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Cerchiamo di capirci senza pregiudizi! - di Giovanna Foglia

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La maggior parte di noi vive e ha vissuto solo nel capitalismo per condizione storica. Alcune della mia generazione, le sessantenni di oggi, hanno sperimentato strade alternative con le Comuni, con il nomadismo e con il lavoro indipendente e manuale basato sull’artigianato. Una profonda ricerca di essenzialità per uscire il più possibile dal sistema faceva trovare modi di vivere, spendere e necessitare che spesso hanno permesso un reale baratto. Ci siamo impegnate a trovare dimensioni utopiche, reali per chi già le viveva, nella libertà di decidere da sole i tempi del lavoro e del riposo, della condivisione e della sorellanza, in una autonomia dal sistema e dal capitalismo.

Ho fondato il Trust Nel Nome Della Donna nel 2004. Da allora, e sono 10 anni, sono stati finanziati innumerevoli progetti di donne, ma la massima donazione individuale ricevuta non ha mai superato i cento euro; mentre per lo scambio di cibo e casa anche i mille, facendomi pensare che chi possiede vuole dare poco traendone possibilmente un vantaggio.
E’ un’avarizia istintiva di sopravvivenza: meglio tenersi cari i propri soldi che non si sa mai quel che può succedere. Le banche crediamo siano sicure, vantaggiose, garantiscano gli interessi ai nostri risparmi (come nel caso della Parmalat?).
Che certezza concede il microcredito investendo in "soggette" di nessuna sicurezza? Sono proprio le donne dei tropici ad aver bisogno di uno spicciolo per poter radicalmente capovolgere la propria economia. Aiutare le donne ad essere più autonome, a realizzare i propri sogni, a sperare nella complicità, nella condivisione e nella partecipazione delle altre, permette di conquistare una libertà di progettualità di grande dimensione. Penso che il femminismo abbia bisogno di una forma di economia e di un modo di rapportarsi al danaro.
Bisogna rendere reali, veri, concreti i desideri delle donne anche se in cambio di un interesse dilatabile nel tempo e secondo necessità durante il percorso di restituzione.

Se convinco le donne ricche ad investire nel microcredito con una percentuale di mezzo punto maggiore dei BOT di Stato portandole a contatto con “le soggette” vive del loro investimento, piuttosto che con un impersonale titolo finanziario, forse nel coinvolgimento, nell'entusiasmo della relazione potranno essere spinte a concedere l’intero interesse al fondo della banca etica aprendo le loro borse, le prospettive, le considerazioni. La donna per condizione naturale è la prima imprenditrice etica del mondo: deve assicurare la conservazione del suo nucleo a costo anche della sua vita, questo la rende totalmente affidabile, credibile e sostenibile.

Sono le femministe ricche che non osano uscire dal capitalismo, sono le donne che possiedono in banca dai 50.000 euro in su e non si permettono di dare gli interessi bancari ricevuti a un fondo di mutuo appoggio, alle associazioni, agli archivi, ai server, alle case di accoglienza, alle librerie delle donne del movimento. Ognuna con il suo paniere ben chiuso. Neanche i lasciti in morte, se non per noi che l’abbiamo fondato, sono avvenuti. Nessuna osa fidarsi della compagna, della femminista che mette il suo capitale a disposizione per creare un mondo migliore dove le donne sono “le soggette” della loro storia, del loro corpo, dei loro tempi. E’ tutta la vita che vivo nell’utopia per me compiuta tra nomadismo e Comuni, ne ho fatto una scorpacciata; tra baratto e scambio il passo è breve, biciclette usate a cambio di ambra preziosa, io bianca quindi ricca portavo la liberta di andare più lontano, loro le povere mi davano la loro pietra preziosa ma abbondante.

E questo non è capitalismo.

Chiariamoci: il capitalismo è basato sull’interesse proprio del soggetto mentre il socialismo si fonda sull’eguaglianza del plurale attraverso un collettivo di collaborazione per il totale.
Io donna sono “una soggetta” che vive nel plurale attraverso i figli, i vecchi e i servizi quindi sono socialista: credo che chi possiede ha la missione di dare, di creare una forma femminile di impostare l’economia. Per questo mi convinco sempre di più che una Banca Etica delle donne sarà una parte della mia missione:
  • Prestiti – microcrediti
  • Investimenti nei microcrediti
  • Fondi: di sostegno – di pensione
Il lavoro manuale, ordinario, semplice ha bisogno di essere appoggiato, finanziato, rinforzato: un mutuo sostegno fondato sullo scambio, sulla collaborazione, sulla condivisione a spettro nazionale e mondiale avallando la donna con opportunità del vivere, dell’essere, d’emanciparsi, del sostenersi, con autonomia dal sistema. Una catena di anelli che si aiutano a vicenda unendo mani e sforzi da tutte e per tutte. Se finanzio l’autonomia della donna non “bancabile” la rendo meno schiava delle circostanze, delle oppressioni e delle situazioni.

Questo progetto è un’ipotesi sconvolgente che scambia i valori abituali, che pretende di dare risposte alla differenza del pensiero femminista, collegando ricche e povere in una matassa di un processo che include differenti classi sociali nella collaborazione di un sistema di comprensione globale delle necessità, delle esigenze e delle credenze del nostro essere donna.

Volendo potremmo da subito molto di più, ma il cambiamento, si sa, è lento: si potrebbero donare ai fondi i propri interessi, si potrebbe fare un salvadanaio casalingo per tutti i giorni rinunciati della domestica e messi via, per la cresta sulla spesa nel risparmio delle offerte, per le sigarette non fumate e risparmiate per tutto quello di cui possiamo privarci per una causa comune.
Si potrebbe prendere coscienza che il femminismo è anche socialismo, partecipazione, donazione.

Giovanna Foglia
Milano, 7 aprile 2014

Commenti   

 
serena luce
+1 #1 serena luce 2014-04-13 00:50
Bell'articolo , un po' anche provocatorio. :-) :-)
Che investire sulle donne e` necessario e conveniente e` una idea che sta penetrando molti ambienti, comprese alcune istituzioni Internazionali.
Io vivo in California e partecipo da anni a finanziare , secondo mie modeste possibilità`, donne in diversi paesi , attraverso
www.kiva.org/‎ che lo rende molto facile e alla portata di molte. Anche Women for Women International e` una organizzazione che lavora molto. Attraverso di loro si puo` sponsorizzare una "sister' per un anno, e stare in corrispondenza con lei. Un altro gruppo e` The Global Fund for Women. Insomma ci sono tanti esempi gia` esistenti che potrebbero funzionare anche in Italia credo. Rendere facile la partecipazione e trasparente la gestione e destinazione dei fondi e` secondo me essenziale al successo .
Brava la Giovanna che ha sollevato l'argomento e si e` dimostrata brava imprenditrice.
Ad majora !
serena luce
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