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Quando parlare di madri, figlie e figli è fare politica di Monica Lanfranco

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Non erano scontate molte cose: non la partecipazione, dato che l’argomento era chiaramente posto in modo complesso e articolato; non lo svolgimento armonioso, perché il bisogno di raccontarsi è grande e in agguato c’è la tracimazione dell’autocoscienza in invasione acritica nello spazio collettivo; non la presa di parola delle più giovani.

E invece ad Altradimora, dal 2 al 4 settembre, il terzo seminario di Officina dei saperi femministi (il programma su www.altradimora.it) che da tre anni la rivista Marea organizza a Caranzano è stato partecipatissimo, intenso e fecondo.
Nonostante la vulgata attribuisca al tema del materno una sorta di passpartout che unisce le donne in un comune sentire nella realtà non c’è argomento, scelta e pratica che maggiormente le donne abbia da sempre diviso.
Fino all’avvento del femminismo destino assoluto, assieme al matrimonio e alla sessualità eterodiretta, il materno è diventato, nell’elaborazione del suo simbolico ripensato dalle femministe, un terreno di mai sopiti conflitti.
Rifiutare il modello materno per molte ha significato rinunciare alla maternità, senza riuscire a districare l’esempio imprigionante offerto della madre biologica dalla propria scelta.

In molte ci siamo chieste se oggi sia possibile scegliere davvero, come donne: scegliere non solo di essere o non essere madri, ma anche scegliere semplicemente la propria strada senza soccombere agli stereotipi sessisti, in assenza di sostegno economico, sociale e politico, in un paese come l’Italia dove con sempre maggior evidenza si palesa la difficoltà a dirsi collettività solidale e responsabile.
Ma a fianco delle limitazioni esterne c’è anche il fantasma dell’autolimitazione, una sorta di profezia che si autoavvera nel momento in cui siamo proprio noi che, dimentiche di quando affermavamo di volere tutto per tutte e tutti, accettiamo l’idea interiore che il materno sia alternativo ad altro: alla libertà, alla realizzazione, alla passione, alla bellezza.

Come possiamo pretendere che anche gli uomini si facciano carico del loro paterno sociale se noi per prime viviamo l’essere madri come una perdita di pezzi di noi stesse, e come possiamo offrire alle giovani donne e ai giovani uomini una immagine così asfittica di una eventuale scelta riproduttiva? Che fine ha fatto l’utopia, che in qualche parte del mondo è diventata reale anche se perfettibile, di maternità e paternità sociale, dove essere genitori e genitrici non è solo generare dal corpo ma è prendersi cura del mondo, e perché non stiamo rilanciandola, ora che anche le donne e gli uomini omosessuali costruiscono visibilità e consenso sulle scelte di relazione e di riproduzione formando famiglie arcobaleno?
La necessaria limitazione dello stereotipo consumistico e funzionale al mantenimento dell’ordine costituito (dio/patria/famiglia) che ingloba anche il materno non può significare consegnare parole, sentimenti, emozioni e scelte razionali alla sola negazione del materno e della maternità, simbolica o concreta che essa sia, come una delle possibilità che le donne possono avere di praticare.

Se è vero che esiste una politica del materno è anche vero che può e deve essere presa in considerazione come ricchezza e risorsa anche la potenzialità del materno nella politica.

A breve alcuni audio e video dell’incontro saranno disponibili sul www.radiodelledonne.org e sarà anche possibile prenotare il nuovo numero del cartaceo di Marea, con qualche anticipazione già al sito www.mareaonline.it

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