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Confessioni di una figlia della scuola pubblica, di Paola Zappaterra

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Molto presto, quasi bambina, ho sviluppato un certo amore per il sapere. Ancora oggi non so dire esattamente a quale stringente esigenza interiore risponda, se non a quella di una grande curiosità. La scuola mi è sempre piaciuta. Una specie di bella avventura, in cui ogni tanto divagavo più o meno felicemente, ma che non mi costava sacrificio e non mi faceva troppo deviare dal primitivo amore per la scoperta e l'apprendimento.

Non ho fatto scuole eccezionali; piuttosto, buone scuole pubbliche. Nella prima metà degli anni ottanta ho frequentato un buon liceo, una scuola che solo vent'anni prima sarebbe stata totalmente fuori non solo della portata, ma anche degli orizzonti di una famiglia della mia estrazione sociale. L'ho scelta io perché mi piaceva. Il lavoro sarebbe venuto, i libri, lo studio, contavano di più, eravamo bene addentro nel ventesimo secolo! I miei genitori, più o meno efficacemente, disapprovavano. La loro ottusità, col mondo che si preparava, si è rivelata saggezza.

Ho frequentato un'università dai costi più che ragionevoli e dalle molte contraddizioni. Fra noi, in quegli anni di dilagante “disoccupazione intellettuale” - il precariato era di là da venire, ma pronto all'angolo – si diceva che il “pezzo di carta” non contava nulla, che si studiava per la propria “crescita personale e intellettuale”. Gli “yuppies”, pallidi precursori dell'odierna plutocrazia crudele e rapace che pare uscita dritta da un quadro di Otto Dix, ci facevano un po' ridere e non ci incutevano timore. I miei genitori seguitavano a disapprovare. Il femminismo, anche quello conosciuto prestissimo, si ritagliava un suo spazio anche nello studio, via via sempre più importante, si faceva casa, nella quale, nonostante tutte le distanze, si poteva abitare.

Mi sono laureata un po' tardi (neppure troppo, a dire la verità), come tanti della mia generazione, distratta dal mondo e dalla mia “crescita personale e intellettuale”. Ho detestato l'accademia col rancore degli esclusi e degli innamorati respinti, quando ho capito che la porta era molto più stretta di quanto, nella mia democratica ingenuità, fossi pronta ad ammettere persino con me stessa. Della festa rutilante in cui il pianeta sembrava immerso, non ho visto molte luci, anzi, ho sperimentato la fatica, l'angoscia, l'umiliazione della precarietà e della povertà. E però, quell'antica idea della “crescita personale e intellettuale” - di cui la scuola e l'università avevano costituto una sorta di piattaforma, un po' traballante e sconnessa, ma reale - resisteva, e negli anni diventava l'unico scudo, il più efficace, da opporre al disagio di essere, di nuovo come tanti della mia generazione, soltanto un'eccedenza, un effetto collaterale, un invisibile scarto di magazzino nella fabbrica del successo e di un futuro senza fine e senza scopo.

Quando è nata mia figlia, neppure per un attimo ho dubitato che il suo percorso potesse giovarsi del mio: di quello che io avevo potuto imparare, a dispetto delle mie origini umili, sul mondo e sul mio essere donna. Qualunque cosa fosse successa, nessuno l'avrebbe privata di una “crescita personale e intellettuale” in cui non sarebbe stata del tutto sola, al di là di quello che avrei potuto insegnarle io.

Oggi so che molto probabilmente non potrò garantire a mia figlia una istruzione decente. Perché non avrò mai i soldi per farlo. Oh, certo, potrò colmare alcune, se non molte, lacune, grazie anche alle scuole che ho frequentato. Scuole che non esisteranno più. Ne abbiamo parlato male tante volte, spesso a ragione, prima di accorgerci fino in fondo di quanto, nel nostro critico argomentare, doveva al loro stesso esistere, anche se vecchie e malandate nei muri e nell'animo. Sono una figlia della scuola pubblica, di quel tumultuoso e violento processo che ha catapultato milioni di persone, pressoché dall'oggi al domani, direttamente dai campi alle fabbriche e agli uffici. Sono una figlia della scuola pubblica, e di quel processo ho imparato a contare i morti e i feriti, e a dire “guardateli!”.

Mia figlia sarà altrettanto figlia della distruzione della scuola pubblica – non della sua riforma, perché non di riforma si tratta e chiunque dica il contrario mente. Potrà imparare ugualmente a contare i morti e i feriti, molti lo hanno già fatto, con coraggiosa determinazione. Ma io, che ne ho goduto il privilegio, senza capire bene fino in fondo quanto fosse tale, non posso e non voglio stare zitta.

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