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Donne, vite, politica: cosa cambia? - Pensieri attorno al convegno del 9 febbraio, di Gianna Candolo

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Mentre stavamo organizzando e lavorando al difficile obiettivo di riunire i gruppi di donne che vivono, lavorano e sono interessate a qualche pratica di ogni tipo riguardante i desideri, i bisogni e la capacità di presenza sulla scena politica, sociale, culturale di questa città abbiamo ricevuto la lettera delle donne di Milano che chiamavano a confrontarci sulle scelte di alcune di presentarsi alle imminenti elezioni.

Abbiamo avuto poco tempo per elaborare proposte concrete, e quindi abbiamo cercato di organizzare un incontro in cui l’accoglienza si declinasse nell’ascolto, rispetto e spazio per posizioni che si sapevano differenti.
Per accoglienza non intendo solo il lato organizzativo dell’evento, che ha avuto qualche inevitabile sbavatura, ma soprattutto creare uno spazio in cui i pensieri, le parole di tutte avessero modo di essere ascoltate.
Per me quindi creare accoglienza significa non saturare il campo e dare alle altre qualche pensiero non ancora pienamente formulato che ci permetta di affrontare le difficoltà che il tempo presente ci presenta nel pensiero e nella pratica femministe.

La presenza femminile nelle liste dei partiti ha parecchi significati: noi, per storia e appartenenza vediamo solo le donne presenti nei “partiti di sinistra” ma credo dobbiamo uscire dall’appartenenza e capire il significato che ha per molte la partecipazione alle elezioni e la scelta di candidature femminili. Qualcuna ha ricordato che la presenza femminile nelle liste è dovuta a un processo di emancipazione tardiva italiana. Giusto, mi chiedo inoltre che significato ha l’apertura di “luoghi chiusi” alle donne con l’implicita, e a volte esplicita, richiesta e offerta di rianimare il morente in tempi di feroce anti-politica...

Non sto a ripetere quello che abbiamo sempre sostenuto: che le donne che si presentano nelle liste non possono rappresentare un genere: attualmente anche il concetto di genere e di sesso è terremotato e solo un’ingenua permanenza su ciò che non esiste più nei termini in cui nel passato l’abbiamo conosciuto può far immaginare a qualche sprovveduta di poter “rappresentare” un sesso e un genere.
E infatti mi pare che nessuna fa più quest’operazione forse presente negli anni scorsi.

Le donne di destra danno una rappresentazione, vista dal nostro vertice, di miseria simbolica,of course perché materialmente hanno guadagnato il cinismo maschile nella gestione della res pubblica: nella campagna elettorale che si è appena conclusa bisognerà pure dire del cambio di paradigma dopo l’episodio del mobbing pubblico di B. alla manager di Green Power e di come si sono mosse miserabilmente le donne del PDL, Rendere evidente senza fare sconti; il conflitto avrebbe qualche senso perché non si può non giudicare la miserabilità di chi sostiene il simulacro fallico facendo da sponda al loro Capo che rischia di perdere voti femminili.

Chi si presenta nell’agorà elettorale non può far finta che questo femminile sarà vicino e non è un femminile “Vecchio stile” ma impersona un’altra attivissima visione di mondo che non è esattamente quella tradizionale delle donne che con il silenzio sostenevano il patriarcato. Qui alcune sono il fallo, vedi Santanchè, e due parole su questo funzione di reggere e anche sostituirsi al Fallo mancante o trasformato in umile e malandato pene del capo dovrebbe essere fatta: il maschile e il femminile, da qualsiasi angolo li si guardi sono in stretta relazione e il declino del patriarcato non sempre è buona notizia per il femminile.

Le donne della sinistra hanno altri obiettivi: ho ascoltato con soddisfazione gli interventi di chi si presenta alle elezioni perché anche per loro il paradigma è cambiato: non si presenta più il parlamento o i partiti come luoghi in cui la differenza femminile viene annullata ma come luoghi in cui si può fare qualcosa di trasformativo.
Questa nuova modalità mostra che non esistono luoghi preclusi alle donne e che si possono abitare tutti gli spazi in cui si vive perché, a differenza di 20 anni fa, il discorso, il linguaggio, l’esperienza della libertà data dal femminismo esiste ed è radicato anche in chi non l’ha materialmente vissuto. Come si è già sperimentato a Paestum il legame generazionale esiste, il legame discorsivo, le parole che usiamo per definirci e rappresentarci hanno una vita autonoma.

Per anni abbiamo ascoltato, nei luoghi di scambio di esperienze, l’impossibilita di chi era dentro i partiti, il parlamento, di modificare e far emergere la differenza femminile. Luoghi stretti e impermeabili, così noi da fuori li abbiamo rappresentati dal racconto di chi era dentro. A Bologna io ho ascoltato che dentro quel luogo, parlamento, si può fare, iscriver qualcosa del desiderio soggettivo di una donna che non si inventa niente da sola ma agisce in relazione con altre e altri: fa una legge su argomenti marginali ( v. la legge sui diritti degli animali e altre leggi dell’intervento di Fulvia Bandoli) ma sappiamo dalla nostra pratica che proprio l’essere ai margini è un’ opportunità per creare qualcosa di nuovo e inaudito.

Abbiamo ascoltato che negli incontri con gli elettori si parla dei contenuti nati dalle riflessioni nel gruppo di donne in presenza (intervento di M. Luisa Boccia) e che il problema è la censura mediatica. Vero, ma sappiamo che il femminismo non ha mai avuto copertura mediatica e che altri mezzi di propagazione hanno reso possibile la liberazione delle donne e la nascita di una libertà femminile che è passata tra classi e generazioni. Cosa abbiamo fatto in questi anni se non credere e avere fiducia nel proprio discorso, nello scambio con gli altri, con la certezza che nelle relazioni vive, nasce qualcosa di imprevisto che comincia a avere vita propria a prescindere da me e va nel mondo attivando altri cambiamenti forse neanche previsti. O che alcuni paradigmi che mi hanno sostenuto si modificano all’incontro con altre realtà.

Ho ascoltato anche che le scelte a volte sono date dai casi della vita, dal desiderio di continuare un percorso e di risolversi anche problemi della sopravvivenza davanti a cui non esiste discorso o giudizio morale ma aspettativa che un patrimonio non vada disperso, sprecato o dissipato.
E credo che proprio qui sta il punto.
Se non esistono luoghi più difficili da abitare di altri, una famiglia per una donna può essere il luogo più pericoloso e non solo per le maltrattate ma anche per chi di noi ha relazioni difficili e spreca parte della sua vita a rincorrere sogni d’amore con uomini e/o donne, e le istituzioni sono davvero tante e molto intrecciate tra loro.
C’è chi dice che l’istituzione Parlamento è più importate perché le leggi regolano la nostra vita. Un’altra risponde che una buona legge, (affido condiviso) buonissima a leggerla, tutti d’accordo anche cani e gatti se potessero leggere!. Ebbene non solo ha prodotto bestiali bellicosità ma si dimostra una trappola per le madri. Quindi bene chi l’ha scritta e poi per la sua applicazione che istituzione ci pensa? E quante vite stritolate da una buona legge?

Prendiamo anche la legge 194, che non verrà certo abrogata come temono alcune. Basta poco per renderla inoperante. Medici obiettori e operatori che fanno fatica a reggere il peso delle minorenni a cui la legge giustamente concede di poter scegliere senza i genitori ma che se non trovano assistenti sociali, psicologhe, giudici tutelari son fregate!
Potrei fare altri esempi per indicare che ciò che manca è una relazione “strutturale”, non solo basata sulla buona volontà ma con contenuti più precisi rispetto al legame tra chi è nel luogo dove le leggi si scrivono e i luoghi dove si mettono in pratica. Vale anche nei luoghi di lavoro, privati e pubblici. Molte di noi si stanno muovendo, a volte in ordine sparso nei luoghi che abitano per cambiare la propria e altrui vita e dare un senso a ciò che fanno cercando di non essere stritolate dalla pura sopravvivenza. Lavoro con un gruppo di giovani donne specializzande che cercano di reagire alla mancanza di futuro partecipando anche gratis al “lavoro di cura” (psicoterapeutico) che anche grazie a loro viene erogata nell’istituzione sanitaria. Un tirocinio che si presenta lungo ma è anche un modo per reagire alla depressione e alla disperazione.

I luoghi autonomi delle donne, nati dalle passioni di femministe dove le donne potessero ritrovare loro stesse, corpi e parole continuano ad avere la stessa funzione? Possiamo riutilizzarli come luoghi di scambio tra generazioni e desideri differenti?
Mi pare che oggi si sconta oltre che una ricchezza che ci viene dal passato, anche una mancanza di strategie, di pensieri (teoria) e pratiche che ci rendono isolate e incapaci di rompere il vetro tra le nostre vite e le leggi che le governano. Manchiamo di prospettiva: non la si può inventare con una trovata ma si deve individuare dove sta il punto più debole per poter cominciare a trasformare lo stato di cose presente.

Sulle pratiche politiche di rottura: l’anno scorso a un seminario tenuto a Firenze presso il giardino dei ciliegi, luogo di pensiero e pratica queer, la teoria e la pratica che ha fatto collassare definitivamente l’idea di genere e di sesso nelle sue varianti.
La teoria queer nella sua versione di articolazione tra teoria e attivismo politico, fluttua e sfugge alle definizioni rigide cerca di “arrivare a capo” dalla decostruzione e nei suoi migliori risultati a costruire qualcosa di dirompente strutturato. Un autore come Marco Pustianaz, si definisce attivista e artista queer, affermava che attualmente la migliore pratica politica la fanno gli artisti con le loro performaces che permettono di bucare l’universo chiuso mediatico con “selvaggerie” capaci di catturare l’attenzione e provocare un cambiamento percettivo in chi assiste che si trova a dover pensare, creare, giocare con l’artista smettendo di essere il passivo spettatore di qualcosa per diventare l’attivista di altro. Sosteneva che un buon attivista politico deve essere un “artista”.
E i flash mob descrivono e rappresentano plasticamente questa teoria-pratica: sono eventi capaci di scardinare, almeno per poco la nostra attitudine alla passività, delega, e forse indicarci che esiste un modo impensato di stare diversamente nello spazio pubblico e mostrare l’invisibile dietro al rassicurante conosciuto.

Va da sé che ogni performance, compresa la manifestazione One billion rising a cui ho partecipato non possono restare eventi fine a sé stessi ma devono essere integrati con altro; la costruzione di tradizione e storia che si pone l’obbiettivo di rompere passività, mancanza di prospettiva.
Certo è più emozionante e immediatamente emotivamente fruibile la manifestazione con tamburi: la nostalgia di corpi stretti nell’abbraccio della piazza, l’evento gioioso in un presente storico disperante ma poi tutti a casa. E’ possibile vincere frammentazione e solitudini soggettive e collettive? Siamo molto attrezzati sul piano individuale e personale a reggere tensioni e disperazione, forse, per alcune, molto di meno ad affrontare il periodo storico di disgregazione che ci circonda ma possiamo e dobbiamo attivamente cercare di mantenere il controllo sulle nostre vite che rischiano di perdersi.
E’ un lavoro questo che richiede fatica, costanza, capacità di sostenere momenti di vuoto che possono diventare la culla del nuovo imprevisto. Ma senza “lavoro del parto”(travaglio) non si dà nascita.

Gianna Candolo - febbraio 2013

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