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Fare cose con le parole di Adele Pesce (Inchiesta 2009)

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Pubblichiamo per pensare a lei, alla sua ricerca intellettuale, alla sua passione di mondo l’ultimo scritto di Adele Pesce, Fare cose con le parole uscito come editoriale di “Inchiesta” (n. 164, 2009), la rivista in cui Adele era impegnata e che conserva tanto del suo lavoro di riflessione, di invenzione, di cura delle parole e testi.

Secondo il filosofo della scuola analitica di Oxford John Langshaw Austin, le cui teorie molti ritengono aver costituito un vero e proprio mutamento di paradigma nelle scienze del linguaggio, dire qualcosa è sempre (anche) fare qualcosa.

Uno dei grandi meriti di Austin (le cui lezioni di linguistica sono contenute in un volume tradotto anche in Italia, Come fare cose con le parole) è stato quello di mettere in luce che il linguaggio ha una forza; che il linguaggio è uno strumento e un’arma con cui non solo è possibile manipolare la realtà, ma modificarla nel senso più elementare del termine. Tutto questo ha a che fare con le conseguenze e gli effetti che può avere il pronunciare una frase, o un insieme di frasi, su chi ascolta. Effetti che talvolta sono involontari ma che molto più spesso sono calcolati, in particolare quando avvengono sotto il segno di una relazione asimmetrica tra il parlante e l’ascoltatore (mai come in questo caso non parlo di ciò che faccio ma faccio qualcosa parlando).
In un paese come l’Italia, dove il capo del governo è al tempo stesso proprietario di gran parte dei mezzi informazione, l’analisi di Austin sulle “parole che fanno cose” merita grande attenzione. Berlusconi sembra infatti quello che ha imparato meglio di tutti (ovviamente a suo modo) la lezione di Austin, sa che dire è già fare, e lo sa così bene che in lui può accompagnarsi il massimo disprezzo per le parole (è uso tranquillamente rimangiarsi la sera dopo ciò che ha detto il giorno prima) e la massima consapevolezza che una cosa basta dirla perché si trasformi e sia percepita, nel momento in cui la si dice e grazie all’amplificazione mediatica, come una azione compiuta.

Ci troviamo in una strana condizione. Mai come oggi il linguaggio è stato così importante e, nello stesso tempo, mai come oggi le parole appaiono private di responsabilità nei confronti di una qualunque realtà extra-linguistica, sufficienti a se stesse e in se stesse. Efficacissime e insieme depotenziate — almeno in una delle loro funzioni fondamentali, quella di designare, di descrivere in maniera attendibile uno stato di cose effettivo, reale. La falsificazione attraverso la parola è diventata pratica cruciale nel dibattito e nell’azione politica (tanto che si pubblicano libri come Tutto quello che sai è falso). Le parole fabbricano mondi, fabbricano storie inossidabili che non temono rettifiche o smentite, che non temono il confronto con altre parole, e nemmeno con prove, documenti, testimonianze. Analizzare questa deriva ci porterebbe troppo lontano (forse dovremo farlo in un prossimo numero di Inchiesta). Basti sottolineare qui che dire qualcosa ha assunto un valore senza precedenti.

Mai come nell’era del berlusconismo, insomma, la forza delle parole, degli atti linguistici, è stata tanto forte e tanto insidiosa. Un esercizio utile può essere quello di passare in rassegna le parole che la destra che ci governa dedica da tempo all’immigrazione (lo facciamo in questo numero di Inchiesta) per renderci conto che tali parole sono nella maggioranza dei casi enunciati performativi, nel senso in cui li analizza Austin: il loro solo proferimento basta a compiere azioni socialmente rilevanti. Se qualcuno dice che “i romeni hanno una propensione allo stupro”, si limita a dire qualcosa o fa qualcosa? Frasi come questa sembrano limitarsi a descrivere “un problema” e invece favoriscono azioni razziste, anzi sono azioni razziste a tutti gli effetti che precedono, preparano, accompagnano gli atti concreti (ad esempio una legge liberticida come il cosiddetto “decreto sicurezza”).

Le parole che producono, riproducono, diffondono, legittimano il razzismo in Italia sono molte. Come si può leggere nel Libro Bianco recentemente pubblicato a cura della Associazione Lunaria, “una buona parte ha seguito un percorso discensionale, dalla bocca e dalla penna di uomini colti o almeno con un buon accesso ai media, fino alle dicerie da cortile e da bar. Altre, presenti nel senso comune, sono state avallate da chi si presenta nella sfera pubblica come detentore di un sapere più accreditato”.

Ci viene ricordato, ad esempio, che sono stati per primi i giuristi ad offrire all’immaginario dei cronisti e della gente comune il termine “extracomunitario”; “clandestino” è invece di origine colta, letteraria. Solo una parte minore dei termini che escludono, come badante e il più recente sbandato, nati entrambi in terra padana, sembrano muovere da livelli più bassi d’istruzione, ma vengono fatti propri immediatamente dai media. Si tratta di scelte, segnala il Libro Bianco “tutt’altro che innocenti, come tutt’altro che innocenti sono le strategie sottese non solo nella scelta del lessico, talora denigratorio fino alla disumanizzazione (“blitz nel dormitorio-fogna dei cinesi”, “conigli itterici sbucati dal cilindro di un abile mago”, “culle clandestine a Careggi” solo per citare qualche esempio) con cui si parla di immigrati, ma alla posizione delle parole, ai giri sintattici, alle forzature semantiche e agli slittamenti di senso, per non parlare delle manipolazioni dei dati statistici e dei sondaggi d’opinione”.

Molto diffuse sono le omissioni: vengono spesso taciuti gli esiti difatti delittuosi attribuiti a “extracomunitari” che in sede processuale sono assolti. Contigue alle omissioni sono le rinominazioni (riportare un fatto vero aggiungendo alla fine “ma non è così”, e le “negazioni” pretestuose. Infine l’uso di “parole-schermo”, tra cui le più adoperate sono “clandestino” e “badante” (introdotta per la prima volta da Bossi nel 2001).

Analizziamo, come fa il Libro Bianco, queste due parole-schermo. “Clandestino” e “badante” sono parole molto diverse tra loro, la prima di esplicita condanna, la seconda apparentemente innocua. Sono usate però nello stesso modo, con lo stesso scopo: entrambe “fanno cose” per dirla con Austin: creano sofferenza (o disagio) tra le persone immigrate, e paura (o disprezzo) da parte di chi immigrato non è. La tecnica è di usarle in maniera ripetitiva, ossessiva. “Nelle redazioni dei quotidiani più illustri come dei fogli meno illuminati ‘clandestino’ e ‘badante’ non ammettono sinonimi. Si contano fino a dieci — dodici ripetizioni di ‘clandestino’ e ‘badante’ a pochissima distanza, ossessivamente ripetuti”. Perché?

La spiegazione offerta dall’analisi del Libro Bianco è convincente: “Se si trovasse un sinonimo o una riformulazione a ‘clandestino’ (ad esempio irregolare, senza documenti, sans-papier, ecc) o a ‘badante’ (ad esempio assistente domiciliare, infermiera, dedita al lavoro di cura, ecc.) forse qualcuno potrebbe sospettare che quei due termini rigidi nascondono qualcosa, hanno una funzione connotativa (denigratoria, discriminatoria, inferiorizzante) e soprattutto che non ci permettono di comprendere il fenomeno di cui si sta parlando”.

Le parole del razzismo assolvono così a due funzioni-chiave: servono a individuare e additare dei colpevoli (quindi dei nemici) o degli esseri considerati inferiori. “Le due funzioni, si legge nel Libro Bianco, sono contigue e spesso intrecciate: la presunta inferiorità appare spesso conseguenza o causa della colpa. Ad ogni modo, sia l’inferiorità, sia la colpevolezza legittimano comportamenti discriminatori (punizioni, esclusione, subordinazione, al limite sterminio) e, su questo sfondo, giri di vite nel quadro di una generale deriva neo-autoritaria”.

Ci sono infine le parole che cambiano colore, tono, peso. Vengono enfatizzati caratteri e particolari che diventano rilevanti per costruire un’immagine distorta dello straniero, la cui appartenenza nazionale viene enfatizzata quando commette un reato o un’infrazione, e viene ordinariamente cancellata quando rimane vittima di un delitto o di un incidente. Prendiamo qualche esempio fra i tanti contenuti nel Libro Bianco: una persona di nazionalità albanese viene definita dai media “albanese” se a 14 anni ruba un video gioco al supermercato, ma ottiene la promozione a “muratore” se invece cade da una impalcatura e muore; un salvadoregno guidatore di autobus che soccorre una donna anziana aggredita, ed è a sua volta picchiato, viene chiamato semplicemente “autista”, senza nessun riferimento alla sua nazionalità; un uomo proveniente dal Marocco che rapina due donne viene invece immediatamente indicato con il suo appellativo di nazionalità, “marocchino”.

Nonostante da anni i dati del ministero degli Interni attestino la diminuzione dei reati e delle violenze contro la persona, le parole del razzismo persuadono gli italiani che stanno vivendo alla mercé di immigrati criminali e, creata la psicosi, è facile per il governo ergersi a paladino della sicurezza.

Tutto ciò serve anche (citiamo sempre dal Libro Bianco) “a distrarre l’opinione pubblica dalle ansie vere, i soldi che non bastano, il lavoro che non c’è o rischia di mancare. E serve a ricostruire su basi “etniche” la coesione sociale distrutta dal capitalismo. Non importa se si è operai con il rischio di perdere il lavoro, se la casa non si trova o l’affitto è troppo caro; l’importante è essere italiani. Se vogliamo prendercela con qualcuno possiamo farlo con chi italiano non è.

Lo scopo principale è però un altro. “Con la scusa delle emergenze, il diritto penale può essere esteso a dismisura, e trasformarsi in una macchina da guerra contro tutti i nemici interni. Non solo migranti e marginali: chiunque dissenta, si agiti o protesti. Più che condannare il fenomeno, è urgente leggerlo per individuarne la tendenza generale in cui si iscrive”.

Oltre che “capri espiatori incolpevoli”, gli immigrati diventano “strumenti” di giustificazione della regressione autoritaria della relazione politica. La potenza simbolica del linguaggio ne fa due cose insieme: stranieri e marginali. In quanto stranieri sono nemici, in quanto marginali sono devianti. “Questa duplice connotazione permette un sillogismo pedestre, che prima semplifica arbitrariamente (i migranti sono nemici in quanto marginali), poi generalizza (tutti i marginali sono nemici e, come i migranti, lo sono in sé, per natura, indipendentemente dai fatti compiuti)”. La deriva razzista nasce da qui.

Ma le teorie di Austin non ci consentono solo di analizzare e interpretare le parole del razzismo della destra governativa e mediatica o gli enunciati performativi del presidente del consiglio, in cui abbonda il pronome “io” che caratterizza sempre il ruolo del parlante in contrapposizione a quello dell’ascoltatore. Esse ci sollecitano ad una riflessione che riguarda le prospettive della sinistra nel nostro paese.

Anche il linguaggio della sinistra ha usato enunciati il cui solo proferimento ha prodotto azioni socialmente rilevanti. L’esempio storicamente più significativo può essere considerato quel “proletari di tutti i paesi unitevi” (proletarien aller Lander, vereinigt euch) contenuto nel Manifesto del Partito comunista di Marx e Engels e introdotto in Italia da Togliatti in una traduzione non completamente fedele (“di tutti i paesi” sostituito con “di tutto il mondo”). E per un lungo periodo le cose sono andate bene. Chi pronunciava frasi di quel tipo non parlava di ciò che faceva, ma già parlando faceva qualcosa, produceva lotte, movimenti, iniziative a livello internazionale.

Più recentemente, ci ha provato il movimento nato da Porto Alegre e da Seattle, tanto da essere spesso definito un “movimento performativo”. Non perché le iniziative di questo movimento consistessero solo o essenzialmente in enunciazioni verbali, ma perché il parlare e l’agire erano strettamente connessi e intrecciati: parole e azioni esemplificavano forme di vita alternative rispetto a quelle vigenti.

Anche in questo caso, per un certo periodo le cose sono andate bene e le parole del movimento hanno prodotto una prassi politica intenzionata a delineare, mediante una forte carica etica e l’esposizione agli altri di sè, nuove abitudini individuali e collettive. Un’etica della “buona vita” contrapposta alla vita risucchiata, ingoiata, divorata dal postfordismo. Sarebbe meglio dire che, almeno ai suoi inizi, si è trattato di un movimento etico-performativo.

Condizione umana, libertà, condivisione dei beni comuni, pace, salvaguardia dell’ambiente naturale, giustizia e solidarietà, aspirazione a una sfera pubblica in cui le esistenze dei singoli individui siano tenuti in conto: parole e frasi che per molto tempo sono riuscite a creare gli eventi ai quali si riferivano.

I guai sono cominciati quando il movimento ha cominciato a prediligere troppo il terreno simbolico-comunicativo e ad attestarsi esclusivamente su di esso, senza riuscire a produrre esempi politicamente riproducibili. Ricorriamo ancora una volta ad Austin. Gli enunciati performativi, dice Austin, non sono veri o falsi giacche non descrivono un fatto ma lo istituiscono ex novo. Austin chiama però “infelici” i performativi che non realizzano nulla. La stessa cosa avviene in politica. In quali condizioni la parola-azione risulta efficace? Quando con essa non ci si limita a enunciare programmi ma li si comincia a praticare nel momento stesso in cui li si enuncia, rendendo conto di ciò che si è fatto che si fa, che si intende fare.

E oggi come stiamo, come parliamo, come agiamo? Il Dossier di questo numero di Inchiesta propone una serie di “voci della sinistra” sulla crisi economica e della democrazia. Voci diverse, anche se la valutazione generale è ampiamente condivisa: la crisi con cui ci stiamo confrontando a livello globale non può essere ristretta ai suoi soli aspetti finanziari ma affonda le sue radici in quel sistema politico, economico, sociale, culturale che si è andato affermando nel mondo. La base centrale (il presupposto) di quel sistema è stata la riduzione drastica, sino all’annullamento, di tutto ciò che comportava vincolo sociale per pervenire ad una logica mercatista al cui centro è collocato il profitto e la redditività delle attività economiche, con il lavoro e i problemi sociali, i diritti della persona e il rapporto con la natura ridotti a variabili dipendenti, non più vincoli.

Quali sono le conseguenze di questa situazione? Accanto ad una sempre più diffusa crisi democratica, dicono molte delle voci contenute nel Dossier, emerge una profonda crisi della sinistra, una estrema difficoltà della sinistra a riemergere dalle sconfitte di quelle ipotesi su cui si era più o meno affermata per lungo tempo. Occorre, dicono ancora, concentrarsi non solo sul piano dell’analisi ma anche sul piano della ricerca di risposte in grado di aprire la strada ad alternative da sinistra al sistema e contenuti in contrasto con le basi su cui si è fondato il sistema neoliberista: riproposizione dei vincoli sociali e dei soggetti sociali che li rappresentano; rilancio della democrazia e dell’intervento pubblico; diverso rapporto tra economia e natura.

È vero, ci vogliono ipotesi, pensieri e parole capaci di rappresentare i problemi e le tensioni sociali che derivano da questa crisi. Parole che facciano cose, e che soprattutto ritrovino la loro responsabilità nei confronti del mondo, il loro rapporto — sempre problematico, certo, ma che non può essere annullato — con la verità.

Adele Pesce
INCHIESTA - APRILE-GIUGNO 2009 Edizioni Dedalo

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