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Come e quanto le donne sono complici dello stesso incubo di cui sono vittime? di Lea Melandri

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La violenza contro le donne in ambito domestico sembra aver subìto la sorte di tutti i grandi «rimossi» della storia: comportamenti umani considerati a lungo «naturali» e per questo destinati a diventare invisibili che vengono improvvisamente allo scoperto, tra lo stupore e l’incredulità. È stato così per la sessualità femminile, identificata a lungo con la procreazione, e per la divisione sessuale del lavoro, regolata sulla base dei ruoli complementari dell’uomo e della donna.

La centralità che è venuta prendendo una vicenda drammatica, dai risvolti culturali e politici profondi, dopo essere stata a lungo confinate nelle «brevi di cronaca», è certamente importante. Ma il passaggio successivo avrebbe dovuto essere l’analisi del fenomeno in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più ambigui e contraddittori.

Lo sguardo portato quasi esclusivamente sulle vittime, la spettacolarizzazione della violenza attraverso la fiction televisiva o la messa in scena teatrale -che è quello che sta accadendo- può portare invece, senza volerlo, all’effetto opposto.

Ne è esempio evidente il monumento eretto il 23 marzo 2013 su una piazza di Ancona «in onore di tutte le donne vittime di violenza»: la figura femminile così come vi è rappresentata – abiti stracciati che coprono a mala pena alcune parti del corpo, lasciando scoperte le natiche, gambe divaricate e sguardo vuoto fisso davanti a sé – è, come è stato notato da più parti, «un perfetto oggetto sessuale», una donna violabile, più che «violata».

Un osservatorio più complesso è quello offerto dal libro del blog La 27 Ora Questo non è amore (Marsilio 2013), sia per la varietà delle voci chiamate a dar conto della violenza da prospettive diverse – avvocati, medici, forze dell’ordine, operatori dei centri antiviolenza -, sia per aver raccolto le testimonianze di vittime e uomini maltrattanti consapevoli dell’ambiguità dei loro comportamenti.

Il riferimento alla «cultura» dentro cui va a collocarsi l’esercizio del potere maschile nelle sue forme più arcaiche – come potere di vita e di morte – perde l’astrattezza con cui viene nominato dai media per incorporarsi nelle fantasie e nei pensieri delle figure sociali che ne sono, sia pure in modo diverso, coinvolte.

Vengono così in primo piano i legami inquietanti e apparentemente inspiegabili tra amore e violenza, libertà e pulsioni incontrollabili, tenerezza e rabbia, ribellione e resa incondizionata. Allo stesso modo diventano imprescindibili domande scomode che ancora si esita a formulare:
Come e quanto le donne sono complici di quello stesso incubo di cui sono vittime»
Da dove nascono le fragilità e le paure maschili per produrre così “naturalmente” un atto aggressivo?

Se è importante – come recita il titolo del libro – dire che «non è amore», lo è altrettanto riconoscere, come emerge dalle testimonianze, che la violenza parla purtroppo il linguaggio di un amore attraversato da logiche di guerra, che la vittima e l’aggressore a volte sembrano scambiarsi le parti, in un circolo vizioso senza fine.

«Avevo mille dubbi. E anche sensi di colpa. Forse qualcosa nel mio comportamento poteva averlo spinto a tanta rabbia scatenata. E poi mi vergognavo. Cosa avrei raccontato alle tante persone che incontravo ogni giorno?» (Ileana Zacchetti, assessore alle Pari opportunità del comune di Opera).

«La prima volta che mio marito mi ha picchiata sono rimasta sorpresa, ma l’ho presa come una dimostrazione di affetto: anche mio padre da piccola mi picchiava sempre. Se mi menava era perché mi amava. Me lo meritavo, avevo sbagliato io. Anche lui lo diceva: stai buona, non capisci niente» (Sara).

«Ho studiato psicologia. So benissimo quali sono i segnali da non sottovalutare. Ero consapevole che sarebbe andato tutto a rotoli. Ma non volevo rassegnarmi. Non volevo perderlo. Mi chiedeva sempre scusa tra le lacrime. E io ricascavo nel meccanismo: “io ti salverò”» (Giovanna).

«C’è stato un momento in cui le ho stretto le mani intorno al collo. Lei è andata al Pronto Soccorso. Era sotto shock, come lo ero anch’io. È stato un momento davvero drammatico. Siamo anche tornati insieme. Ora conviviamo ma non siamo più una coppia. L’amore è finito. Ma le sono vicino, cerco di non farle mancare nulla. Le voglio tanto bene (…) L’uomo violento è un uomo fragile, estremamente fragile, le sue paure vengono da chissà dove. A volte hanno paura delle donne, quando riconoscono la loro superiorità o vedono che la loro compagna diventa autonoma. Si diventa gelosi. Non volevo essere il padrone di questa donna. Le mie paure erano dovute al fatto che non riuscivo a gestire il rapporto in maniera matura (…) avevo paura di restare solo. Mi ero abituato alla convivenza. Anche adesso sono abituato. Vado a casa, la vedo e mi fa piacere sapere che è ancora lì» (Francesco).

«La sera prima mi aveva fatto una scenata, le avevo detto che era finita, che non ne volevo più sapere, che non ero più padrone delle mie reazioni. E il giorno dopo si è ripresentata chiedendomi scusa (…) l’ho mandata via in malo modo. Quando mancano le parole non sai più cosa fare» (Mario).

Nel momento in cui quello che sembra essere il nodo diabolico della violenza domestica – «regali un giorno, coltello alla gola il seguente» - viene portato fuori dagli interni di famiglia, anche la complicità che ne ha permesso una sopportazione senza limiti perde le ombre del mistero e dell’inspiegabilità.

Si fa più chiara, in questo modo, anche l’urgenza di avviare processi educativi e formativi che partano da quella che è stata considerata finora la «normalità» del rapporto tra i sessi: in quanto vicenda «privata», gerarchia di potere, separazione tra ruoli produttivi e riproduttivi, responsabilità sociali e politiche e compiti di cura.

Se la violenza manifesta – stupri, maltrattamenti, persecuzioni, omicidi – è rimasta così a lungo sepolta nelle case, è perché «il dominio maschile, nella sua forma più insidiosa, perché invisibile – come scrive Pierre Bourdieu nel suo libro Il dominio maschile (Feltrinelli 1999) – è inscritto in tutto l’ordine sociale e opera nell’oscurità dei corpi».

Commenti   

 
valentina
0 #1 valentina 2013-08-15 11:59
sì, bisogna stare attente. soprattutto le donne intelligenti e sensibili. pensano che dietro alla violenza anche non fisica, alla molestia morale, al disprezzo, ci sia un disagio. ed è vero. solo che queste donne ritengono di avere le forze per curare questo disagio. ed è questa la cosa che non è vera. Rimaniamo annientate dallo stupore e non ci vogliamo credere. Non possiamo credere che l'uomo che "amiamo" non ami nessuno e neache se stesso. Scappate. E' l'unica cosa da fare. Non confrontate gli uomini violenti, non tentate di capirli. Non parlateci. Ci sono altre persone preparate a farlo. E non siamo noi. Tornaimo a noi stesse, alle cose che ci danno gioia e forma. Non sono perdute. Torniamo a casa.
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