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Dopo Paestum 2012 :: Elettra Deiana - Lo scarto della politica

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Sono state soprattutto le più giovani a spostare efficacemente il tiro della sfida politica messa al centro dell’incontro di Paestum 2012. Uno scarto salutare, per fortuna. L’incontro altrimenti avrebbe rischiato di diventare soltanto il luogo di una memoria che ha fatto sì la storia e continua a segnare il presente ma non riesce più o non vuole più occupare il centro della scena.

Sono stata tra le firmatarie della lettera invito per Paestum 2012 perché sono convinta che il femminismo abbia molto da dire sulla crisi che sta mandando in malora troppe cose e mi sembra che il tema e i temi della crisi fossero stati messi efficacemente al centro della lettera.
Sfida, scommessa, punto di osservazione. Quel che è certo è che dalla storia delle donne e dal loro rapporto col mondo e poi dal pensiero che intorno a tutto questo ha prodotto il femminismo, c’è molto da ricavare e da mettere in gioco, per cercare la strada che ci aiuti a non soccombere. Ma a Paestum non c’è stata corrispondenza tra le intenzioni sulla carta e gli esiti nei fatti. La dimensione dominante è stata il “fuori tempo”, il “senza contesto”: insomma un modo di rapportarsi alla realtà che contrasta radicalmente con l’assunto femminista del radicamento nella realtà. Invece le giovani, spesso ragazze, alle prese con i cambiamenti del mondo, soprattutto con una precarizzazione che invade lavoro esistenza futuro senso delle cose, hanno portato nel dibattito la loro vita segnata da precariato e precarietà.

L’hanno portata non come mera condizione ma come punto di vista che non può prescindere da quella condizione; come spostamento dello sguardo nella contemporaneità, che per essere produttivo, cioè ancorato alla vita, non può banalizzare quel dato della realtà; come soggettività politica, spesso dichiaratamente femminista, che da là trae ragioni non aggiuntive delle proprie battaglie. Non a caso sono stati ricorrenti i richiami al reddito di cittadinanza. Elemento performativo, la precarietà, hanno detto alcune. Una tendenza, spiegano gli esperti e sappiamo più o meno tutte, che prospetta una vita lavorativa segnata dall’insicurezza per un numero crescente di persone, donne soprattutto, inesorabilmente ragazze e giovani donne e ragazzi, prigioniere le une e prigionieri gli altri della casualità dell’incontro col lavoro, della volatilità del posto, dell’incubo dell’impiego a termine.

Il contrario di quell’idea del diritto alla stabilità che fu nell’esperienza di emancipazione e libertà di altre stagioni politiche delle donne, segnando il contesto socio-simbolico di riferimento, se non sempre direttamente l’esperienza individuale di ognuna. Ma anche il contrario, in tutti gli interventi, di un approccio soggettivo di tipo vittimistico alla propria condizione, che spesso confonde i termini del problema e rende difficile il confronto. Anche questa lontananza dal sentirsi vittime è venuta fuori come radicale consapevolezza del problema e volontà di farsene carico. La ricerca sì dei conti da fare con un problema così grande ma anche la consapevolezza dei guadagni che se ne possono ricavare, a partire magari proprio dalla stessa opportunità di una condivisione esistenziale, sociale e politica tra donne e uomini delle nuove generazioni, più autentica di quanto sia successo fino ad oggi. In qualche modo più radicalmente trasformativa di quanto sia stato già trasformato.

E l’idea di costruire insieme diversamente le cose, di pensare diversamente il futuro, in una stagione della contemporaneità in cui “il precariato globale ci sta suonando la sveglia” e le ragazze certo non si sottraggono. L’ostinazione sulla parola d’ordine del reddito per alcune – quelle che ne fanno il loro cavallo di battaglia - forse nasce da qui, dall’idea di rinnovare, alla luce dei problemi della globalità e nella riscoperta dell’azione collettiva – la grandi idee della libertà e della cittadinanza. Da femministe? Appunto, dicono alcune. Anche loro “femministe storiche”, azzardano altre. Ma non è un azzardo e ne sono consapevoli. L’unico modo per rompere la ridicola tiritera del passaggio di consegne da una generazione all’altra.

E neanche molte di loro si sottraggono al conflitto, come a Paestum è venuto fuori. Doppio conflitto, come si è capito: tra le generazioni – come era in qualche modo scontato – e tra il principio di autorità e la pratica della ribellione, come forse non era prevedibile. Materia tutta interna alla vicenda femminista, materia che a più riprese nel tempo della modernità ha fatto ordine e disordine e può ritornare ancora come materia incandescente oppure restare sepolta, nella rappresentazione canonica e pacificata, un po’ agiografica, della nostra storia. Che mi irrita sempre, soprattutto quando, come a Paestum, il mettere insieme le cose ha significato dover accettare all’improvviso modalità di assemblea generale mal discusse e mal condivise, che poco avevano a che fare con le audaci intenzioni della lettera invito. Assemblea raduno con passaggio di microfono, con donne che sono abituate a parlare alla grande, spesso in modo folgorante, a partire dalle ragazze. Perché una tale scelta? Per nostalgia dell’antica comunità fusionale? Per sentirci tutte insieme appassionatamente? O che cosa? Non ho capito ed è meglio così. Quello che però non si può nascondere è che la politica del “tra donne” continua a dover essere inventata, al di là di ristrette pratiche relazionali che pure hanno ridisegnato e risignificato le mappe della politica. Basta dire però “fino a un certo punto”, e oggi forse rischiano di finire fuori campo. A Paestum se ne sono intravisti i lampi, dei deficit e delle aporie. E tuttavia sono ancora lampi che dobbiamo mettere tra i guadagni dell’incontro: segno sì di problemi antichi ma anche forse di vitalità, di intelligenza, di interesse nuovo verso esperienze e percorsi diversi.

Paestum 2012, al di là di ogni giudizio che si possa dare e ogni sentimento che si sia vissuto, ha messo in scena un grande raduno di donne con storia politica e passione per quella “rivoluzione più lunga” che ha segnato fortemente le nostre vite e fortemente spostato le cose nel mondo. Spesso in modo radicale e duraturo, ma spesso anche combinandosi con i processi della modernizzazione e perdendo via via la forza trasformatrice della prima ora. Come succede spesso ed è inevitabile che succeda. Subendo contraccolpi e torsioni; captando lucidamente le accelerazioni inconsulte della modernizzazione e talvolta non sapendo destreggiarsi di fronte ai ritorni al passato. Trovando talvolta nuove parole per dire efficacemente le cose della contemporaneità – il sesso e potere dell’era berlusconiana, per esempio – ma anche non trovandone di altrettanto efficaci di fronte a altri modi e altri problemi della crisi che incombe su di noi. La sfida femminista al cuore della politica, così densamente rappresentata nella lettera invito, è rimasta confinata, per quel che riguarda Paestum, nel titolo e la rivoluzione annunciata ha fatto qualche fugace apparizione solo qua e là. Nel gruppo che ho seguito sono echeggiate le suggestioni di una radicale rivolta contro la crisi che devasta le nostre vite e mette in gioco il futuro delle nuove generazioni.

Insomma, a parte le istanze delle giovani, che cosa è stato alla fine Paestum? Un ritorno al passato o una scommessa sul presente o una sfida verso il futuro? O tutte le cose insieme, da dipanare e capire nel tempo? Il fatto che le partecipanti fossero più di ottocento e le giovani ci fossero, e abbiano fatto i conti col contesto, vuol dire che l’appuntamento ha avuto una grande forza di coinvolgimento. Ha colto un bisogno, un desiderio diffuso. Ma il fatto che si sia discusso un po’ ossessivamente, da una parte e dall’altra, del cinquanta e cinquanta e quasi niente della morte della rappresentanza vuol anche dire che forse il senso della sfida non è ancora chiaro. Oppure che cosa?

Insomma, forse varrà davvero la pena lavorare anche al dopo Paestum.

Fonte: Lo scarto della politica di Elettra Deiana :: il blog di Paestum 2012

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