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Procreazione medicalmente assistita: ai margini e nel cuore di una legge

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Attorno alla procreazione assistita c’è un spessore di tenebra. È impastato di vari elementi. Del silenzio delle donne che hanno fatto esperienza di PMA – o della moderazione che è stata imposta alle loro testimonianze. Della sostanziale falsità che circonda le intenzioni del legislatore, pressato tra l’obbedienza alle leggi non scritte sul funzionamento (e sul finanziamento!) della ricerca scientifica e sulla pratica medica e l’adesione alle volontà di potenza delle gerarchie ecclesiastiche.

Referendum Procreazione Medicalmente AssistitaDel balbettio politico sulla dimensione (mondiale) di ogni questione (milioni di bambini e bambine nel mondo muoiono entro i primi cinque anni di età) dimensione che potrebbe anche indicare il vero rischio insito negli indirizzi della ricerca scientifica stessa: quello di rivoluzionare la nascita umana segnandola programmaticamente con la disuguaglianza nei diritti. Così è nata una legge crudele, bugiarda, inapplicabile, che esercita violenza sul corpo delle donne e pretende già da ora di imporre, in luogo della tutela dei neonati, comunque siano venuti al mondo, il modo “giusto” di venire al mondo (da una coppia eterosessuale convivente: come se nel mondo tutti nascessero tutelati da una coppia eterosessuale convivente). E c’è una fonte di tenebra che riguarda tutte e tutti singolarmente: è l’incapacità di fare i conti con la distanza tra desideri profondi e realtà. Il primo e ottimo motivo per ridurre a zero la legge 40 sta nel bisogno di diradare coraggiosamente quelle tenebre così da riaprire la strada per una convivenza migliore, una vita migliore, un pensiero più ricco sulla vita e sulla morte umana, mettendo al lavoro le coscienze che guardano lontano quanto vicino a sé. Perché si faccia di meglio rispetto a ciò che propone il mercato e a ciò che prescrive il patriarcato ecclesiastico. Perché si pensi laicamente, nel significato più democratico, aperto, creativo e responsabile di questa parola..
A partire da un principio che si chiamò autodeterminazione.

Nel momento in cui nuove tecniche consentono di produrre la fecondazione e il primissimo stadio dello sviluppo dell’embrione umano fuori dal corpo femminile, questo principio va approfondito nelle sue motivazioni. Esso nasceva da un’esperienza divenuta coscienza, soggettività: l’esperienza di una materia vivente al cui sviluppo una donna doveva dare un sì intimo assolutamente personale: il sì del corpo-mente-cuore che avverte o viene avvertito di quella materia, interna a sé eppure non del tutto “propria”, corpo proprio toccato da altro, dall’altro. Un sì umano che può fallire. Può essere un no bio-fisiologico, un no in nome del modo in cui la fecondazione è avvenuta, un no in nome di un futuro per qualunque motivo minaccioso. Attorno a quel sì e a quel no così intimo si avvolge e radica molto della possibilità di essere umane e umani, quando si “mette al mondo”. Perché è nell’intimità, nell’ individualità protetta dal suo personale segreto (dalla sua inviolabilità) che può nascere o no un rapporto tra sé e l’altro che non debba rimontare volontaristicamente un abisso, un rapporto con il desiderio che non sia censorio o avido, un rapporto tra la forza e la debolezza che non sia imperialista, violento. Questa esperienza dell’intimità generativa è così importante per la donna e potenzialmente per tutti che solo il pervicace impegno storico di alienare le donne, di tenerle lontane dalla parola e dalla pratica dell’autodeterminazione ha potuto a lungo isterilirla e renderla irrilevante: per il male di tutti. La minaccia continua e ripetuta a questa intimità ha fatto sì che gli uomini considerassero l’intimità in sé stessa come una minaccia dalla quale tenersi lontani, per il pericolo del contagio. Così che, mentre le donne molto hanno imparato dagli uomini, questi ultimi poco hanno imparato dalle donne sul piano della costruzione profonda di sé.

Ora che la scienza consente il portar fuori dall’intimità la prima parte del processo generativo (ma in futuro sarà probabilmente tutto il processo generativo), la reazione della legge non è quella di ripristinare in ogni modo l’intimità della relazione donna-embrione, bensì quella di “farla fuori” nominando immediatamente l’embrione come persona portatrice di diritti, anche contro il corpo femminile che ancora lo deve ospitare, e addirittura imponendo a quel corpo l’ospitalità. Qui si incrociano due misoginie: quella dell’uomo prometeico e solipsista, che sogna semplicemente di fabbricare umani senza le donne, e quello del patriarca in nome di Dio (del patriarca-Dio) che ricolloca la donna nel luogo della materia inerte, della materia preumana che occorrerà poi e sempre salvare da se stessa donandole un’anima. Difficile dire chi dei due è peggio. Si può invece dire che entrambe le categorie di misogini sono tra le meno adatte a parlare della tutela di quell’essere inerme, privo di segreto e di precisi confini col mondo che è il neonato. E non per caso entrambe sono così gravemente incapaci di fare qualcosa contro la violenza che tocca l’intimità corporea, la violenza sessuale, principio e metafora di ogni tortura, di ogni violenza.

Sul ristabilimento di quella intimità molto ci sarebbe forse da fare, e ben oltre un referendum, ben oltre una legge. Perché alle donne tocca di interrogarsi sulla propria parte, nella crescita di un quadro così poco rassicurante. A cominciare da una domanda: che cosa è avvenuto del desiderio di maternità? Che cos’è, oggi? In un paio di decenni è avvenuta una lenta metamorfosi. Generazioni di donne sono passate dalla maternità come destino indipendente da un desiderio che, se presente, era quasi muto, alla paura esplicita della maternità, al desiderio questa volta nominato e analizzato, reso consapevole, motivato in maniera multiforme. E adesso, a che punto sono le donne? E quali donne? E’ difficile dirlo. Oggi in molte viviamo con fatica la gestione delle nostre libertà e dei nostri desideri, che sono molteplici. E’ forse la prima volta nella storia che in una parte del mondo, o in varie parti socialmente circoscritte del mondo, una generazione di donne si misura con l’intera progettazione di un’orizzonte di vita: studio, lavoro, amore e maternità, sulla base di desideri che non sono affatto facilmente conciliabili, che sono spesso ugualmente forti eppure non sono misurabili con la stessa unità di misura (una mentalità assolutamente maschile, benché frequentata da molte donne, tenta invece di renderli commisurabili: oggi un lavoro, domani un figlio, più tardi la ricerca spirituale, e chissà che altro).

Sull’oggi del desiderio di maternità facciamo qualche ipotesi. Le statistiche, molto poco diffuse, dicono che a richiedere la procreazione medicalmente assistita sono prevalentemente le donne che si avvicinano ai quarant’anni, quando cioè si teme il calo naturale della fertilità e quando si teme di più la nascita di una creatura con problemi di salute. L’avanzare dell’ “età per fare un figlio” è frutto dell’emancipazione classica (l’emancipazione essendo, a detta di tutti gli studi demografici internazionali, l’unico modo generalizzato ma non autoritario di ridurre gli eccessi di natalità nel mondo). Ma l’emancipazione si sta convertendo in una condizione altra: la condizione della precarietà. Il sogno dell’emancipazione classica era quello di programmare la maternità, l’incubo della precarietà è quello di non farcela nella corsa col tempo fertile. La programmazione e la “conciliazione dei tempi” sono state convertite in un unico tempo di vita non programmabile se non dall’“altro da sé”, cioè dalle intricate strade della percezione del reddito. La precarietà totale sta per giunta cancellando la possibilità (e forse anche il desiderio) di avere una percezione più intima del tempo che passa. Cioè sta devastando un vissuto del tempo proprio che non sia semplicemente tempo libero bensì tempo “di sé e per sé”. Non solo il tempo del fai da te, dell’hobby, tempo da giovanotto scapolo, per così dire, ma il tempo per l’ascolto di ciò che accade dentro di sé, il tempo, anche, del “lasciar accadere, lasciare avvenire” qualcosa dentro di sé, il tempo di un’attesa dunque. Tipico tempo fertile, in ogni senso. La perdita di questo specifico tempo e senso del tempo ha conseguenze oggi non innocentemente incalcolate sull’intero modo d’essere, dal pensiero all’amore alla maternità. E nel contorto e affannoso tempo totalitario della precarietà emergono, come funghi intatti, antichi desideri che la tecnica promette di soddisfare “chiavi in mano”: un prolungamento della vita potenzialmente illimitato; un prolungamento della vita fertile quasi altrettanto illimitato; una età giovane senza limiti, con eterne e sempre uguali possibilità di successo, di seduzione, di potere. Un figlio quando il reddito è divenuto sufficiente per fermarsi e per pagarselo.

Se questa, a grandi linee, è la condizione materiale delle donne candidate alla PMA, più difficile e forse più necessario è capire come sta oggi una donna a tu per tu con un’ipotesi di procreazione. Qui, tra noi, in questa nostra società le donne giovani sono più libere, anche o soprattutto nel sentimento di sé. Questa libertà si traduce in un sentimento di individualità, di fronte alle proprie possibilità procreative, che è stato una conquista molto alta, ma che rischia sempre, e forse oggi molto più di ieri, di diventare per lo più solitudine, impossibilità o rifiuto a condividere con altre, oltre che con altri, il problema del se, del come, del quando e con chi inserire nella propria vita l’esperienza della maternità, in quali forme, secondo quali regole e priorità liberamente scelte, affermando quali diritti e quali doveri. Tanto più di fronte ai nuovi modi “tecnologici” di mettere/venire al mondo. Modi attraverso i quali sembra che il bisogno di uscire dalla solitudine, di condividere e di comunicare un desiderio, prima ancora che di progettare una procreazione, si traduca in un rapporto asettico e profondamente disuguale tra donna e tecnico, tra donna e tecnica, sessualmente neutro, emotivamente buio. Modi che oscurano, tramite un’espropriazione visibilissima (di cellule, ovuli, embrioni ecc.) la nuova responsabilità di ogni donna nei confronti del proprio corpo, delle proprie potenzialità, dei “prodotti” delle metamorfosi che dentro il corpo si verificano. Responsabilità inedite, nel momento in cui un embrione può essere portato fuori e poi di nuovo dentro una donna. Inedite, anche dal punto di vista di una loro traduzione giuridica, per non parlare degli scenari che prefigurano, alcuni davvero inquietanti. Credere, o fingere di credere, come si fa, che l’evocazione di un presunto quanto astratto valore-famiglia possa arginare gli esiti di queste novità, più che essere ingenuo è in malafede. Restringere o allargare la categoria della famiglia per garantirsi da esiti abissalmente disumani provenienti dall’estrazione e dalla manipolazione degli embrioni umani serve solo a ribadire l’irrilevanza dell’essere donne di fronte alla procreazione, e la cancellazione del loro campo di responsabilità. La procreazione passa ad altre mani, anonime, spersonalizzate.

E’ in questo intero quadro che si colloca la procreazione medicalmente assistita, ed è su questo intero quadro che occorre pensare a fondo l’autodeterminazione. Quest’idea, così cara al pensiero delle donne, diventa innominabile se ogni momento della vicenda procreativa viene determinato da un meccanismo economico e sociale, e ancor più se questo meccanismo opera anche sul desiderio, lo plasma, lo rende adeguato alla tecnica. La quale a sua volta si adegua. L’idea della libertà di ricerca scientifica infatti è davvero messa in questione dal fatto evidente che questa presunta libertà non parla affatto di sé. Sembrano spenti i dibattiti sul modo del conoscere scientifico (sulla sua originaria umiltà rispetto alla teologia) nel momento stesso in cui le scienze vanno a toccare il genoma umano. Nessuno più sembra interrogarsi sulla relazione scienza-tecnica, sulle finalità delle tecniche e delle pratiche che sulla scienza si fondano: la medicina, per esempio, che cos’é? Una pratica di prolungamento della vita umana? Una pratica di salvataggio della vita in pericolo? Una pratica di cura del dolore che la malattia infligge? Il dibattito è così poco diffuso e visibile che occorre interrogarsi sulla base di sintomi: come si producono le agonie o i coma che durano vent’anni? Come avviene che nascano e letteralmente sopravvivano in condizioni spesso penosissime, bambini nati in maniera terribilmente precoce? Come, perché, sulla base di quali decisioni e di chi, e a che prezzo vengono attivate e riattivate alcune funzioni vitali e non altre? Forse non si apriranno davvero dibattiti di questo genere se non se ne garantisce in qualche modo la finalità propriamente umana. Se non si è sicuri e sicure di non scivolare verso trattamenti della materia umana vivente, della vita umana inerme, di una disumanità senza pari e peraltro in parte già sperimentata. Se non si diffonde una buona pratica di riconoscimento e quindi di governo dei propri desideri non solo all’interno delle vite personali, ma anche nella vita sociale, professionale. Politica.

Forse non si apriranno, questa volta, simili dibattiti e simili pratiche senza una capacità di interrogazione da parte delle donne, rivolta al mondo intero, a partire da un’esperienza intima della fertilità che sia riabilitata e protetta, che faccia da bussola, alle donne prima di tutto. Ma occorrerà imporre anche un ascolto.

Roma 17 maggio 2005, Lidia Campagnano e Pina Nuzzo

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