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Referendum PMA. Per riprendere la riflessione comune. Alcuni spunti da cui partire...

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L'Associazione Orlando invita alla lettura di una serie di documenti in vista dell'approssimarsi della data referendaria (12 e 13 giugno). Si tratta di proporre un ragionamento comune e continuativo sul desiderio di maternità e sul pensiero della nascita che in libertà e responsabilità le donne hanno prodotto, sull'intervento delle tecnologie nei processi riproduttivi e il mutamento di scenario che ciò ha indotto. Al di là degli schieramenti, a favore di "libere riflessioni di gruppi e singole/i differenti".

Consigliati alla lettura da "Orlando"

  1. Appello del Forum delle Donne del PRC per il Sì ai referenda sulla PMA
  2. Lettera di due femministe a favore dell'astensione
  3. Appello di Associazione GIUdIT - Giuriste d'Italia
  4. Referendum - Appello Adista di religiose, religiosi e laici
  5. Riflessioni di Rita Alicchio in risposta alla Lettera di due femministe a favore dell'astensione

Appello del Forum delle Donne del PRC per il Sì ai referenda sulla PMA

Appello a firma di Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa, Raffaella Lamberti, Marisa Nicchi, Monica Toraldo di Francia, Tamar Pitch, Elena del Grosso, Angela Putino, Bia Sarasini, Cecilia D’Elia in merito al referendum sulla PMA.

“Daremo un Sì convinto ai quattro referendum sulla legge riguardo alla fecondazione assistita. Le ragioni che li motivano le abbiamo maturate non da ora, ma nel percorso politico con le donne, iniziato con la riflessione su aborto e sessualità femminile.

Rifiutiamo la logica proibizionista di una legge costruita su divieti ed obblighi, senza rispetto della salute, prima di tutto delle donne. Non pensiamo che l’assenza di divieto sancisca di per sé un diritto al figlio. Mettere un divieto per contrastare la traduzione in diritto di desideri (presunti) illimitati non fa che confermare, rovesciandola, la logica dei diritti. Ci interessa invece tenere aperto lo scarto incolmabile fra i desideri e i diritti. Lo scenario tecnologico inquieta noi, come tanti uomini e tante donne. Ed avvertiamo il bisogno di un discorso che ricomponga la frantumazione dei processi riproduttivi indotta dalle tecnologie, che dia un senso al materiale biologico separato dai corpi viventi. Uova, spermatozoi, zigoti, embrioni popolano ormai l’immaginario collettivo come fossero dotati di autonomia, una volta separati dai corpi. Per questo non serve, anzi fa danno, l’appello a valori astratti e inconciliabili: da un lato l’intangibilità del progresso tecnologico, dall’altro la sacralità del concepito e della famiglia biologica. Entrambe le posizioni non mettono in questione il riduzionismo biologico che è il risultato più evidente e problematico dei processi tecnologici.

La conferma più vistosa di questo sono le dispute ontologiche sull’embrione e l’ostinato silenzio sulla madre. L’idea che l’embrione possa essere ‘persona’, o semplicemente essere, a prescindere da una donna che lo accetti dentro di sé è un cattivo sogno di uomini che da sempre si dibattono per liberarsi da questa dipendenza originaria. Senza la madre non vi è ‘vita’, neppure biologica, che possa svilupparsi, né alcun diritto da rivendicare a cominciare da quello a nascere. Se è vero che la tecnica fa scomparire i corpi nell’atto del concepimento, tuttavia non può fare a meno dell’opera della madre. La legge, degradando la madre a corpo contenitore di una vita, lungi dal contrastare la temuta riduzione dell’essere umano a materia genetica manipolabile, la favorisce; e dunque non tutela neppure l’embrione. L’embrione congelato è lì a ricordarci che non vi è sviluppo vitale né essere umano, senza la madre e al di fuori della relazione con lei.

Discendono da qui per noi le valutazioni di merito sulle norme più gravi, diremmo ‘perverse’, della legge, oggetto dei referendum: dall’impianto obbligatorio degli embrioni prodotti in vitro che, con il divieto di crioconservazione e di ogni diagnosi preimpianto, configura il dovere di maternità, anche a costo della salute della donna e dei nascituri; all’equiparazione dei diritti del concepito a quelli della donna con l’inevitabile conseguenza di estendere la tutela del concepito al feto e dunque di rimettere in questione l’aborto; alla messa al bando della fecondazione con seme o ovuli di donatore, riducendo il padre e la madre al mero fatto genetico; all’irrealistica proibizione della ricerca scientifica, rinunciando a dettare regole in grado di garantire la libertà scientifica ma anche la trasparenza sulle finalità, sui rischi e sulle opportunità.

Non è la legge, né tanto meno questa legge, che può dare risposte alle inquietudini, fondate o immaginarie, suscitate dalle tecnologie della riproduzione. Quel che c'è prima della nascita chiede un limite del diritto, chiede di riconoscere, con umiltà, che la legge può fare danni se prescinde dalla relazione madre/figlio. Non vi è infatti modo di fare ordine nella procreazione, medicalmente assistita e non, se non si mette al centro delle regole la donna, quale soggetto libero e responsabile”.

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Lettera di due femministe a favore dell'astensione

Care amiche, cari amici,
siamo femministe, libertarie e di sinistra e al referendum del 12 giugno sulla legge 40 non andremo a votare.
Non ci riconosciamo nello schieramento del Si né in quello del No e neppure nell’appello dei vescovi per l’astensione. Vi spieghiamo le nostre ragioni, se avete voglia di leggerle, e vi passiamo alcuni links.

Con affetto,
Alessandra Di Pietro e Paola Tavella

Siamo la prima generazione pienamente consapevole che si può essere fecondi e creativi anche senza avere figli, biologici o meno.
Siamo turbate dall’attuale offensiva politica e scientifica che esaspera il desiderio di maternità e paternità come essenza dell’essere una donna e un uomo completi.
Le tecniche di fecondazione assistita sono pesanti, invasive, grezze, ancora poco sicure e
ignote nelle conseguenze, consegnano la procreazione nelle mani della tecnica e la sottraggono nei fatti, nel simbolico e nell’immaginario, al potere femminile che la governa con amore e saggezza fin dagli inizi del mondo.
Veniamo indotti a credere che i medici e gli scienziati siano sempre alleati benevoli del nostro desiderio e possano cancellare rischi, paure e malattie, ma l’esperienza su sessualità, contraccezione, parto e aborto ci ha insegnato che così non è. Medici e scienziati fanno di solito i loro interessi, non solo i nostri, e la procreazione medicalmente assistita è una potente chiave emotiva di un’operazione di marketing per far apparire le applicazioni dell’enorme business biotech soltanto un vantaggio e un progresso per l’umanità.
Non siamo contrarie alle biotecnologie per principio e ci serviamo dei progressi che dobbiamo alla scienza, ma siamo diffidenti, caute e interessate a mantenere desto il nostro spirito critico, soprattutto perché è sulle donne e sulle sorti delle generazioni future che avviene la prima sperimentazione di massa del biotech sugli umani. Di questa diffidenza, di questa cautela, dell’esperienza critica del femminismo e dell’ambientalismo che riguarda corpi e scienza, salute e medicina, non c’è invece spazio nella campagna referendaria per il Sì. Ma, a proposito di salute, basta spostare di poco l’attenzione dallo scontro elettorale, e magari dare una telefonata all’Istituto superiore di sanità, per scoprire che l’infertilità maschile e femminile è in crescita esponenziale, ma a nessuno – né ai legislatori né ai referendari - sembra importante intervenire sulle sue cause, che sono inquinamento, stress, problemi psicologici, lavori a rischio, malattie trasmesse per vie sessuale, sulla prevenzione, e sulle cure, che hanno alte possibilità di successo ma per le quali non ci sono investimenti di attenzione né di risorse pubbliche.
Noi contestiamo questa logica totalmente allopatica, che cura i sintomi e ne perpetua le radici, che divide l’essere umano in pezzi, che lo riduce a puro corpo malato. Non possiamo fare a meno di riflettere sul dato che dice che dal punto di vista strettamente medico l’infertilità è, fra il 14 e il 20%, sine causa.
Pensiamo che l’uso della procreazione medicalmente assistita non vada banalizzato. Siamo preoccupate e sbalordite che la campagna referendaria abbia trasformato le mere condizioni di accesso a una tecnica in una “battaglia di civiltà e di libertà per le donne”, e addirittura in un baluardo dell’autodeteminazione. Eppure noi c’eravamo quando il movimento delle donne, dopo Chernobyl e quando nacque Louise Brown, la prima bambina in provetta, si poneva con inquietudine le domande che ancora poniamo noi. Dove è finita questa riflessione? E dov’è l’autodeterminazione se la pressione culturale che spinge verso la maternità tecnologica e l’affidamento acritico alla scienza è così forte, così avara di conoscenza e di informazione? Come mai non leggiamo sui giornali di sinistra che Vandana Shiva, Naomi Klein, le organizzazioni femministe e non solo nei Paesi Terzi, gran parte dei no global hanno posizioni durissime e diffidenti nei confronti delle tecniche di fecondazione assistita e di manipolazione degli embrioni? Non riusciamo a capire per quale ragione essere contrari alla manipolazione genetica del mais o dei pomodori e non a quella degli esseri umani.

Chiesa e scienziati si contendono l’embrione. Gli uni dicono che è di Dio, gli altri lo reclamano perché per la prima volta nella storia dell’umanità il mistero dell’inizio della vita, che è sempre stato celato agli sguardi e nascosto dentro di noi, può essere osservato, studiato, manipolato, clonato.
Su questo argomento molti, uomini e donne, sono a disagio, e non riescono a trovare una misura. Abbiamo sentito alcune/i dire che l’embrione è un grumo di cellule, altre/i sostenere che è già un bambino. Entrambe le tonalità emotive hanno il sapore della rimozione, dell’imbarazzo, dell’angoscia. Noi non intendiamo schierarci sulla natura dell’embrione dal punto di vista scientifico o spirituale, ma sappiamo che è sempre stato delle donne in virtù di una relazione carnale e non metafisica. Abbiamo deciso dalla notte dei tempi se farlo crescere o sbarazzarcene, se accoglierlo o respingerlo, se amarlo o detestarlo, e ci siamo comportate con saggezza, altrimenti nessuno di noi sarebbe qui a discuterne. Della nascita della vita noi, le donne, sappiamo più di chiunque. Come mai oggi, improvvisamente, non ci interessa la sorte degli embrioni? Siamo così ferme nel non volerli lasciare in custodia ai preti, ma ci sentiamo davvero tranquille nel permettere agli scienziati di scassinarli? I preti vogliono salvare le anime, gli scienziati ci raccontano di agire per il bene dell’umanità, ma sul bene dell’umanità lasceremo il monopolio a chi già fa crescere orecchie umane sui topi da laboratorio?
Forse dovremmo dirci che la relazione con i misteriosi embrioni è titolarità della madre e di nessun altro, anche quando accetta che vengano prodotti fuori dal suo corpo, e partire da questa semplice verità per discutere.
Su questo punto però navighiamo nelle incertezze del mare aperto. Perché se abbiamo esperienza di gravidanza e di aborto, non ne abbiamo di procreazione medicalmente assistita. E’ un territorio nuovo e inesplorato, minato e inquinato, quasi del tutto fuori dal nostro controllo. Che cosa sentiamo nei confronti dell’embrione? Che cosa dicono quelle che ne hanno prodotti, impiantati, congelati, conservati altrove? Abbiamo bisogno di ascoltare e di parlare, o altri lo faranno al nostro posto. Ci sembra che questa riflessione sia coerente e niente affatto antagonista con quello che pensiamo a proposito dell’aborto, su cui siamo state e saremo sempre militanti pro choice. Molte sono preoccupate che la soggettività dell’embrione introdotta dalla legge 40 metta in dubbio la nostra libertà, e anche noi lo siamo. Eppure, mentre sentiamo che sulla legge 194 – nonostante le perfidie e i tranelli della destra e del fondamentalismo cattolico - è stata chiarita la relazione carnale e di libero arbitrio della donna sul frutto del concepimento, oggi avvertiamo che la minaccia alla nostra libertà e alla nostra umanità si è spostata più avanti, sulle frontiere del biotech, là dove l’embrione è fuori di noi e quindi lo si dichiara non nostro, aprendo una gara per la sua custodia. Se è vero che si spalanca uno scenario inevitabile e destinato a trasformare il modo di pensare alla vita e alla sua creazione, questo ci riguarda per prime. La scienza deve fare i conti con la nostra etica del limite, con la nostra sapienza sulla maternità e sul rifiuto o l’indifferenza verso la maternità.

Cautele, dunque, e limiti, e una libera, ampia discussione, e pieno accesso alle informazioni, questo è quello che vogliamo. Vogliamo sapere quali conseguenze devono aspettarsi le donne sottoposte a pesanti stimolazioni ormonali, e che cosa succede alle coppie che affrontano questo percorso con successo o meno. Siamo preoccupate della salute fisica e psicologica dei bambini nati in provetta, rispetto alla quale non ci bastano le generiche assicurazioni di benessere che vengono dai medici che praticano la Pma, ma sono smentite da altri.

Se avessimo il potere di farlo, imporremmo una moratoria. E la nostra astensione chiede questo, non ci interessa con chi ci accompagniamo.
Si potrebbe obiettare che se i divieti della legge 40 venissero abrogati la discussione riprenderebbe su altre basi. Purtroppo non ci crediamo. Le argomentazioni dei referendari ci sono sembrate disoneste, ipocrite, e talvolta perfino manovrate dal potere economico, scientifico e tecnologico. Abbiamo aspettato che donne autorevoli dei partiti referendari, donne che stimiamo, di cui ci siamo fidate in più occasioni, esprimessero dubbi, offrissero tavoli di discussione, si sottraessero alle contrapposizioni ideologiche fra laici e cattolici e trovassero il coraggio di soluzioni controcorrente. Forse era una pretesa ingiusta, ma l’abbiamo nutrita.
Così ci rassegniamo temporaneamente alla legge 40 perché, sia pure attraverso un percorso che non condividiamo, è cauta quanto noi siamo caute e limita pratiche che ci inquietano.
In tutto il mondo le leggi bioetiche vengono costantemente riviste, aggiornate, riscritte, discusse da capo, perché i cambiamenti sono molto veloci. Succederà anche in Italia, e speriamo che per quel giorno in campo non ci siano slogan ma opinioni libere e informate.

Si dirà che potremmo votare No, e lo abbiamo preso seriamente in considerazione, ma non ce la sentiamo di difendere attivamente con il voto la legge 40 perché mette al centro la tutela dell’embrione e non quella delle donne, considerando l’uno un soggetto autonomo dall’altra, una strada non praticabile. Abrogare la soggettività del concepito ci interessava molto, e avremmo voluto poterlo fare, ma dopo aver letto il testo dei quesiti referendari abbiamo scoperto con grandissima rabbia che il terzo quesito, pubblicizzato come quello “in difesa dell’autodeterminazione della donna”, abroga anche il divieto della diagnosi preimpianto, che a noi invece ad oggi preme mantenere.

Non ci piace la legge 40 perché stanzia fondi ridicoli e insufficienti su prevenzione e cura dell’infertilità, pone ipocritamente l’adozione come alternativa preferibile alle tecniche di Pma.
Non ci piace, infine, perché è segnata dal pessimo clima ideologico che l’ha prodotta. Siamo due convinte libertarie che avrebbero preferito un regolamento semplice, flessibile, rivedibile, realistico e di basso profilo, che diminuisse l’enfasi su queste tecniche senza venderle come una panacea e come un diritto sul quale misurare la libertà delle donne.

Ci preme dire con chiarezza che giudichiamo l’informazione sui quesiti un inganno: è una materia complessa, spinosa e difficile su cui, invece di creare consapevolezza, si è fatta propaganda. Da una parte e dall’altra si vuol vincere, non ragionare, discutere, capire. Dov’è la “battaglia di civiltà”, se è basata su un imbroglio e fa leva sulle paure e sulle debolezze delle persone?
La controinformazione è stata il nostro mestiere per tanti anni. Siamo giornaliste, veniamo l’una da “Noidonne” e “Avvenimenti” e l’altra da “il manifesto”. In questi mesi abbiamo letto, navigato in rete e siamo andate a caccia di quello che non viene proposto dai media ufficiali, abbiamo parlato con moltissime donne. E abbiamo avuto la possibilità di farci un’opinione libera, informata e critica.

Vi proponiamo quindi alcune pillole di controinformazione, oltre ai links da consultare direttamente, se ne avete voglia e tempo.

“La legge 40 impone tecniche lesive della salute e della dignità della donna, perché la produzione e il contemporaneo impianto di tre embrioni espone la donna a ripetere i cicli di stimolazione”.
La legge 40 infatti, impone di creare solo gli embrioni che si intende impiantare ed è ormai sconsigliato dalla pratica medica impiantarne più di tre alla volta, tanto che anche la legge Zapatero riconosce lo stesso limite di impianto per proteggere le donne da gravidanze plurigemellari. Molti medici ritengono inoltre che sia meglio sottoporre le donne a più cicli di stimolazione a basso dosaggio piuttosto che a un solo bombardamento a dosaggi molto alti, che può essere molto pesante, per produrre più ovuli possibile e poi congelare gli embrioni eccedenti e averli disponibili per successivi impianti. Secondo le stime della “National Summary and Fertility clinic reports” (US Departement of Healt and human service), per ogni trasferimento in utero si ha il 31,3% di probabilità di nascita quando si utilizzano embrioni non congelati, quando si trasferiscono cioè immediatamente. Se invece si utilizzano gli embrioni congelati la percentuale scende al 17,6% . La discussione, quindi, verte quindi sull’opportunità o meno di applicare alcuni protocolli medici, e il secondo e il terzo quesito referendario – quasi uguali e ai limiti della incomprensibilità - si potrebbero tradurre così: “Siete favorevoli ad eliminare il divieto presente nella legge 40 di crioconservare (congelare) gli embrioni in modo da non dover ripetere i cicli di stimolazione ormonale necessari a produrre gli ovuli da fecondare?”. Va inoltre detto che alcuni operatori delle Pma lavorano ormai anche sulla crioconservazione degli ovuli e non degli embrioni, tecnica che ha dato risultati incoraggianti. Ma – e qui sta il punto che ci turba – i ginecologi impegnati sul fronte abolizionista sono tutti favorevoli al congelamento degli embrioni, mentre i pionieri (e sono soprattutto pioniere, in verità) del congelamento degli ovuli sono dall’altra parte insieme ad altri genetisti e scienziati che lavorano sulla Pma ma in un’altra ottica. Perché chiedere ai cittadini di pronunciarsi sulla bontà o meno di una singola tecnica come se fosse un problema giuridico o morale, mentre in realtà la guerra in corso è fra lobbies scientifiche e economiche contrastanti?

“Le donne saranno costrette a farsi impiantare gli embrioni anche se malati”.
Non è vero. Le linee guida di applicazione della legge 40 specificano che, nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione, nessun atto invasivo è permesso senza il consenso dell’interessata.

“La legge 40 vieta la diagnosi preimpianto sugli embrioni, che permette di scoprire se l’embrione sia portatore di malattie genetiche”.
La diagnosi preimpianto consiste nel prelievo (rischioso) di una cellula dall’embrione per analizzare la presenza di alcune malattie e scartare gli embrioni portatori. È una tecnica ancora imprecisa (il margine di errore del tre per cento costringe comunque ad una successiva amniocentesi), potrebbe funzionare solo in pochi casi di malattie monogeniche e non tiene conto di una elementare osservazione: molti di noi sono portatori di malattie che non si sviluppano nel corso della nostra vita perché anche i fattori ambientali hanno la loro importanza. Jacques Testart, uno scienziato francese molto progressista che pratica la fecondazione assistita, respinge anche la selezione embrionale sulla base della presenza di un solo gene, perché nulla sappiamo delle sue combinazioni con gli altri geni. E porta un esempio: nelle grandi pestilenze che in passato hanno afflitto l’umanità – e oggi nel caso dell’Aids – c’è una fetta di popolazione che rimane immune dalla malattia proprio perché portatrice di una mutazione genetica che la preserva. Con una diagnosi preimpianto gli embrioni portatori di un gene modificato sarebbero eliminati, impedendo alla natura di creare una riserva di persone resistenti alla malattia. A noi sembra che la diagnosi preimpianto rischi di portarci verso un’eugenetica che non si basa più sulla selezione dei tratti somatici (che comunque già avviene in paesi in cui è legale, come gli Stati Uniti) ma su un presunto criterio di salute ottimale e arbitrariamente deciso sulla base delle attuali conoscenze che domani potrebbero essere smentite proprio dal progresso scientifico. Anche in questo caso invochiamo cautela e vogliamo mettere al bando le illusioni di avere un figlio perfetto. Il rischio è insito nella vita e nel dare la vita, le donne lo sanno. E’ giusto fare prevenzione, ma è una follia far credere che la scienza possa controllare l’incontrollabile e che a questo scopo sia giusto pagare qualunque prezzo.
Più studiamo questo argomento e più ci rendiamo conto che diagnosi preimpianto è un terreno molto complicato dal punto di vista scientifico e etico, che sarebbe opportuno affrontare presa di coscienza dei vantaggi e degli svantaggi.

“La legge 40 proibisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali e blocca l’avanzamento di importanti ricerche per la cura di gravi malattie”.
Questa argomentazione ci indigna più di altre perché i cittadini vengono convinti che per ragioni misteriose la legge in vigore sbarri la strada alla cura certa e immediata di malattie come il diabete, il morbo di Parkinson e l’Alzehimer, diffuse e temute. Ma non è vero. Finora tutte le sperimentazioni con cellule staminali embrionali sugli animali hanno dato esiti negativi, eppure la sperimentazione viene già fatta sulla natura umana. A tuttoggi non esiste nessun protocollo di cura con cellule staminali embrionali e anche i fan più accaniti ammettono che è un traguardo incerto e molto lontano. Ci chiediamo allora perché destinare fondi e personale di lavoro su una ricerca rischiosa e ancora agli inizi distraendoli da filoni già avviati. Cure con le staminali adulte sono già praticate - esistono 58 protocolli di cura - e proprio l’Italia ha ricercatori brillanti e internazionalmente riconosciuti in questo campo, tanto che la comunità scientifica stessa non è affatto compatta sui miracoli che vengono attribuiti alle staminali embrionali Noi ci diciamo che l’embrione non sarà un soggetto separato dalla madre, ma indubbiamente è un potenziale di vita. Non è meglio, dunque, applicare un principio di precauzione e rispetto piuttosto che lasciare ad eventuali dottor Stranamore le briglie sul collo? Secondo noi sì.

“La legge 40 vieta la fecondazione eterologa, ma i genitori sono coloro che crescono i figli e non chi fornisce il materiale biologico”.
Non ci interessa la tutela della famiglia patriarcale né di quella biologica come vorrebbero i cattolici contrari all’eterologa. Ci piacciono tutte le combinazioni familiari, comprese quelle omosex. Ma siamo colpite dal fatto che quando si parla di eterologa la scena è dominata dallo sperma, mentre nessuno o quasi nomina la donazione di ovuli, che pure è la parte più complicata. Per donare gli ovuli bisogna fare apposite stimolazioni e un intervento ad hoc per asportarli. Proprio la maggiore complicazione fisica espone le più povere delle terra a diventare serbatoio di ovuli. Esiste già un fiorente mercato, alimentato non solo dalle coppie sterili ma anche dalla scienza, che ha bisogno di un numero enorme di ovuli per le sperimentazioni.
Siamo inoltre fermamente contrarie all’anonimato del donatore di materiale biologico e l’esperienza della liberale Inghilterra dovrebbe insegnare qualcosa (da aprile, al compimento del 18 anno è possibile conoscere il proprio genitore biologico). Anche chi è adottato può non sapere delle sue origini ma nessuna legge gli impedisce di andarle a cercare. In Svezia l'eterologa è stata vietata di recente per ragioni molto laiche: il numero di separazioni tra chi l'aveva fatta erano il doppio che nelle altre coppie. Anche gli psicanalisti avvertono: l'ordine simbolico familiare è profondamente modificato e ricomporlo non è una faccenda risolvibile solo nelle relazioni private.
E poi l’esperienza omosessuale di un desiderio di paternità e maternità, spesso citata come argomentazione a favore della liberalizzazione delle tecniche di Pma, è molto più complessa e interessante di quanto si creda. Molti e molte non si arrendono alla soluzione scientifica che viene loro proposta come unica possibilità, ma cercano altre vie. Conosciamo maschi gay che hanno stipulato in amicizia accordi con femmine gay, e hanno concepito figli a letto o con i kit fai-da-te, in modo che i bambini nascessero per vie naturali e sapendo chi sono i loro genitori. Un amico gay americano che desiderava un figlio ci ha raccontato che, di fronte al medico che gli proponeva di comperare un ovulo da una donna colombiana, fecondarlo con il suo sperma, reimpiantare l’embrione dentro la donatrice pagandola come utero in affitto, ha pensato: “Preferisco di gran lunga andare a letto con una mia amica e avere un bambino con lei”, e così ha fatto.

Con questo scritto non vogliamo convincere nessuno a fare come noi ma testimoniare una passione politica e una posizione femminista, di minoranza, che non ha voce. Ci piacerebbe seminare qualche dubbio, ma soprattutto il desiderio di chiudere le orecchie alla propaganda del grande capitale biotech che ha incantato anche la sinistra italiana e di cercare, indagare, riflettere, parlare con le altre. In questi mesi abbiamo fatto una curiosa esperienza. Basta nominare questo argomento per essere subissate di domande. Tante donne e tanti uomini sentono che quel che la propaganda dice non è affidabile , che c’è di più e che la faccenda è di importanza cruciale. Lo sanno con il corpo, madri o non madri, padri o non padri che siano.

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Appello di Associazione GIUdIT - Giuriste d'Italia

La legge 40/2004 è una legge autoritaria e disumana. Impedisce a molte di realizzare il loro desiderio di maternità. Già sta costringendo singole donne e coppie ad andare all’estero per interventi di inseminazione c.d. eterologa o per altri interventi di procreazione assistita vietati dalla nostra legge e consentiti invece in altri Paesi. Ma solo chi ha i mezzi finanziari per affrontare questi costosi soggiorni può permetterselo; per altre/i, tutto ciò è impossibile. Autoritarismo, negazione dell’autodeterminazione delle donne e discriminazione vanno di pari passo, in un disegno eticamente e socialmente reazionario.

Il principio di laicità dello Stato non consente ingerenze nelle scelte fondamentali della vita.

Come donne il nostro giudizio è netto: di questa legge non c’è niente da salvare.

Come giuriste siamo inoltre convinte che la legge è, sotto vari aspetti, contraria alla Costituzione.

autodeterminazione è un principio fondamentale dell’ordinamento, riconducibile a un complesso di norme costituzionali, in primo luogo l’art. 2 che sancisce il rispetto dei diritti inviolabili della persona, e l’art. 13 che contiene la garanzia della libertà personale, da intendersi anche come garanzia dell’habeas corpus femminile, cioè della signoria delle donne sull’uso del corpo a fini procreativi.

Questa legge, al contrario, prevede una regolamentazione feroce del corpo femminile. Impone divieti e limiti che espongono a gravi rischi la salute delle donne, e riducono drasticamente le potenzialità insite nella libertà procreativa.

Come tutti i diritti inviolabili, l’autodeterminazione deve considerarsi sottratta alle decisioni di maggioranza.

Questa legge è un attacco evidente e senza precedenti all’autodeterminazione, e, almeno nelle intenzioni dei suoi sostenitori, dovrebbe preludere a una modifica della legge 194 sull’aborto.

Voteremo SI ai referendum, anche se non li abbiamo promossi, e anche se alcune di noi non li avrebbero voluti.

Non da ora, abbiamo sostenuto che, quando si tratta di autodeterminazione delle donne, nessuna maggioranza, né parlamentare né popolare, può legittimamente legiferare per limitarla o annullarla.

Tuttavia voteremo quattro SI con convinzione, perché i referendum, pur essendo espressione di un’agenda politica scandita senza un reale ascolto di quanto detto e pensato dalle donne, sono diventati il simbolo della resistenza contro l’attacco ad un nostro libero e responsabile esercizio di “signoria” sull’uso del corpo a fini procreativi, nonché momento di coagulo di tutte le forze progressiste contrarie a questa legge.

In concreto, la vittoria dei SI eliminerà alcuni tra gli aspetti più odiosi della legge, tra cui il divieto della inseminazione eterologa, la limitazione dell’uso delle tecniche ai casi di sterilità, il divieto di produrre più di tre embrioni e l’obbligo di impianto.

Ma il nostro impegno di donne giuriste non potrà dirsi concluso anche nel caso di esito positivo del referendum abrogativo parziale. Resterà infatti la limitazione dell’accesso alle tecniche alla coppia eterosessuale, che stabilisce un unico modello di genitorialità.

Resteranno anche tutte le altre norme di divieto, che hanno la finalità di porre limiti alle scelte individuali, e dal punto di vista culturale sono espressione di un bisogno di controllo volto a tacitare il senso di incertezza e a mettere paletti a tutto ciò che è frutto della diversità dei percorsi individuali.

Sbaglia, ha sempre sbagliato, chi parla di “far west” procreativo. A parte qualche eccezione – da cui nessuna legge potrà mai metterci al riparo – le donne hanno sempre affrontato le scelte procreative con senso di responsabilità. Come abbiamo detto a proposito dell’aborto, nessuno, neanche lo Stato, può sostituirsi alla scelta della donna interessata. Nessuno potrà mai decidere meglio di lei stessa se, e come, essere madre.

La legge non deve porre limiti né regolamentare l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita.

Per questa ragione l’unica decisione politica accettabile e coerente era ed è l’abrogazione totale della legge.

Riteniamo tuttavia che la vittoria dei SI renderà di fatto inapplicabile la legge, e obbligherà il Parlamento a un ripensamento complessivo della materia.

Vogliamo lavorare, insieme con altre associazioni e movimenti che condividono questa impostazione, alla costruzione di una proposta normativa che si astenga dal regolare aspetti connessi con l’autodeterminazione - in particolare l’accesso alle tecniche - e si limiti a prevedere norme volte a prevenire l’uso speculativo delle TPA e a garantire la salute delle donne, attraverso il controllo sui centri che effettuano gli interventi di procreazione assistita.

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Referendum - Appello Adista
Appello di religiose, religiosi e laici per il rispetto della sacralità della coscienza in occasione del referendum del 12 e 13 giugno per la modifica della L. 40/2004 (procreazione assistita)

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Non è forzato, per noi e per molti cristiani, di fronte al referendum sulla procreazione assistita questo riferimento alle parole iniziali della Costituzione pastorale sulla Chiesa promulgata “a perpetua memoria” dal Concilio. Perché questa partecipazione in solido alla condizione umana porta necessariamente a partecipare anche alla trasversalità interna a ognuna delle aggregazioni che si creano in base a contrastanti opinioni e opzioni politiche attinenti direttamente all’etica. Non si pone qui la questione di coalizzarsi in un solo schieramento. Compito dei vescovi è indicare valori, non imporre ai credenti scelte che competono alla coscienza e alla fede di ognuno. Ne va della autenticità e credibilità della loro solidarietà umana.
Il cristianesimo non è mai stato solo potere e lotta fra poteri. Il Vangelo e la profezia hanno incessantemente animato la crescita dell’umanità lungo l’asse dei valori democratici, fra cui il primato della coscienza, il pluralismo, l’etica della responsabilità. Che dire allora di questa chiamata all’ubbidienza verso l’autorità e all’appartenenza ecclesiale in occasione del referendum? Che ne è del primato della coscienza, che ne è del pluralismo, che ne è dell’etica della responsabilità? Che ne è della lettera e dello spirito del Concilio?
Vogliamo rileggere la magnifica apertura della “Costituzione dogmatica sulla Chiesa”? Il Concilio si serve di parole antiche, citando cioè il profeta Geremia e l’apostolo Paolo, per dire la parola nuova quasi rivoluzionaria che tanti, compreso in primo luogo Papa Giovanni, si aspettavano da tempo: “Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo…Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l’imprimerò; essi mi avranno per Dio e io li avrò per mio popolo… Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore” (Geremia 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. I Cor. II, 25)…”.

Questo è scritto nel documento conciliare fondamentale. Se tutti hanno impressa nella loro mente e nel loro cuore la legge di Dio perché non dare fiducia agli uomini e alle donne? Perché non affidare la ricerca delle soluzioni più giuste al contesto della partecipazione democratica in cui coscienze responsabili si confrontano e infine trovano mediazioni politiche? Perché forzare le coscienze col principio di autorità per fare un fronte politico contrappositivo?
Si obbietta da parte dei vertici ecclesiastici che “I parlamenti che approvano e promulgano simili leggi (quelle che legalizzano l’aborto, ndr) devono essere consapevoli di spingersi oltre le proprie competenze e di porsi in palese conflitto con la Legge di Dio e con la legge di natura” (Giovanni Paolo II, Memoria e identità).

E’ vero che la democrazia non è esente da errori, da ingiustizie e da misfatti anche gravi. La guerra preventiva, ma si può dire la guerra senza aggettivi, è un esempio attuale eclatante che brucia a due anni dall’inizio della guerra contro l’Iraq. Ma la soluzione è il principio di autorità? Quando l’autorità ecclesiastica gestiva, direttamente o indirettamente, il potere civile non ha forse commesso gli stessi errori e misfatti e massacri?
No, la soluzione al problema del rapporto fra la legge umana imperfetta e la legge divina perfetta non è l’appello al principio di autorità, non è il ritorno al primato dell’appartenenza, non è un nuovo intruppamento dietro il potere che si fa scudo di Dio. La risposta è quella di Gesù: la profezia disarmata, la testimonianza che rifiuta il potere e che allontana da sé la tentazione stessa del potere. Lo indica bene l’apostolo Paolo in una sua lettera: “(Gesù) pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”.

Prime adesioni
p. Felice Scalia, gesuita, Issur (Messina); don Antonello Solla, parroco di San Grato di Saluggia, Vercelli; don Enzo Mazzi, Comunità dell’Isolotto, Firenze; don Leonardo Zega, già direttore di “Famiglia cristiana”, direttore di “Club 3”;, Milano; p. Pierangelo, p. Adriano, p. Giorgio, Comunità dei Sacramentini, Caserta; suor Elisabetta (Gina Toscano), Comunità s. Agnese di Livorno-Unione Suore Domenicane S. Tommaso d’Aquino; suor Teresa Caterina (Maria Teresa Nannoni), Comunità s. Agnese di Livorno-Unione Suore Domenicane S. Tommaso d’Aquino; Lina Vicario, associata, Comunità s. Agnese di Livorno-Unione Suore Domenicane S. Tommaso d’Aquino; suor Maria Teresa Ricci, superiora generale della Congregazione Serve di Maria di Ravenna; suor Maria Grazia Gaddoni, Congregazione Serve di Maria di Ravenna; suor Stefania (Leda Baldini), Comunità G. Savonarola e Compagni Martiri di Firenze – Unione Suore Domenicane S. Tommaso d’Aquino; suor Ludovica (Doriana Castellani), Comunità G. Savonarola e Compagni Martiri di Firenze – Unione Suore Domenicane S. Tommaso d’Aquino; don Paolino Trani, Città di Castello; don Paolo Farinella, Genova; don Andrea Gallo, Comunità di san Benedetto al Porto, Genova; don Olivo Bolzon, parroco emerito di San Floriano, Treviso; don Achille Rossi, direttore de “L’Altrapagina”, Città di Castello; don Claudio Mondino, Cuneo; don Mario Piantelli, parroco della parrocchia di San Michele Arcangelo, Crema; don Gianfranco Formenton, parroco di S. Angelo in Mercole, Spoleto; don Giacomo Stinghi, responsabile del Centro di Solidarietà di Firenze – Onlus; p. Giorgio Pisano, Portici (Na); don Carmine Miccoli, parrocchia Maria ss. Assunata, Tollo (Chieti); p. Alberto Simoni, domenicano, Comunità Koinonia, Pistoia; don Lorenzo Grigoletto, Padova; don Renzo Fanfani, prete operaio, parrocchia di San Iacopo in Avane, Firenze; don Luciano Scaccaglia, parroco di Santa Cristina, Parma; Giulio Girardi, Roma; Ettore Masina, scrittore, Roma; Giancarla Codrignani, Bologna; Elisa Lurgo, collaboratrice del “Foglio” di Torino; Enrico Peyretti, pubblicista, Torino; Ivano Pioli, consigliere del gruppo Mac (Movimento Apostolico Ciechi) di Milano; Michele Di Schiena, già consigliere nazionale e presidente dell’Azione Cattolica di Brindisi, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione; Maurizio Portaluri, esponente di Medicina Democratica, già segretario regionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (Brindisi); Giancarlo Canuto, docente di religione e già presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Brindisi; Fortunato Sconosciuto, docente di storia e filosofia, già presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Brindisi; Claudia Toniolo, ricercatore, Università di Roma “Tor Vergata”; Domenico Jervolino, redazione de “Il Tetto”, direttore di “Alternative”; Maria Restello, Castelfranco Veneto; Amelia Girardi, Mestre; Tina Mazzullo, insegnante; Sergio Conti Nibali, pediatra; Antonio Gussio, insegnante; Natale Ullo, pensionato; Vincenzo Romano, magistrato; Luisa Berbero, insegnante; Raffaello De Leonardis, medico; Margherita Messina; Sandro Gorgone, ricercatore universitario; Grazia D'Arrigo, insegnante; Anna Notarbartolo; Zurzolo Albino, educatore; Carmelo Labate, docente universitario; Alfonso Augugliaro, medico; Maria Rigoli, medico, Renato Accorinti, insegnante; Rosario D'Anna, medico, docente universitario; Andrea La Torre, impiegato; Lino Prenna, Ordinario di Pedagogia generale e di Etica sociale nell'Università di Perugia); Davide Romano, Palermo; Gaia Marsico, livorno; Alberto Borello, Borgo S. Dalmazzo (CN); Gabriella Soro, 09047 selargius; Maria Cristina Campodonico, Masciago Primo; Giovanni Colombo, presidente "Rosa bianca", milano; Gianluca Alfieri, San Mauro Torinese; Roberto Furlan, TREVISO; Alfredo Albertoni, zola p. - bo; Marcello Bazzoni, sassari; dott. Francesco Augurio, villammare (Sa); Paolo Sales, (Comunità cristiana di base di Pinerolo - associazione Viottoli), Pinerolo (To); Domenico Raimondi, già Responsabile Diocesano Azione Cattolica dei Ragazzi - Torino, Torino; Franco Nobildonna, perugia; Marcello Peruggia, Mantova; Lucia Ricciardi, Valenzano; Debora Cingano, Mestre; Andrea Tabili, Ascoli Piceno; Francesco Romita, Milano; rosanna picoco , bologna; Giorgio Muccio, Casalecchio di Reno (Bologna); CAROLA TOLA, BATTIPAGLIA; Dott. Daniela Martino, Messina; Sig.ra Antonella Bottiglieri, torino; dottor claudio meloni, roma; Francesco Castelli, ex prete, Torino; Dott. Sara Boriosi, Perugia; sonia roncoroni, laica, Milano; Ilaria Toretti, gia vice-presidente Settore Giovani di Azione Cattolica, Foligno; Paola Bonalumi, gruppo liturgico, Milano; Andrea Facchini, laico, Tivoli; Angela Butera, Novara; Antonino Chillè, Torregrota (ME); Alessandra PALA, Livorno; Raffaele Corte, Roma; Roberto Bartolucci, San Martino in Rio (RE); Isabella Molinari, D-60385 Frankfurt (Germania); don Angelo Lombardo, Napoli; Alberto CorrentiI, mestre venezia; Antonello Schiavone, credente, socio Azione Cattolica Italiana, Bari; Giuliana D'Olcese, nessuno, Roma; andrea celani, ascoli; Sig.ra Sarah Biandrati, novara; Alessandro Di Benedetto, Raffadali (AG); Lucio Narducci, fasano; Roberto Oliva, napoli; Gabriele De Veris, Perugia; Giacomo Pantaleo, marsala; Lino d. Preatoni, laico credente, Sumirago (Va); Eugenio Scardaccione, facente parte mov.END, Bari; Gianna Vellico, cuggiono; Alessandro Graciotti, chiaverano; Luca Ferri, valenzano; Pierangelo Molena, Martellago (VE); Claudia Gemmi, Rosignano Solvay - LI; Aismondo Vlado, Lodivecchio LO; Elisabetta Pirolo, 31033 Castelfranco Veneto; Carlo Maria Cananzi, Già consigliere diocesano ACI Napoli, Napoli; Mariassunta Piccinni, Padova; don Andrea Garbellotto, parroco, Piombino; don Albino Bizzotto, Padova; Carmine Stillavato, Minervino Murge; Carlo Ornaghi, Melzo; Annabella Sottile, Napoli; Francesco Baruffi, Modena; Maria Teresa Scarlato, ROMA; Giusy Sammartino, Laica, San Cataldo; ATTILIO DURSO, FANO; Paolo Ruggiu, Porto Torres; fausto caffarelli, torino; Gianni Mula, Cagliari; Padre Alberto Stucchi, ex-priore del Monastero di Chiaravalle, Milano; Dott.Elena Erzegovesi, Milano; Ornella Marcato, laica, 30031 Dolo (VE); Alessandro Malantrucco, Roma; Luciano , Zappella, Bergamo; Stefano Rollero (www.arturin.it), Caselle Torinese; Sabrina Corti, Erba; Sandra Musio, milano; Silvana Alcaino, presidente sezionale U.C.I.I.M, Tricase; Marco PEISINO, aderente Azione Cattolica, TORINO; Angelo Cifatte, 16129 Genova; prof. Lorenzo TOMMASELLI, membro comunità di base Cassano (Na), S. Giorgio a Cremano; Guido Del Re, Firenze; Gianpietro Storti, maestro di cappella del duomo di S.Stefano di Casalmaggi, casalmaggiore; FEDERICA NEPOTE, TORINO; Elena Polonioli, Brescia; Maria Cristina LOPEZ, roma; Fra Luca Vivarelli op, nessuno, Zurigo; andrea zanello, seminarista, casale monf.(AL); mauro murino, san martino b.a.; Nicola Florio, caserta; dott. DOMENICO MANARESI, BOLOGNA; Giovanni Sarubbi, Monteforte Irpino (AV); Mario Grechi, Romanengo; ROSSINI GIANNI, BRESCIA; Pierstefano DURANTINI, Roma; Nadia Neri, Roma;
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Riflessioni di Rita Alicchio in risposta alla Lettera di due femministe a favore dell'astensione

Con molto ritardo ho deciso di esternare quello che penso e che ho tenuto per me in quanto mi sentivo isolata rispetto alle donne femministe e di sinistra quale io mi ritengo di essere. Ciò che mi spinge a scrivere le mie riflessioni è stata la lettura del documento di Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, che mi ha dato una spinta ad uscire allo scoperto e dire quello che penso sulla fecondazione medicalmente assistita. Condivido completamente la premessa della loro lettera e non starò quindi a ripetere quanto sia vero che la PMA sia principalmente un business per i medici e per i ricercatori biologi.

Anche io sono meravigliata del silenzio su questo tema da una parte e delle affermazioni acritiche dall’altra, del tipo non dobbiamo fermare la ricerca. Come si può tacere sul fatto che non si hanno sufficienti informazioni sulle conseguenze che la crioconservazione di embrioni e aggiungo di ovociti(in questo discordando da Di Pietro e Tavella) può avere sullo sviluppo successivo del feto e del nascituro? La sperimentazione biologica su cellule crioconservate di organismi vegetali e animali ha dimostrato che c’è il rischio di alterazioni cromosomiche e questi dati sono noti da almeno 20 anni. E’ vero che negli animali embrioni con anomalie vanno incontro ad aborti spontanei e questa è sicuramente la causa della bassa percentuale di successo degli impianti con embrioni fecondati in vitro. Per fortuna la selezione naturale interviene a contrastare i molti errori che anche la natura compie ma che la riproduzione artificiale compie in misura molto più elevata.

Ma che dire della difesa della libertà di ricerca? Sono scandalizzata dallo spot propagandistico di un emerito studioso e bravissimo oncologo quale Veronesi che si presta a difendere la ricerca sulle staminale embrionali affermando con grande sicumera che se non verrà permessa non si potrà salvare la vita ai malati di Parkinson o di Alzheimer, quando non esistono assolutamente protocolli sperimentali che abbiano dimostrato non dico l’efficacia ma neppure l’attuabilità di terapie di questo tipo. Chi è biologa come me e chi ha lavorato nel modo della ricerca sa bene quanto siano importanti le "mode" nel concentrare i fondi per la ricerca: prima il cancro, poi l’AIDS , la terapia genica ed ora le staminali. E tutto ciò distraendo, come dicono le due firmatarie della lettera, fondi da filoni "meno avanzati" ma già avviati che potrebbero in minor tempo portare a dei risultati concreti.

Ma ancora di più mi stupisce e mi indigna il propagandare le tecniche di riproduzione come una difesa all’autodeterminazione della donna e mi chiedo anche io come Alessandra e Paola: ma dove è andata a finire la nostra riflessione sulla coscienza del limite quando si lascia tutto lo spazio acritico alla ricerca tecnologica?

Fatte queste considerazioni la mia posizione si discosta da quella esposta dalle donne firmatarie della lettera che hanno dichiarato di non andare a votare in quanto penso che la legge 40 contiene alcune affermazioni di principio che non mi trovano d’accordo e inoltre elementi che mettono a rischio il futuro della legge 194.

Ho sempre saputo che sarei andata a votare perché è giusto dare la possibilità di un pronunciamento democratico pro o contro, mentre trovo la campagna astensionista antidemocratica e incostituzionale.

In un primo tempo ero certa che avrei espresso un sì solo al Quesito 3 in quanto pienamente convinta che il concepito non sia persona autonoma fin quando la madre che lo ha concepito non se ne distacchi e lo faccia nascere volontariamente.

Le motivazioni che ho sopra esposte mi portano a votare no alla presunta libertà di ricerca (quesito 1). La confusione del quesito referendario 2 (non so se sono state accorpate di proposito tre quesiti diversi in uno) mi costringe ad un voto positivo nonostante i miei dubbi espressi sulla crioconservazione. E’ infatti evidente la contraddizione tra l’impossibilità di effettuare la diagnosi preimpianto che anche io ritengo altamente invasiva per l’embrione (quante di noi sanno esattamente come si effettua, quante di noi dopo aver visto l’asportazione mediante micromanipolatore di una cellula da un prembrione di 8-16 cellule sarebbe certa che il resto dell’embrione non subisca dei danni?) e la necessità di un aborto selettivo successivo all’impianto stesso nel caso di una grave patologia. E quindi il contrasto con le legge 194 ed un suo possibile attacco mi porta inevitabilmente ad appoggiare con un sì questo quesito. Restano tutti i miei dubbi relativi al fatto che una pratica diffusa di diagnosi pre-impianto porti ad una automatica estensione di queste diagnosi alla selezione del sesso; le motivazioni etiche per un divieto a riguardo sarebbero molto deboli mentre il rapporto biologico dei sessi al 50% ne verrebbe sconvolto e ci sarebbero quantomeno forti conseguenze sul piano sociale.

Molto complessa e non ancora matura dentro di me è la risposta al quesito 4; credo che la società stessa non sia ancora pronta ad accettare figli nati da single o all’interno di coppie omosessuali. Mentre sono contraria alle banche del seme e degli ovuli perché ho timore delle conseguenze di un mercato sicuramente fiorente ed anche degli eventuali utilizzi selettivi degli stessi gameti, ed anche all’anonimato del donatore di gameti e quindi del genitore biologico, sono molto sensibile di fronte ai desideri di maternità e paternità di coppie omosessuali. Comunque la soluzione tecnologica anche in questo caso mi sembra la più complessa mentre altre soluzioni ove possibili(adozioni o relazioni amicali) potrebbero dare una risposta molto più umana al problema.

Ancora un grazie ad Alessandra e Paola che spero ripensino la loro astensione.
Rita Alicchio

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