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I cattolici che rifiutano il non voto, di Giancarla Codrignani

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Ci sono cattolici che, come Romano Prodi, hanno rivendicato il diritto di andare a votare al prossimo referendum sulla fecondazione assistita, senza prudentemente dire come voteranno. Tuttavia non sono pochi quelli - soprattutto "quelle"- che, senza esprimersi pubblicamente, si riservano un'autonomia maggiore. Possiamo esplicitarne le ragioni.

L'invito al "non voto" non è stata la più coerente delle scelte per un cattolico convinto: mons. Ruini ha deciso di ricorrere a una tattica, non a un'argomentazione, solo per il timore di ripetere l'esito del referendum sull'aborto, quando al monito della chiesa corrispose la disubbidienza di due terzi dei votanti. La gerarchia cattolica, infatti, in un paese democratico può esprimere liberamente i propri convincimenti e deve evangelizzare: perché ha invitato a disertare e non a votare "no", se ritiene che la fecondazione assistita sia un peccato? E perché non ha ragionato sul problema quando la scienza l'ha proposto, più di vent'anni fa e parla oggi, quando da queste pratiche sono nate migliaia di bambini che ormai frequentano l'università? Perché gli scienziati cattolici sembrano scoprire oggi le tecniche riproduttive che hanno solo il compito di guarire coppie altrimenti infelici dalla sterilità?

Desiderare figli non può essere né peccaminoso né illegittimo: se la scienza consente di integrare la natura - secondo il significato del biblico invito a "dominare la terra"- si dovrebbe poterne accettare l'ausilio. Tuttavia il vero problema sembra essere diventato l'embrione, da tutelare non perché degno di rispetto in sé, ma perché dotato di tutti i diritti propri della "persona", anche a costo di aprire il conflitto con i diritti delle donne. Mentre una concezione personalistica della vita estesa al concepito dovrebbe significare fornire alla donna incinta tutte le tutele di maternità (intanto viviamo in un paese in cui non si risarcisce l'aborto spontaneo per ragioni di lavoro), non è accettabile attribuire capacità giuridica all'embrione, con il rischio che, in prospettiva, diventi titolare di eredità, o denunci gli attentati al proprio benessere operati dalla mamma che pratica qualche sport o gli apparentemente innocui lavori domestici.

La questione riguarda direttamente i "generi": l'uomo, anche se non è filosofo, capisce ciò che è "potenza" e ciò che "atto" sempre secondo Aristotele, per il quale lo sperma è la potenza vitale, mentre la donna è un semplice contenitore che lo porta a maturazione. L'uomo identifica così la propria capacità generativa nell'astrazione dell'embrione, non nel processo che si verifica nel grembo della sua donna. La quale ha un metro di valutazione diverso: sa bene che una cellula fecondata è diversa da un ovulo e uno spermatozoo separati, ma sa anche che ciò che le cresce dentro è una potenzialità, mentre reale è il bambino da tenere in braccio. Inoltre le donne non ignorano che, secondo natura, milioni di embrioni si sfaldano, senza che nessuno si renda conto della loro esistenza; dovrebbero per caso pensare che il loro grembo produce tendenze suicide?

D'altra parte non è compito della legge definire quale sia l'origine della vita. A meno di non voler correggere il primo articolo del Codice civile che riconosce che "la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita" e che "i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita". Cattolici e laici, davanti a una legge ingiusta e inapplicabile, hanno dunque problemi concreti molto seri, che portano ad andare a votare e, anche, ad esprimere quattro sì, 1) per non punire le donne che si sottopongono a trattamenti clinici pesanti solo per amore della vita e per non aprire un conflitto giuridico dentro l'aspirazione alla maternità; 2) per consentire alle donne di ricevere il numero di embrioni che il medico e non la legge ritiene opportuno; 3) per ammettere la fecondazione eterologa che risponde anche a un non egoistico desiderio di paternità. Infine 4) per consentire che la responsabilità del destino di embrioni in ogni caso condannati all'estinzione sia affidata agli scienziati: le preoccupazioni per avventure rischiose progettate dalla genetica non possono essere incluse di soppiatto e ideologicamente in una legge riferibile solo a pratiche terapeutiche non imposte a nessuno, desiderate da molti, consentite in tutti i paesi europei e utilizzate anche, se non soprattutto, da buoni cattolici.

I quali cattolici pensano che, se ci fosse stata la fecondazione assistita, ben difficilmente Sara avrebbe permesso ad Abramo di prendersi una concubina, come era consentito ai patriarchi da quella Bibbia che pensava sterili solo le donne. A meno di non suggerire il ricorso al vecchio adulterio, come fa implicitamente chi - come mons. Maggiolini - pensa che le donne vogliano "prendere il seme del primo che passa per la strada", senza riflettere sull'esistenza della sterilità maschile.

Pubblicato su L'Unità/Bologna, 11 maggio 2005

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