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Devid, gli altri e noi. Di Maria (Milli) Virgilio

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Mette ognuno di fronte alle proprie responsabilità (morali e civili) la morte evitabile di un esserino indifeso e incolpevole. Il suo gemellino e la sua sorellina di poco più grande sono stati – d’imperio – separati dalla madre e dal padre.

Una madre (é di lei soprattutto che si parla e si scrive) e un padre che – stando a quanto leggiamo – proprio quello temevano e che per questo avrebbero rifiutato risolutamente aiuti e occasioni, per se stessi adulti, ma anche per i figli piccoli da loro dipendenti.
Ma, quando il rifiuto del sostegno altrui (anche da parte istituzionale) è esso stesso sintomo patologico e quando coinvolge altre persone non autonome, allora occorre intervenire, e purtroppo le scelte possibili sono tra loro conflittuali.

Forzare, intervenendo d’imperio, d’ufficio, coattivamente, segnalando a magistratura e a poteri istituzionali forti?
Soccorrere i piccoli separandoli dagli adulti? Come poi è accaduto, ma dopo la morte per stenti di un bambino.
Invocare poteri istituzionali miti e duttilità tipiche del terzo settore?
Centralizzazione o decentramento dei servizi locali?

La esigenza di comporre questa dimensione conflittuale è obiettivo culturale e politico.
Infatti proteggere il bambino assieme alla madre (e al padre) e non contro di lei è la sola chiave in grado di aprire anche le resistenze materne a accettare sostegno.
Ma suppone un’azione determinata di coordinamento e di integrazione tra tutte le istituzioni e di stimolo della macchina amministrativa, sia della sua organizzazione complessiva sia delle capacità personali e delle sensibilità degli operatori (istituzionali e non), che solo la politica vera è in grado di operare, se e quando si ponga espressamente l’obiettivo di superare la dimensione burocratica, le sclerotizzazioni (favorite dai tagli e dall’invecchiamento del personale senza ricambi) e anche i particolarismi associativi.

Bologna, 12 gennaio 2011
Maria (Milli) Virgilio

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