alla ricerca di elementi di senso che sento ancor più urgenti nelle contingenze deprivate dell’oggi, memore del Movimento di Autoriforma dell’Università e della scuola a cui Luisa Muraro ha contribuito a dare impulso a cavallo degli anni 80/90, del suo impegno di docente all’università di Verona e nel movimento della pedagogia della differenza, etc. In realtà il punto che vi trova non è tanto quello focalizzato sul lavoro scolastico di insegnamento quanto piuttosto sui gesti di vita e di esistenza in relazione contestuale con il mondo, le altre e gli altri: e quindi un senso ampio, esistenziale e politico di insegnamenti e trasmissioni.
Nel leggerlo vi ho percepito e ritrovato quella peculiare passione di Luisa Muraro per la postura di pensiero che nella storia ha preso spesso il nome di eresia: quel suo andare sul filo del rasoio delle questioni brucianti e delle rotture d’ordine, rigiocandole e proponendole in maniera “inaudita” ma contestuale alle esistenze, alle consistenze di vita ed alle convivenze. Come fa ad esempio con il suo tornare ad usare il nome di Dio per dire di cose di umana convivenza , scelta non affatto facile o prevista, oggi, qui, tra noi e nel tempo del post/umano.

Sono 4 conversazioni intrecciate con il giovane interlocutore Riccardo Fanciullacci, che si svolgono in maniera pacata e amichevole, in cui Luisa Muraro dipana il filo di un racconto tra percorso autobiografico e impegno politico femminista della differenza sessuale a cui la sua vita, sia di filosofa che di donna, è stata orientata .

Il titolo del volume viene dal quarto capitolo NON SI PUO’ INSEGNARE TUTTO, che si apre con una scena, molto visiva, riportata da Fanciullacci nella domanda di inizio: una ragazza venuta al Grande Seminario annuale di Diotima all’Università di Verona con la mamma e la nonna si dichiara arrabbiata e sottolinea la sua indignazione per non aver conosciuto prima gli scritti di Carla Lonzi e quel pensiero femminista cosi’ necessario … e porta come sostegno testimoniale di questo diritto che le è stato leso, cioè di non aver incontrato prima il femminismo, l’essere venuta con la mamma e la nonna, che ha portato con se’ come riscontro vivente di questa ingiustizia ...
La scena sembra paradossale ma per la verità è abbastanza corrente: mettere a carico del femminismo e delle femministe in carne ed ossa la responsabilità della loro storia di liberazione non divenuta maggioritaria e non registrata dal discorso pubblico corrente e dalle istituzioni! Mettendo quindi a carico delle carenze individuali e delle soggettività politiche femministe viventi la responsabilità del quadro storico culturale e socio politico dell’oggi! Tipo: perché non avete fatto di più e meglio e tutto quello che era necessario!?!
Al di la delle semplificazioni di giudizio e della implicata cattiva abitudine corrente a sottolineare con atteggiamento rivendicativo quel che manca al proprio attuale esercizio di libertà (non vedendo peraltro, e magari ringraziando per quel che c’è di guadagnato), nel discorso che Luisa Muraro sviluppa nel corso delle conversazioni tiene in serio conto questo punto di domanda sulla efficacia: in che modo la ricchezza e originalità del femminismo italiano può essere condivisa piuttosto che persa?
In primis, c’è da ribadire e render chiaro, oltre gli equivoci e le ambigue strumentalizzazioni dei media, che il valore del femminismo non va confuso con la riduttiva immagine depotenziante del “femminismo di stato” delle politiche paritarie, che sostengono e diffondono l’equivoco del ridursi a diventare come gli uomini e fare quello che fanno loro!
Non mi dilungo sul punto ma basta poco per vedere come è ridotto il mondo e che non se ne esce riproducendone i correnti modelli di valore e di potere! Evidente, chiaro e distinto, per chi voglia vedere!
Invece importante è puntare sulla presa di coscienza e sul potenziamento delle buone relazioni tra le donne come leva per condividere il lavoro delle relazioni con gli uomini, che autenticamente siano interessati a fare il lavoro necessario per andare verso altro da quello che c’è!
Importante è quindi condividere il lavoro del senso, il rilancio di responsabilità e di colloquio e le narrazioni messe in contesto; ed anche i ritorni catastrofici derivanti dalla crisi stessa delle storiche forme d’ordine maschile, vanno guardati per quello che sono e, rigiocato il lavoro del senso condiviso, possono anche essere occasione di altro.

Tornando indietro, nel testo e nel racconto si inizia dal FILO DI FELICITA’ da cui la conversazione prende avvio, sviluppandosi lungo il farsi del desiderio condiviso del movimento delle donne dagli inizi degli anni ’70, con il lavoro politico dell’autocoscienza e la sfida del non rinunciare al proprio desiderio, insieme non rinunciando al mondo, che anzi si viene a svelare in autenticità di sé, con il portato di salvaguardare l’esperienza viva come alta scommessa della politica proposta dalle donne: come politica del vivere in contesto a partire dal lavoro della coscienza. E da lì a qui.
Il senso libero della differenza sessuale come potenziale di intelligenza e di forza necessaria ancor più nel nostro tempo presente, che così catastroficamente e disordinatamente ci rovina addosso:” il tempo di lottare per la libertà femminile dunque non è finito, ma questa lotta è ormai ingaggiata con i problemi di un mondo che va in rovina...

Nel secondo capitolo sotto il titolo Il LIBRO DI FILOSOFIA la conversazione va alla vicenda biografica ed erratica delle scelte di vita nelle contingenze esistenziali e sociali, dalla prima adolescenza alla maturità, tra la fine degli anni ’50 e l’ esplosione dei ’70: orientamenti, disorientamenti e ricerca di sé, studi, percorsi, relazioni e semine, dopo l’infanzia in famiglia a Montecchio e il liceo a Vicenza, e poi l’andare verso la Milano dei collegi cattolici e dei movimenti passando per l’Europa larga tra Parigi, Lovanio, Magonza in compagnia dell’amica più adulta, la teologa Dorothèe Bauschke . Qui la questione è posta tra la vita e la lingua per dirla, la storia e la cultura che si riapre nel corpo a corpo della ricerca necessaria del senso e gli studi e l’impegno alla luce di ciò che accade tra se e sé e nelle relazioni.
E significativamente si chiude con una poesia che la poeta Antonia Pozzi aveva scritto ancora liceale dal titolo appunto Filosofia: oggi da una donna ho sentito/che quella mamma, in chiesa, non ci vuole più andare./Stasera non posso studiare,/ perché il libro di filosofia l’ho smarrito.
L’ingaggio nella filosofia è sottoposto quindi a verifiche di contingenza e di vita vivente.

LA TRAIETTORIA SIAMO NOI ritesse il racconto della esplosione di cambiamento radicale che dal 67-68 germina in molti flussi e percorsi, dall’antiautoritarismo dell’esperienza del gruppo-rivista l’Erba Voglio con lo psicanalista Elvio Fachinelli, Giuseppe Sartori, Lea Melandri, al separatismo del movimento delle donne, all’incontro con Lia Cigarini e l’avventura di rottura radicale della Libreria delle donne di Milano e il lavoro sull’ordine simbolico con alla base il pensiero della differenza sessuale: genealogie femminili e ritessiture di senso della storia, in relazione con la singolarità di Luce Irigaray prima e Adriana Cavarero e l’esperienza fondativa della Comunità filosofica di Diotima all’Università di Verona poi. E da lì a qui.
In questo orizzonte la ricerca sulle tracce delle donne nella storia ha trovato le orme di tante (streghe eretiche mistiche poete filosofe scrittrici ) carsicamente rinvenute e riportate alla parola di quella dimensione che Muraro ha chiamato in lingua materna, che orienta dando parola all’inaudito ma necessario e all’indicibile che alcune sanno dire; e secondo Muraro le maestre di questo lavoro del linguaggio incarnato sono proprio le mistiche, quelle antiche della tradizione cristiana che lei ha studiato (Margherita Parete e le tante altre) e quelle della nostra contemporaneità come la scrittrice brasiliana Clarice Lispector , che lei ha portato nei corsi universitari di filosofia in maniera imprevista ma risuonante: il linguaggio è il mio sforzo umano. Per destino devo andare a cercare e per destino torno a mani vuote. Però ritorno con l’indicibile ... ed è inutile tentare di abbreviare il percorso” (C.L. Passione secondo G.H., in A. Aletti, Le passioni e i legami, Feltrinelli, Mi, 2013) .

Nel condividere la mia lettura di questo testo che è insieme molto denso ma anche pacato nel dire e piacevole proprio in quanto disposto in forma di conversazione e di racconto interlocutorio, mi soffermo sul punto problematico che Muraro pone in chiusura e nomina come “Il posto vuoto di Dio” “E’ una mediazione che ho proposto per pensare quella fine della civiltà religiosa, che molti hanno indicato parlando di morte di Dio. Vuol dire che c’è un posto che non è a nostra disposizione e che non dobbiamo tentare di riempire di surrogati. Se è vuoto, qualcuno potrebbe dedurne che non c’è affatto, ma è incauta deduzione perché rischia di disegnare un orizzonte troppo limitato al desiderio...

Se non si può insegnare tutto si può almeno indicare orizzonti. Magistra, femminista, eretica e mistica Luisa Muraro.

Pia Brancadori. Insegnante di filosofia, Liceo Francesco de Sanctis, Cagliari

Commenti   

 
Rita
0 #1 Rita 2014-06-08 12:21
la vicenda mi pare sia raccontata come personale ma è anche collettiva: mi pare si sorvoli su questo punto. A riparlarne :-x
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