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La mia esperienza sotto la gru di Annamaria Tonoli

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera che Annamaria Tonoli ha scritto al Giornale di Brescia.

Egregio Direttore, abito vicino alla gru e, nel leggere l’editoriale “Non lasciamo sulla gru la nostra città”, non ho ritrovato la mia esperienza, che è anche quella di molti uomini e donne che ho incontrato in questi giorni. Lei ha visto “sedici giorni di tensione, di scontri, di rabbia". Certo c’è stato anche questo, ed è stato molto molto difficile; ma io sono stata colpita dalla solidarietà, dal desiderio di scambio, di incontrarsi, di discutere, di cercare di capire, dalla presa di parola delle donne con appelli e poesie, dai gesti di cura, dal coraggio di ritornare sotto la gru dopo le cariche.

Cosa ci teneva lì? Cosa teneva lì me, donna di cinquantasei anni con i suoi impegni di famiglia e lavoro, le mie vicine e vicini di quartiere, le persone che abitano in altre parti della città.? Cosa ha fatto dello stare sotto la gru la priorità di questi giorni per donne e uomini di ogni età e dalle molteplici esperienze? Cosa ha spinto molte donne a portare fiori e accendere un grande cuore di luce per riportare energia amorevole dopo le violenze? Cosa ha spinto tanti e tante a portare ogni giorno musica, voci, vita e amore?

Il gesto di salire sulla gru e di rimanere lì è stato molto forte e ha scosso le coscienze.

Siamo stati in molti, cittadini, partiti, sindacati e istituzioni, ad essere sopiti nei giorni del presidio in via Lupi di Toscana. Eppure già là erano chiare le richieste. Ed io queste richieste le ho chiarissime, come insegnante, ma anche perché nei sedici anni di malattia di mia madre, ho sperimentato tutti gli spigoli delle nostre leggi sull’immigrazione, che sono diventate via via più ingiuste e ci hanno tolto libertà.

Eppure per sentirmi personalmente responsabile ho avuto bisogno del gesto forte. In tanti abbiamo avuto bisogno di quel richiamo per uscire dalla sordità. Quei ragazzi sulla gru dicevano sulla scena pubblica le cose che tante volte in famiglia, tra amici e conoscenti, tra colleghi, ci siamo detti. Erano la nostra voce, la nostra coscienza. E ci creavano uno spazio pubblico per far sgorgare il desiderio di giustizia e di cambiamento. Lei ha visto “strumentalizzazione ….*di* rivoluzionari di professione”. Io sono invece rimasta molto colpita dall’autodeterminazione dei migranti e dalla fresca e generosa disponibilità con cui l’area politica cosiddetta “antagonista” è stata al loro fianco. Cosa sono per lei “gli interstizi della città”? sono forse i luoghi della politica prima, quella legata alla vita, ai desideri e ai sogni? Quella della politica che non è condizioata da equilibrismi, calcoli elettorali e compatibilità? E perché chi è stato capace, proprio perché libero, di colmare un vuoto e di interpretare le aspettative di molti non può essere interlocutore delle istituzioni?

Non ho invece visto l’autodeterminazione delle realtà ecclesiali di quartiere che, hanno dovuto soffocare l’iniziale cristiana generosità per allinearsi alle compatibilità della gerarchia e della politica. E ho registrato molte assenze che non nomino.

Ho visto l’amorevole slancio di madri e padri che si sono opposti indignati alla crudele e rigida gestione del cibo, che si è tradotta più volte nell’affamare quei giovani, per stroncarli. Ho dovuto vedere la repressione violenta di chi richiedeva tutela dei diritti, i fermi e la reclusione nei CIE di alcuni migranti che erano stati attivi nel presidio; ho cercato di dissolvere il grande dolore alla notizia delle espulsioni: la rappresaglia infrange sogni, legami e amori, costruisce inciviltà e alimenta i conflitti. Ho dovuto vedere le assurde provocazioni di giovani venuti da fuori Brescia, che hanno cercato di trasformare il pacifico presidio in uno scenario di guerriglia urbana, ma ho anche potuto osservare la responsabilità di molti, che ha consentito di limitare le conseguenze.

Voglio infine custodire l’emozione individuale e collettiva per i quattro ragazzi che scendono dalla gru, il sospiro di sollievo al pensiero di alcune garanzie loro concesse, frutto tardivo di sforzi di mediazione di varie istituzioni.

Egregio Direttore, condivido il suo auspicio che “la città sappia costruire fondamenta sociali solide”. Per il sapere che l’esperienza di questi giorni ha qui depositato, Brescia può rendere meno timido lo sforzo collettivo di ricerca di punti comuni, diventare un laboratorio di pensiero e proposta per rivedere gli aspetti persecutori di norme che non sono in grado di regolare il fenomeno migratorio e generano quotidianamente tensioni e illegalità.

Annamaria Tonoli

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