Utilizzando il nostro sito web, si acconsente all'uso dei cookie anche di terze parti.


Uno sguardo in presenza /assenza su Paestum 2013 - di Lea Melandri

on .

Ho guardato i video delle due assemblee plenarie di Paestum 2013, col rammarico di non esserci e il piacere di constatare che ci sono stati, rispetto allo scorso anno, una maggiore articolazione e approfondimento di temi e, di conseguenza, anche un interesse rivolto in modo più specifico alla diversità delle pratiche con cui li si affronta. E’ un passo avanti o, se si preferisce, una svolta a cui hanno sicuramente contribuito la presenza significativa e il protagonismo di donne appartenenti a generazioni venute dopo gli anni ’70, interessate a problematiche tra loro apparentemente lontane: corpo, sessualità, maternità/non maternità, autodeterminazione, ma anche condizioni materiali di vita, cura, precarietà, reddito, mutualismo, autogoverno. Marginalmente hanno fatto la loro comparsa anche l’amore, la famiglia, la scuola, la formazione a partire dai primi anni di vita.

In un orizzonte così vasto, tanto da tenere insieme la consapevolezza di una crisi di sistema senza paragone e il desiderio di libertà, intesa come autonomia da vincoli, modelli, mitologie e valori maschili incorporati (violenza invisibile o violenza simbolica), non potevano non rendersi più visibili anche i percorsi del femminismo “storico”, le differenziazioni conflittuali, a volte oppositive, che lo hanno attraversato. Lo scorso anno abbiamo condiviso l’entusiasmo e l’emozione di poterci ritrovare, al di là di frammentazioni e divergenze, nel riconoscimento e nella ripresa della pratica con cui il movimento delle donne ha rivoluzionato l’idea di storia, di cultura e di politica –cioè l’autocoscienza-, a cui si andava ad aggiungere col “primum vivere” anche la messa in discussione dell’economia e dell’organizzazione del lavoro. Quest’anno, il “partire da sé” è sembrato un’acquisizione avvenuta e comune, rafforzata dalla scelta di proporlo come uno dei “laboratori”, perché si vedessero le difficoltà, gli oscuramenti che ha incontrato nello sviluppo del femminismo italiano. Caso mai, ho avvertito il rischio che si fermasse alla sua ripetizione “liturgica” dove inevitabilmente si perdono i significati diversi che diamo al “sé”.

Elisabetta Donini ha fatto osservare che “parte da sé” anche chi si occupa di problemi e soggetti “altri” rispetto alla propria esperienza: ad esempio, la guerra, le donne migranti, il razzismo, la tratta, ecc. Lo stesso si potrebbe dire per chi pensa la soggettività come momento della riflessione a cui far seguire l’azione sociale (una volta si diceva “l’uscita all’esterno”). Diverso tuttavia è intendere il “sé” come “vissuto” personale e come il luogo in cui si sono sedimentate, tanto da passare per “naturali”, le molteplici forme che ha preso il dominio maschile, e tutti quelli che gli si sono costruiti sopra, diverso è decidere che è attraverso queste “storie non registrate”, questi “oggetti seppelliti” – come li chiama Virginia Woolf- che si va a interrogare la civiltà, le sue istituzioni, i suoi linguaggi, i dualismi su cui si regge ancora oggi. E’ stato sicuramente importante dire, come hanno fatto in molte, che bisogna resistere alla tentazione di “assolutizzare” la propria pratica. Ma l’alternativa, come sappiamo, non è la semplice accettazione di molteplici parzialità. Ne sono prova le secche in cui si è venuto a trovare il dibattito tra universalismo e multiculturalità, uguaglianza e differenza, ecc. Non fa eccezione, da questo punto di vista, neanche il femminismo che si definisce “radicale”. Nei gruppi e nei collettivi milanesi degli inizi, per circa dieci anni la pratica dell’autocoscienza ha permesso che si incontrassero e scontrassero mettendosi reciprocamente in discussione posizioni molto diverse, col risultato di cambiamenti importanti per tutte. C’era chi come me partecipava alle manifestazioni, a differenza di altre con cui tuttavia si continuava a discutere di corpo, sessualità, maternità, omosessualità, rapporto corpo-legge.

Riguardo alle manifestazioni non ho cambiato parere, così come non sono convinta che tutti i diritti, in quanto tali, siano da buttar via. Quando Laura Colombo e Sara Gandini scrivono che è grazie al femminismo radicale – inteso come “relazione tra donne e presa di coscienza” (Il Manifesto, 15.10.2013)- che il femminicidio è entrato nel dibattito pubblico, dicono un aspetto della verità rimuovendone un’altra, strettamente intrecciata. Senza la grande manifestazione che si è tenuta a Roma nel 2007, e quelle degli anni successivi, la violenza domestica sarebbe rimasta confinata nella cronaca nera e nella patologia del singolo. E’ merito di gran parte del femminismo storico, dei centri antiviolenza, dei collettivi femministi e lesbici di nuove generazioni, aver fatto in modo che se ne parlasse come di un problema culturale e politico, che interroga rapporti di potere tra i sessi, dati finora come “normali”.

Sono tanti i passaggi della nostra storia che possiamo rileggere facendo attenzione alla complessità e alle contraddizioni che si portavano dentro. I due incontri di Paestum ci danno la forza e il coraggio di farlo, riconoscendo che se il conflitto che riteniamo vitale è quello che non separa (come fa invece la guerra), ma mantiene in una tensione trasformativa voci diverse, non è sempre stato così. Quello che mi ha spinto a sollecitare i due convegni nazionali non è una bonaria rappacificazione dopo anni di divisioni, ma il sentire che era possibile, una volta ritrovato un terreno comune nella pratica originale del nostro inizio, poter dire “in presenza”, senza rischiare inimicizie come in passato, quello che non ho condiviso del “pensiero della differenza” e di alcune teorizzazioni della Libreria delle donne di Milano (l’ordine simbolico della madre, le genealogie, la pratica dell’affidamento, l’autorità femminile, la disparità ecc.), pur sapendo che molte donne hanno preso coscienza attraverso di esse. L’autocoscienza è stata per me, prioritariamente, lo sguardo critico, talvolta impietoso, delle donne che ascoltandomi potevano vedere più chiaro dentro la favola che mi stavo raccontando, mostrarmi complicità e dipendenze fino allora inavvertite.

Per un altro verso, mi sento oggi di dire alle donne che più o meno consapevolmente si aspettano da incontri come Paestum “uscite” incisive nel contesto sociale e politico, prese di posizione, documenti, appelli o altro, che il femminismo del “partire da sé” non può diventare un “soggetto politico” che si muove alla stregua dei partiti e dei movimenti che abbiamo conosciuto, perché la dimensione collettiva è stata per la prima volta ricollocata nella ricerca di “nessi” tra corpo (sessuato), individuo e legame sociale. Quando ci si interroga –e nelle due assemblee lo si è fatto spesso- sulla “inefficacia” della nostra pratica, forse dobbiamo ricordarci della difficoltà che si incontra a riportare nei luoghi dove siamo, privati e pubblici, il rapporto individuo-collettivo come costruzione di quella consapevolezza e forza che si ottiene scandagliando i vissuti profondi di ognuna, portando allo scoperto paure e adattamenti. Pensiamo a cosa ne sarebbe del “rigore scientifico” su cui si basano gli studi accademici se si pretendesse di partire dai nessi tra sessualità e simbolico, tra vita personale e saperi istituzionali, tra disciplina dei corpi e discipline scolastiche (esemplare, come “incursione” nella relazione pedagogica e nell’insegnamento della storia l’esperienza di Emma Baeri all’Università di Catania, consegnata al libro Dividua, Il Poligrafo, Padova 2013 ). Più in generale, pensiamo a quanto potrebbe “estendersi” l’autocoscienza se invece di limitarsi agli studi genere si portasse nella scuola a tutti i livelli il femminismo, le sue analisi, le sue pratiche, la quantità enorme di scritti depositati negli archivi.

Fare più chiarezza nelle nostre (diverse) pratiche è sicuramente un modo per fare qualche passo in più nella comprensione di quella difficoltà, che Rossana Rossanda già intravedeva alla fine degli anni ’70, a far sì che “questa presa di coscienza di noi cadesse, per così dire, con tutto il suo peso dentro il mondo dell’uomo, accelerando e problematizzando tutti i processi di scomposizione dei poteri”. (R.Rossanda, Le Altre). Per dirla in altro modo: dovremmo continuare a farci dono di quello sguardo critico che vede chiaro dove noi sogniamo e che non esita a essere “distruttivo” dove trova complicità con la visione del mondo di cui vorremmo liberarci, ma che spesso riproduciamo a nostra insaputa e a nostro malgrado.

Grazie a tutte e a presto
Lea

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna