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Perchè è il momento di essere sovversive - appunti di due attiviste verso l’incontro bolognese del 22 giugno. Di Angela Balzano e Marinella Ciullo

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Crediamo che il presente che ci troviamo a vivere come donne, in Italia, sia un momento storico abbastanza particolare. Ci piace usare una parola che deriva dal greco per descrivere i giorni presenti, una piccola parola che suona molto bene alle orecchie: kairòs. Kairòs significa “momento opportuno” . Ecco, noi crediamo realmente che questo sia un momento opportuno per i movimenti femministi, per i collettivi e le associazioni di donne, una temporalità da sfruttare al meglio in vista di una rinnovata stagione di ripresa dei propri diritti.

Certo, abbiamo una tendenza naturale all’ottimismo della passione. Perchè quando desideri ardentemente una cosa l’ottimismo è l’unica strada possibile. Eppure abbiamo come la sensazione che questo sia un momento opportuno anche per alcuni motivi oggettivi, che possiamo riscontrare nel contesto italiano più in generale. Ultimamente, infatti, c’è un gran parlare di “donne”, dai giornali alle tv fino ai social network. Assistiamo a una generale, e al contempo superficiale, ripresa delle problematiche classicamente ritenute esclusivo appannaggio di alcuni gruppi di femministe\professioniste. Oggi, a differenza di qualche anno fa, la tematica della violenza contro le donne occupa, nei giornali, una posizione centrale e ricorrente. Politici di ogni fazione gonfiano il petto e dichiarano pubblicamente di volersi battere per estirpare l’infame piaga della violenza contro le donne: hanno addirittura nominato la Rauti capo della Task Force per contrastare il fenomeno. La presenza di molte donne nei luoghi della politica della rappresentanza è il fiore all’occhiello continuamente vantato dal nuovo governo - falsamente- democratico di Letta.

Insomma politica della rappresentanza e media mainstream sembrano oggi stranamente interessati alla sorte delle donne del Belpaese. La questione è quindi cosa farcene di tale interesse, poichè sappiamo tutte molto bene che la violenza contro le donne non è un fenomeno mediatico, o che dalla crisi non si esce solo con le parole. Abbiamo rotto negli anni, noi stesse, le barriere mediatiche e istituzionali, ma questa rottura non costituisce in sè, da sola, una reale alternativa. Non abbiamo ancora tutto quello che ci spetta nè tutto quello che desideriamo. Se i movimenti, i gruppi di donne che da molto tempo lottano, nonostante ostracismo e omertà, per l’ autodeterminazione, decidessero oggi di reincontrarsi, di rimettersi in gioco e in sperimentazione, le nostre battaglie potrebbero essere forse più efficaci, le nostre pratiche più incisive. Oggi forse più di ieri, troveremo più orecchie disposte ad ascoltarci se riprendiamo a chiedere i nostri diritti a gran voce. Il 22 a Bologna è un primo passo, importante, in questa direzione.

C’è una considerazione che ci spinge a questo ottimismo della passione: la convinzione che politica della rappresentanza e movimenti di opinione, da soli, non contribuiranno al cambiamento reale delle nostre condizioni di vita. Ed al di là della patina di superficiale interesse che solo recentemente hanno dimostrato nei nostri confronti, bisogna ammettere che essi sono parte del problema, non certo della soluzione. Del resto, a fronte della crescente attenzione mediatica e dell’opportunismo politico, non si può affermare che sia aumentato il nostro grado di libertà o il nostro accesso ai diritti. Alcune constatazioni oggettive ci riportano alla difficile realtà: i tagli al welfare e alla scuola pubblica fanno ricadere di nuovo tutto il lavoro di cura sulle donne; l’ obiezione di coscienza e i centri del movimento per la vita erodono dall’interno la legge 194; la legge 40 e la cultura reazionaria\cattolica del paese non permettono alle coppie lesbiche di perseguire il proprio desiderio di maternità; precarietà selvaggia e crisi economica peggiorano il quadro, non aiutandoci a raggiungere la piena autonomia e la giusta indipendenza; la mancanza di fondi per le case delle donne, già vittime di tagli sotto il governo Berlusconi, l’assenza di programmi contro la violenza sulle donne nelle scuole, la pubblicità sessista da noi sempre alla moda, contribuiscono alla diffusione della cultura maschilista della prevaricazione.
E allora, salvate con nome queste amare considerazioni, il momento è opportuno non tanto perchè chi non ci ha mai prese in considerazione oggi si finge interessato alle nostre problematiche. Piuttosto lo è perchè noi siamo oggi in grado di usare il varco aperto a nostro vantaggio, di forzare nuove uscite verso le direzioni da noi stesse indicate.

Non ci mancano di certo i saperi. Come soggettività siamo cresciute moltissimo. Siamo competenti e preparate, specializzate e intuitive. Eppure la sensazione è che tale accumulo di soggettività non esprima un’adeguata energia politica. Come se, pur non avendo mai smesso di studiare e lottare, avessimo perso la buona abitudine a coltivare le passioni comuni.
In ogni caso, ragionare in termini di mancanza non aiuta. Non si tratta di capire cosa non abbiamo fatto, piuttosto cosa ci è, hic et nunc, più utile fare. Come possiamo trarre profitto dalla potenza soggettiva che esprimiamo?
Impulsivamente, la nostra risposta è: facendo rete tra noi.
Proviamo a dare nuova spinta alle politiche femministe ricominciando a tessere delle reti, ricostruendo un ambito comune in cui sia possibile far circolare esperienze e proposte, in cui sia possibile incontrarsi e riconoscersi tra pari, ma differenti, in vista del raggiungimento di fini ben precisi. Molte di noi già desiderano rimettersi in gioco, incontrarsi per sperimentare, per iniziare nuovi percorsi di lotta e riconquista di diritti.

Fare rete non vuol dire riproporre il solito contenitore generale in cui disperdere le differenze. Non funziona, lo abbiamo già visto e non ci teniamo a perdere altro tempo. Non ci mancano di certo passione, estro, creatività, per immaginare qualcosa di diverso.
Incontriamoci per chiederci cosa vogliamo, come, quando, ma badiamo bene a non cadere nella trappola degli universali, che non ci hanno mai giovato. Facciamo delle diverse esperienze territoriali e dei diversi saperi, delle diverse esigenze e dei diversi desideri una vera risorsa di conflittualità contro i poteri forti. Impariamo perciò ad organizzarci al meglio, ad agire su più livelli, a far proliferare le differenze invece che a sintetizzarle. Certo, è un processo che richiede più tempo e dedizione, ma può darsi dia i suoi frutti.
Il momento che viviamo, come ogni momento opportuno, potrebbe anche ritorcersi contro. L’aumento dell’attenzione mediatica e politica potrebbe anche rivelarsi un mezzo adatto alla sussunzione e alla neutralizzazione dei nostri discorsi e delle nostre pratiche, ne è già un esempio la citata nomina della Rauti: i movimenti femministi chiedono più fondi alle case delle donne e il governo risponde con una “task force” sulla sicurezza. Non sarebbe del resto la prima volta che in nome dei nostri corpi di donne si giustificano politiche reazionarie e conservatrici.
La mistificazione delle nostre rivendicazioni è dietro l’angolo. Anche questo ci spinge a proporvi di tessere ambiti comuni, ma a farlo con intelligenza.
Sarebbe sicuramente bello ed emozionate reincontrasi tutte in un unico momento collettivo, eppure il rischio kermesse e sfilata della rappresentanza andrebbe senza dubbio considerato. Bisogna vedere come vogliamo oggi intrecciare le nostre lotte, bisogna dare ad ogni singola rivendicazione adeguato spazio e priorità. Per questo proponiamo di elaborare delle reti a progetto, con obiettivi determinati, che sappiano farsi promotrici di campagne e lotte specifiche.

L’ottimismo della passione ci spinge ancora a sperare che se ragioniamo in termini di proliferazione siamo più efficaci. Moltiplichiamo le occasioni di incontri e assemblee, di dibattiti e scambi, muoviamoci tatticamente, scriviamo manifesti e piattaforme per le nostre rivendicazioni...perchè poi, sapete che c’è di nuovo? c’è di nuovo che si parla addirittura di un possibile sciopero delle donne! Allora, di nuovo impulsivamente: tutte le donne che scioperano, dalle prostituite alla precarie fino alle studentesse, passando per le casalinghe e le badanti! Ma non sarebbe favoloso? Sarebbe felice, opportuno, sovversivo, a patto che questo sciopero lo costruiamo tutte insieme, dal basso, quotidianamente, valorizzando le differenze e le rivendicazioni di tutte, senza gerarchie, senza rappresentanze, senza mediazioni!

Angela Balzano e Marinella Ciullo

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