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Lettera aperta alla donna pakistana picchiata dal marito perché incinta di una femmina

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Leggiamo sul giornale di te, cara amica pachistana, che sei stata picchiata da tuo marito e sei stata costretta a rinunciare alla figlia che desideravi. Ti abbracciamo e vogliamo farti sapere che ti siamo vicine, che puoi contare su tantissime donne di Bologna.
La violenza che hai subito è la stessa subita da molte, italiane e straniere; la violenza di uomini che non accettano la libertà, la dignità, la unica e preziosa individualità di ogni singola donna. Attorno alla violenza di genere e agli attacchi contro la libertà dell'aborto, le donne in Italia stanno unendosi, stanno parlando, pensando, e promuovendo azioni. La tua decisione di dare vita ad una figlia femmina è stata negata con crudeltà. Con le leggi e il biasimo si tenta di negare alle donne la capacità di decidere da sé se interrompere la gravidanza.

Non ci può essere convivenza, e a maggior ragione convivenza tra persone di diverse culture e religioni, se non si garantiscono i diritti delle donne; ma non basta, se non si riconosce in pieno e senza ambiguità il loro essere soggetti morali capaci di scelte responsabili.

La tua sofferenza ci addolora. Ci addolora pensare a tante altre che sono vittime in famiglia di violenze gravi e continuate, in nome di visioni tradizionaliste e oppressive delle culture di appartenenza, visioni che servono a mantenere quelli che in realtà sono rapporti di potere tra i sessi e le generazioni.

Vogliamo far sapere a te e alle altre che potete contare su di noi così come su tante, italiane e straniere, singole, associazioni di donne, reti e che siamo con voi perché un malinteso rispetto delle culture non diventi un altro strumento di oppressione, uno in più.

Le amiche di Orlando

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