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Lettera di Lea Melandri per Paestum 2013

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Care amiche, come temevo, per lo stato di temporanea immobilità a cui sono costretta per una caduta nel mese di agosto, non potrò essere con voi a Paestum. Inutile dire quanto mi addolora l’assenza da un incontro che ho desiderato, sostenuto e immaginato come una svolta verso percorsi più largamente condivisi – che non vuol dire unanimità, ma capacità di costruire relazioni tra donne di età, formazione culturale e politica diversa.

Come ho già detto lo scorso anno, il richiamo al femminismo degli inizi (anni ’70), alle sue teorie e pratiche originali, rivoluzionarie rispetto all’ordine esistente – sia privato che pubblico -, non è sempre e necessariamente la ripetizione o la replica nostalgica del passato, ma una ripresa essenziale per dare seguito e nuovi sviluppi a esigenze radicali che si sono poste allora ma che non potevano avere in quel momento risposte adeguate.

Tale è a mio avviso l’idea di libertà riportata al rapporto tra vita personale e politica, che non a caso abbiamo ritrovato come titolo nella Lettera di invito a Paestum 2013. Che sia stata sottolineata innanzi tutto la libertà dal bisogno – inteso dalle donne più giovani come condizione materiale di sopravvivenza – non mi meraviglia: mancanza di lavoro, dipendenza prolungata dalla famiglia d’origine. La generazione protagonista dei movimenti antiautoritari degli anni ’70, a cui pur con tutta la sua originalità appartiene il femminismo, ha potuto esprimere dissenso, contestazione, rovesciamento di ruoli e poteri, perché era “garantita”, o si è pensata tale anche quando, come nel mio caso – nullatenente, con genitori nullatenenti e sulla soglia della vecchiaia – non lo era affatto. Con uno stipendio da insegnante si poteva trovare facilmente affitto, vivere da sole, economicamente autonome.

Oggi non è così. Se non vogliamo chiamarla precarietà, perché giustamente ci sembra una definizione riduttiva rispetto alla varietà e complessità delle attuali condizioni di lavoro, oltre che dell’esperienza che ne fanno le singole, diamole altri nomi, ma affrontiamola. E non solo per le giovani, ma per tutte le donne che si vengono a trovare nell’età avanzata , quando i bisogni primari aumentano, a fare i conti con la loro condizione economica. Il riferimento a difficoltà materiali che oggi vivo in prima persona non è affatto casuale, ma vorrei che se ne discutesse in chiave politica, per tutte e, mi viene da aggiungere, per tutti: donne e uomini. Se non ricordo male, diceva Don Milani: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Ma ci sono altre mancanze di libertà, i cui effetti sono altrettanto materiali. Sono le illibertà meno visibili e quindi più insidiose, impropriamente considerate meno pressanti – o “sovrastrutturali”, come avrebbero detto i ‘compagni’ degli anni ’70 – Sono quelle che affondano le loro radici in una visione del mondo imposta dal dominio maschile, ma incorporata dalle donne e subìta sotto certi aspetti dagli uomini stessi. Io continuo a chiamarla come in passato “violenza invisibile”. Pierre Bourdieu, nel suo libro Il dominio maschile (Feltrinelli 1998), parla di “violenza simbolica”, riferendosi a condizioni di esistenza intollerabili, che tuttavia appaiono spesso “accettabili”, persino “naturali”. La forma suprema, la più subdola, perché invisibile della violenza simbolica – dice Bourdieu – è l’amore, come sogno fusionale, appartenenza intima a un altro essere.

Se il dominio maschile dura così a lungo e arriva alla coscienza con tanta lentezza, è perché passa attraverso la vita intima (sessualità, maternità), perché è inscritto “nell’oscurità dei corpi”, oltre che nelle istituzioni, leggi, poteri e saperi della sfera pubblica. Il femminismo ha cominciato interrogando la complicità, inconsapevole e incolpevole, delle donne – quella che passa attraverso la cancellazione della loro sessualità, diventata obbligo procreativo-, ma abbiamo smesso troppo presto di farlo, pensando di essere già portatrici, come eredi dell’ “ordine simbolico delle madri”, di una “libertà” , di un “di più”, di una “differenza femminile” riletta in chiave di positività e che avrebbe dovuto essere solo “riconosciuta” per la sua evidenza logica da donne e uomini. L’uso che le donne fanno oggi delle “doti femminili”, della “libertà” di disporre del loro corpo in cambio di denaro, successo, carriere, dovrebbe dirci che c’è ancora molto da riflettere per venire a capo dei tanti adattamenti provocati da millenni di sottomissione alla cultura maschile.

Alle amiche che ritengono sia oggi necessario lavorare insieme agli uomini, al di là degli interventi che ho fatto precedentemente sul blog per evitare contrapposizioni inutili, vorrei dire ora con più chiarezza quello che penso. La presa di coscienza che viene dal femminismo fin dai suoi inizi ha spostato l’attenzione dalla “questione femminile” al “rapporto uomo-donna”, e come tale rappresenta l’apertura di una nuova storia per entrambi i sessi. Ma si è detto anche che occorreva “partire da sé”, e anche questo vale per uomini e donne. Non si tratta perciò di fare proselitismo e cooptazione – su cui siamo tutte d’accordo -, ma nemmeno chiedere il riconoscimento di verità teoriche e pratiche di libertà di cui saremmo portatrici. Non si tratta, come abbiamo detto spesso, di “cambiare” gli uomini, ma di metterli di fronte al nostro cambiamento, nel privato e nel pubblico. Se è importante condividere momenti di riflessione comune con quelli che oggi si interrogano sulla maschilità, come gli amici dell’associazione Maschile Plurale, lo è altrettanto trovare la forza per contrastare, dissentire, configgere, imparare a dire dei no, quando ci accorgiamo che ci viene imposto o chiesto di sottostare alle logiche del potere maschile, sotto qualsiasi forma si presenti, anche la più accattivante.

Come ho già scritto nella proposta di “laboratorio”, quando ancora speravo di poter esserci, vorrei che ci chiedessimo perché la femminilizzazione della vita pubblica sia così poco conflittuale, se per caso la violenza che c’è nella complementarietà dei ruoli, non stia transitando dal privato al pubblico, dalla “cura” e dal lavoro domestico visti come “dono d’amore” al “talento femminile” elogiato oggi dall’economia – almeno a parole – come “valore aggiunto” per le imprese. Mi chiedo se dietro la tendenza a integrarsi, anziché mettere in discussione l’ordine esistente, non ci sia ancora l’illusione amorosa, l’interezza pensata come ricongiungimento armonioso di due “generi” complementari. Non sto parlando di residui romantici, ma di un bisogno d’amore che per le donne viene da lontano, come scopriamo ancora con sorpresa quando facciamo autocoscienza.

Vi chiedo di perdonare la lunghezza, ma ci tenevo a essere con voi almeno con qualche pensiero, in attesa di altre occasioni di incontro che non mancheranno se a Paestum ci saranno la passione e la felicità collettiva dello scorso anno.

Baci a tutte e a presto
Lea

Commenti   

 
Paolo
0 #3 Paolo 2013-10-06 22:55
certo che l'amore può finire ma se due innamorati non hanno neanche una speranza che durerà..allora che senso ha?
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Paolo
0 #2 Paolo 2013-10-06 17:44
l'amore (coi suoi lati oscuri e lati chiari quando è vero e sano non soffoca la libertà dell'altro nè la propria..
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Paolo
0 #1 Paolo 2013-10-06 17:37
e io invece non voglio rinunciare neanche all'amore come appartenenza reciproca..mi dite che è incompatibile con la libertà? Io non vi credo
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