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Riflessioni sul disegno di legge su diritti e doveri delle coppie conviventi di Giancarla Codrignani

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Non che "il limite" sia stato, come problema etico-filosofico, inventato dalle donne; ma il pensiero femminista gli ha dedicato un'attenzione particolare. Le donne hanno imparato il significato profondo del termine "a partire da sé".

Non significa che solo loro capiscano che sono le esperienze ad introdurci al significato teorico: gli uomini ci arrivano anche loro, ma dopo essersi rotti la testa con il destino cinico e baro, con le sfide e le guerre.

Le donne, se si deve parlare del "nemico", ce l'hanno in casa: l'uomo, anche non volendo, limita la libertà femminile e le donne sono obbligate ad amare ciò che impedisce loro il volo. Colgono così il limite non come la mediazione ragionevole a cui ci si deve rassegnare per "la comune condizione umana"; ma come il solo modo di poter vivere il rispetto della propria e altrui differenza. Vorrebbero che fosse così anche per i maschi, che non riescono ad entrare concettualmente in un vissuto di "discriminazione di genere".

Siamo nel terzo millennio: davvero crediamo che siamo noi le prime femministe che cercano di rompere tetti di cristallo, sublimazioni angelicate e immaginari corrotti? Altre prima delle recenti generazioni ci hanno provato; nello straordinario avanzamento di parità dei nostri tempi, restano intaccate, ma non sconfitte, le "norme": è qui che incontriamo l'ostacolo di pietra. Essere pari in numero in Parlamento significa molto, ma solo se si riesce a cambiare la valenza delle leggi. Molte sono le donne magistrate, ma la giustizia fa fatica a diventare "di genere", perché anche loro applicano gli stessi codici. Potranno le amiche elette cambiare le cose? Non certo radicalmente e subito.

Era buona la legge sull'aborto? Oggi diciamo che è la migliore d'Europa; ma quando fu varata le femministe militanti insultarono le parlamentari. Oggi la questione delle convivenze ci coinvolge a più livelli, soprattutto perché c'è chi sproloquia di "natura", quando noi la conosciamo meglio dei giuristi e la distinguiamo bene dalla "cultura", che è anche ciò che, nonostante le botte, le violenze, gli stupri nostri e dei nostri bambini, è la "famiglia". Conosciamo e vogliamo i diritti di ogni individuo ad essere se stesso e vorremmo che bastasse l'educazione e non ci fosse bisogno di fare leggi sulle modalità degli esseri umani e delle loro relazioni. Ma, siccome i casi umani comprendono gli interessi, c'è bisogno di garanzie e tutele; quindi di una legge.

Davvero pensiamo che la libera logica parlamentare consenta una legge perfetta? Pensiamo che Berlusconi ne farebbe una migliore di questa dell'Ulivo? A me sembra che, siccome è la prima volta che si legifera in materia, sia molto importante che il titolo parli di "diritti". E se non è perfetta, si potrà modificare. D'altra parte alla base che proposta abbiamo fatto avanzare (ai tempi dell'aborto c'erano proposte del movimento)? che cosa proponiamo?

Abbiamo il senso del limite? Perché se prevale l'esigenza radicale tout court, che cosa faremmo del bottone rosso, se avessimo "questo potere" in un mondo conflittuale?

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