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Dal di dentro - in risposta all'articolo di Annamaria Tagliavini

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Cara Annamaria, ho letto con molto interesse le tue riflessioni sulla morte di Silvia, l'ennesima donna uccisa dalle mani di un uomo e mi sono resa conto che c'è una linea di demarcazione netta tra i pensieri di chi tratta di violenza sulle donne dal di fuori, pur con cognizione di causa e grande sensibilità, e quelli di chi invece i segni della violenza li ha portati sul fisico e continua a portarli nell'animo.

Davanti alla storia di Silvia, come a quella di ogni altra donna uccisa, sento i brividi che si provano quando ci si sente miracolosamente risparmiati da un evento catastrofico, quell'aereo che cade su cui avresti dovuto esserci anche tu, ma non sei salita. Ma con Silvia ancora di più. Perché, come dici tu, è successo a pochi isolati dalle nostre case, e si sa, quando le cose succedono vicino a noi ci coinvolgono di più. Ma soprattutto perché le parole lette sul suo blog "Latte versato" sono identiche alle tante che ho scritto su agende, diari, fogli di carta, nella corrispondenza con amici, o con "lui" stesso..., scritte per vedermele davanti, per tirare fuori qualcosa che mi soffocava dentro, per tentare comunque sempre la strada del dialogo nella speranza che le cose potessero cambiare.

Perché proprio a Bologna ti chiedi. Perché le donne e gli uomini sono uguali in ogni luogo, uguale è il loro modo di stare dentro le relazioni, uguale il loro modo di amare, la loro sofferenza e la loro follia, uguali i percorsi di vita spesso caratterizzati da problematicità che hanno radici nel vissuto più intimo di ogni uomo e che sono in grado di generare mostri, uguale è la storia delle donne educate ad essere crocerossine, a curare, a salvare...

I servizi, indispensabili, non bastano, e Bologna non è una città più attrezzata di molte altre per affrontare questi problemi: non è il coraggio che manca per riprendere in mano la propria vita, ma la forza psicologica e interiore di sostenere la propria solitudine quando sai per certo che nel momento in cui lui farà i conti con la sua di solitudine – che è qualcosa di più che l'essere lasciati da una donna – esploderà quel delirio persecutorio che Silvia ha con grande lucidità espresso nel suo blog.

Ho chiesto aiuto denunciandolo, forte della stessa convinzione di Silvia e cioè che certi comportamenti facessero parte di una violenza psicologica ben definita anche penalmente. Il dramma è che non è così. Sono passati mesi prima che venisse diffidato dal tenere quei comportamenti e in quel frattempo avrei potuto tranquillamente andare ad incrementare il numero delle Ferite a morte. Il procedimento a suo carico è infine stato archiviato, per volontà di una PM donna e di un GIP maschio in una vergognosa uguaglianza di genere. Archiviato perché in fondo si è trattato di una “manciata di maltrattamenti”, archiviato perché l'accusato presentava un “carattere problematico”.

Ecco quindi che “i servizi” non bastano, come non basta sciorinare dei numeri se rimangono tali... Il Procuratore Generale di Bologna ha affermato che dal 2009 ad oggi sono state 2693 le denunce per stalking nella nostra città. Questo significa soltanto che 2693 donne hanno trovato la forza di uscire allo scoperto accusando 2693 uomini della violenza fisica o psicologica che hanno subito. Se non si pone l'attenzione all'esito di queste denunce e al fatto che questi numeri vogliono dire anche che 2693 uomini hanno indirettamente “chiesto aiuto”, non faremo grandi passi nella prevenzione della violenza domestica. Quando un maschio diventa capace di tanto significa che è arrivato al capolinea del suo essere uomo; archiviare un procedimento per stalking, e non credo che la mia denuncia sia la sola ad esser finita così, vuol dire legittimare il comportamento violento che l'ha avviato., vuol dire ignorare istituzionalmente che la violenza sulle donne è un problema maschile.

Accanto alle annunciate “task force”, servirebbe un iter di indagine rivolto più all'analisi delle dinamiche che hanno scaturito le violenze, piuttosto che alla conta dei lividi e una prassi successiva che imponga al maschio violento un percorso di supporto psicologico e psicoterapeutico che lo costringa a guardare dentro se stesso, operazione che un uomo purtroppo difficilmente sente di aver bisogno di fare.

Bisognerebbe interrogarsi a viso aperto sulla matrice della violenza e intervenire là dove nasce, che non è mai tra quelle mura domestiche dove si è prodotta. Andrebbe indagato senza paura quel rapporto primordiale che i maschi hanno col mondo femminile, quel maternage infinito che avvolge i maschi ed esercita un controllo nel loro percorso di formazione fin dalla nascita... la mamma, la nonna, la dada, la maestra, la professoressa, la..., fino a diventare, in presenza di un terreno psicologico particolarmente fragile, castrante e non liberatorio. E, ancora, quel legame incestuoso che il figlio maschio ha con la “madre”, che, dove non viene interrotto dalla parola di un “padre” che intervenga e a spezzare la continuità dei loro corpi, impedisce la prospettiva di un orizzonte vitale al di là del loro reciproco abbandono...

Ti chiedi perché Silvia non è scappata, perché non si è ribellata nonostante la lucida consapevolezza di ciò che stava vivendo: perché la sua, come la mia, era una lucidità apparente, come può essere la lucidità di chi è sottoposta a ricatti psicologici continui. Perché per scappare bisogna essere forti e bisogna esserlo anche per sostenere l'iter giudiziario che segue alla denuncia e anche - e tanto - di fronte alla giustizia che sentenzia che in fondo non è successo nulla, non è scorso del sangue. Già.

C'è tantissima strada ancora da fare: quella rivoluzione culturale che insegni agli uomini e alle donne fin da piccoli ad amarsi nel rispetto reciproco, a cui accenni, non può prescindere dall'essere donne e uomini nuovi nell'interpretare quelle asimmetrie di potere che sono il paradigma delle nostre relazioni, prima fra tutte quella tra madre e figlio.

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